Il nuovo paradigma nucleare

obamprague.jpg

Un cambiamento epocale nel modo in cui l’uomo percepisce e amministra la sua più potente invenzione – l’arma nucleare – è in corso e culmina in queste settimane.
Il processo di gestazione di questo nuovo paradigma è cominciato circa quattro anni fa nel paese dove l’invenzione è stata sperimentata per prima, gli Stati Uniti. Nell’ottobre del 2006, infatti, si tenne alla Hoover Institution un seminario per il ventennale del vertice di Reykjavik – vertice tenutosi, nel 1986 appunto, tra gli allora presidenti americano Ronald Reagan e sovietico Mikhail Gorbachev.
 
I due leader erano andati all’epoca abbastanza vicini ad accordarsi sull’eliminazione delle armi nucleari. Quanto vicini importa meno del fatto, realmente rivoluzionario per il mondo di allora in piena corsa al riarmo da guerra fredda, che la questione venisse seriamente discussa a quel livello.
 
Né Reagan né Gorbachev nutrivano alcuna simpatia per le armi nucleari. Il secondo, una volta privato cittadino della Russia post-sovietica, ha continuato a impegnarsi personalmente sui temi del disarmo e dell’ambiente. Il primo avrebbe forse fatto la stessa cosa se negli ultimi anni della sua vita non fosse stato colpito dal morbo di Alzheimer.
 
In una bellissima lettera inviata a uno dei promotori dell’iniziativa della Hoover, l’ex segretario di Stato George Shultz, Nancy Reagan cita tra virgolette quella che è probabilmente la più memorabile descrizione di armi nucleari impiegata dal marito: “totalmente irrazionali, totalmente disumane, buone solo a uccidere e potenzialmente distruttive della vita sulla terra”.
 
Questa istintiva avversione reaganiana non andava affatto d’accordo col pensiero dominante dell’epoca. Lungi dal ritenere che queste armi fossero good for nothing but killing, le elite politiche di quasi tutto il mondo erano convinte che a loro si dovesse la pace, la non-terza guerra mondiale. Insomma erano più che buone, ottime, a dissuadere da qualunque conflitto, anche convenzionale e soprattutto tra Est e Ovest – proprio perché qualunque conflitto una volta cominciato poteva sfociare nella fine del mondo. L’idea di deterrenza nucleare è basata su questo ragionamento.
 
È sempre logicamente azzardato attribuire a una sola causa il non verificarsi di un evento complesso come una guerra. Ma non è questo il problema più grosso posto dalla deterrenza nucleare, che consiste invece nelle conseguenze che ne tira chi la condivide: poiché la guerra non piace a nessuno, se le armi nucleari sono l’antidoto, viva le armi nucleari. Meglio possederle.
 
Questa linea di ragionamento avrebbe portato dritto alla proliferazione generalizzata delle armi nucleari e al moltiplicarsi dell’equilibrio del terrore in decine di contesti regionali assai meno stabili di quello globale Usa-Urss. Senonché anche i fautori della deterrenza nucleare, con rarissime eccezioni, trovavano la prospettiva inquietante e per scongiurarla entrò in vigore nel 1970 il Trattato di Non Proliferazione nucleare (TNP).
 
Il TNP riconosce a soltanto cinque paesi il diritto di possedere un arsenale nucleare: Cina, Francia, Gran Bretagna, Russia e Stati Uniti. Tutti gli altri aderenti rinunciano al possesso di armi nucleari, avendo però diritto allo sviluppo di una propria industria nucleare civile (sotto sorveglianza internazionale per evitare diversioni militari). Nel contempo, nello stesso trattato, le potenze nucleari si impegnano a negoziare in buona fede misure di disarmo. Oggi, tutti gli Stati del mondo aderiscono al TNP – con l’eccezione di India, Israele e Pakistan che, restandone al di fuori, hanno ciascuno approntato un certo numero di testate nucleari.
 
Questo ordine nucleare mondiale – deterrenza con un po’ di disarmo per alcuni, rinuncia per altri, haves and have-nots – emerge alla fine degli anni sessanta, regge con fatica alla fine della guerra fredda, ma comincia a mostrare crepe vistose verso la fine degli anni novanta. Non solo India e Pakistan si dotano di armi nucleari. Ma anche diversi Stati non nucleari membri del TNP danno chiari segni di interesse per un arsenale nucleare: Corea del Nord, Iraq, Iran sono i casi più eclatanti.
 
Quello che ho chiamato il pensiero dominante comincia finalmente a dubitare della tenuta di lungo periodo di un regime internazionale basato su una discriminazione così sfacciata. Se i vantaggi della deterrenza superano gli svantaggi, tutti vogliono le armi nucleari. Se queste, viceversa, sono good for nothing but killing, allora è logico che vi rinuncino tutti.
 
Ma la mazzata finale arriva nel 2001, l’undici settembre. Perché la deterrenza per funzionare richiede un avversario razionale, uno che si lasci dissuadere dalla minaccia di annientamento per rappresaglia. Un governo generalmente lo è. Non così un’organizzazione terroristica, in particolar modo una come Al-Qaeda che fa ampio ricorso alle azioni suicide. Nessuno dubita che se Al-Qaeda avesse un ordigno nucleare, anche rudimentale, lo userebbe. Ancora qualche anno e nella mente della elite nucleare per eccellenza, cioè l’establishment politico-diplomatico statunitense la transizione delle armi nucleari da asset a liability è completata. Le supposte virtù della deterrenza impallidiscono rispetto all’urgenza di impedire la proliferazione verso Stati e organizzazioni terroristiche.
 
