Il predissesto, un pericoloso discrimine

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Il predissesto – sul quale ho avuto modo di intervenire criticamente sia nel corso dell’audizione parlamentare che nell’articolo pubblicato su questo sito – costituisce il (quasi) neonato strumento attraverso il quale i Comuni in difficoltà economico-finanziaria potranno tentare un risanamento delle loro casse, accedendo ad un finanziamento pari a 200 euro a cittadino ivi residente.

 

In quanto tale sta registrando una particolare attenzione da parte dei sindaci, alcuni dei quali però molto delusi dalla lettera che si presume definitiva del D.L. n. 174/2012 (all’esame del Senato), soprattutto quelli preposti a gestire Comuni medio-piccoli.

 

Tra questi ultimi sono in tanti a vivere addirittura alle soglie della quasi disperazione, oberati come sono da consistenti saldi debitori, spesso ancora non ufficialmente emersi nella loro reale entità, e impossibilitati a fare quadrare i conti economici.

 

Invero, erano in molti a sperare di potere usufruire del neo-introdotto istituto, considerato da molti – a mio avviso a torto – una possibile soluzione ai mali delle diseconomie che affliggono il sistema degli enti locali e che hanno prodotto, negli anni, consistenti entità debitorie, celate tra residui attivi inesigibili e/o inesistenti e debiti, comunque, contratti ma non riconosciuti.

 

E’ successo che il testo legislativo, così come emendato alla Camera dei Deputati, ha limitato l’accesso alla procedura di riequilibrio finanziario – introdotto dall’art. 243-bis, così come insediato nel Tuel dall’art. 3, comma 1, lettera r, del decreto legge in corso di conversione – ai Comuni con popolazione inferiore ai 20mila abitanti.

 

Con questo, il legislatore di medio percorso parlamentare ha escluso non solo i Comuni cosiddetti polvere (basti pensare che già quelli inferiori a 1.000 abitanti sono 1.948) ma la gran parte delle amministrazioni municipali, dal momento che i Comuni al di sotto dei 20mila abitanti rappresentano il 6,38  % di quelli totali (516 su 8.092) per una popolazione totale di appena oltre 32milioni di cittadini residenti.

 

Di conseguenza, saranno ben 7.576 le amministrazioni comunali – comunque obbligate a rendere alle collettività amministrata le prestazioni essenziali di loro competenza e i servizi afferenti alle loro funzioni fondamentali – che dovranno vedersela con i mezzi e gli strumenti da sempre a disposizione per il loro risanamento, fronteggiando quindi da soli le loro pesanti difficoltà debitorie, cui invece il legislatore ha inteso porre riparo per quanto riguarda i Comuni “superiori”.

 

Al di là degli aspetti che certamente saranno analizzati criticamente dai costituzionalisti – attesa la palese discriminazione che il medesimo legislatore ha inteso revisionare la Costituzione nel senso di prevedere il concorso obbligatorio di tutte le pubbliche amministrazioni al conseguimento dell’equilibrio dei bilanci e della sostenibilità del debito pubblico, secondo le condizioni individuate nel più recente Trattato UE, meglio noto come Fiscal compact -, è da sottolineare la più che evidente irragionevolezza dell’assunto, tanto da palesare una violazione costituzionale riferita agli artt. 3, 5, 81 (c. 1 e 5), 97 (c. 1) e 119 (c. 1 e 6) della Carta.     

 

Se da una parte, infatti, si pretende di approntare misure agevolative nei confronti dell’universo locale, al fine di consentire ai Comuni e alle Province, non in grado di superare ordinariamente gli squilibri strutturali di bilancio evidenziate, di risanare le loro finanze attraverso il ricorso ad una sorta di piano di rientro, dall’altra si discriminano la gran parte di essi (il 93,62%), come se dal loro consistente insieme istituzionale non derivasse il più che ventilato pericolo di un più generale default del sistema autonomistico locale.

 

Come dire, anche in questo caso il legislatore parlamentare ha finito per “specializzare” l’intervento riservandolo in favore dei grandi Comuni ove sono, rispettivamente, più “rumorose” le pretese dei relativi sindaci e maggiore la visibilità dell’intervento, nonché accattivante lo spazio del consenso elettorale da potere ivi racimolare.

 

Così non deve essere, attesa la garanzia costituzionale di dovere garantire, ovunque (inteso come tutto il territorio nazionale), i livelli essenziali delle prestazioni afferenti ai diritti civili e sociali, pena la violazione dell’art. 117, comma 2, lettera m, della Costituzione.

 

 

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