A sancire il completamento della transizione è appunto il seminario alla Hoover dell’ottobre 2006 che ho citato all’inizio. Da quel seminario scaturirà un appello all’abolizione delle armi nucleari firmato da Shultz, Henry Kissinger, William Perry e Sam Nunn e pubblicato dal Wall Street Journal il 4 gennaio del 2007. All’appello risponderanno positivamente quasi tutti gli ex segretari di Stato e alla difesa statunitensi viventi. E l’abolizione delle armi nucleari, almeno come obiettivo di lunga lena, entrerà nel 2008 nel programma elettorale sia di John McCain, sia del vincitore e ora presidente, Barak Obama.
 
Gli eventi di questi giorni – firma del nuovo trattato Start Usa-Urss per la riduzione delle armi nucleari strategiche, approvazione della nuclear posture review e nuclear security summit – costituiscono il culmine di un anno di lavoro della nuova amministrazione americana in direzione del nuovo paradigma.
 
Dei tre eventi citati, il meno innovativo è proprio il trattato. Anche se indispensabile per far ripartire un dialogo strategico tra le due maggiori potenze nucleari che si era arenato durante l’amministrazione Bush, questo accordo condivide i difetti di tanti suoi predecessori – ovvero quello di stabilire limiti quantitativi per testate e vettori così comodi da comportare poca o punto riduzione, e quello di non prevedere nulla per lo smantellamento delle testate ritirate dal servizio attivo. Diciamo che è soprattutto una misura di fiducia utile per trattative future più impegnative, che ha l’ulteriore vantaggio di essere abbastanza blanda da scoraggiare l’opposizione parlamentare nei due paesi al momento della ratifica.
 
Anche la nuclear posture review è un compromesso tra tradizione e innovazione. Tuttavia vi compaiono numerosi elementi del nuovo paradigma, cominciando dal ruolo attribuito alle armi nucleari che non è più quello di scoraggiare qualunque aggressione contro gli Stati Uniti ma, “fondamentalmente” almeno, quello di scoraggiare un attacco nucleare contro gli Stati Uniti e i loro alleati. Sembra un cambiamento da poco, ma è invece molto importante limitare il ruolo delle armi nucleari alla dissuasione dell’uso di altre armi nucleari perché implica che se nessuno le possiede tutti possono farne a meno.
 
L’altra parte innovativa è l’enfasi sulla non-proliferazione delle armi nucleari, sia verso attori statali, sia verso organizzazioni terroristiche. “Una componente critica – vi si legge – dello sforzo degli Stati Uniti di andare verso un mondo libero da armi nucleari sarà guidare le iniziative internazionali per ricostruire e rafforzare il regime globale di non-proliferazione: per la prima volta la nuclear posture review del 2010 mette questo obiettivo in cima alla lista di priorità dell’agenda nucleare statunitense”.
 
Il nuclear security summit è stato d’altronde pienamente coerente con questo obiettivo, essendosi concentrato su un problema specifico: mettere in sicurezza nei prossimi quattro anni tutto il materiale fissile – uranio altamente arricchito e plutonio – necessario per la manifattura di un ordigno nucleare. Il TNP prevede che si svolga una conferenza di revisione ogni cinque anni. Si può tranquillamente affermare che quella che si aprirà tra poco, il 3 maggio, a New York parte sotto gli auspici migliori mai registrati.
 
Naturalmente la strada per arrivare al disarmo nucleare totale è lunga. Barak Obama, in un discorso tenuto a Praga su questi argomenti il 5 aprile del 2009, ha dichiarato che è probabile che questo obiettivo non verrà raggiunto nello spazio della sua vita. Ma un primo, fondamentale passo è stato fatto: quello di considerare le armi nucleari non più come una sorta di garanti della pace ma per quello che sono, armi di sterminio di massa, good for nothing but killing su una scala semplicemente inimmaginabile.
 
I prossimi passi sono la ratifica del nuovo Start appena firmato, quella (per niente scontata al Senato americano) del trattato per la messa al bando totale degli esperimenti nucleari, l’avvio del negoziato per la messa al bando della produzione di materiale fissile per ordigni e poi ulteriori riduzioni degli arsenali strategici e non – prima di Stati Uniti e Russia, ma poi anche delle altre potenze nucleari – che prevedano lo smantellamento effettivo delle testate tolte dal servizio e la messa in sicurezza del loro materiale fissile.
 
E l’Italia, cosa può fare? L’Italia è membro del TNP e non ha armi nucleari proprie, ovviamente, anche se avrebbe i mezzi materiali e il know how per costruirle semmai lo volesse. Il nostro primo ministro, Silvio Berlusconi, ha preso parte al nuclear security summit esprimendo l’augurio a nome di tutto il paese che il mondo arrivi a liberarsi delle armi nucleari.
 
Ma la storia non finisce qui, purtroppo, perché l’Italia ospita testate nucleari cosiddette tattiche (bombe per aerei) americane in due basi: una ad Aviano (50 testate stimate) per cacciabombardieri americani e l’altra a Ghedi-Torre (40 testate stimate) per cacciabombardieri italiani. Questa roba è un relitto del passato, degli anni più bui della guerra fredda, prima ancora dell’entrata in vigore del TNP, quando gli americani per evitare che gli alleati europei della NATO facessero tutti come i britannici e i francesi – cioè si dotassero in proprio di armi nucleari – schierarono in territorio europeo migliaia di testate tattiche, parte delle quali destinate a essere accoppiate a vettori in possesso degli alleati.
 
Da migliaia che erano si sono ridotte oggi a un paio di centinaia di bombe in cinque paesi della NATO: Belgio, Olanda, Germania, Italia e Turchia. E indovinate? I governi di Belgio, Olanda e Germania hanno detto a chiare lettere che – proprio in nome della marcia verso un mondo libero da armi nucleari – se gli americani le ritirano sono contenti. Mentre il governo italiano, come quello turco, tace.

Top