Il Nobel della concordia… o quasi

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Qualche giorno dopo l’assegnazione del Premio Nobel per l’Economia a Oliver Williamson e Elinor Ostrom giova commentare le reazioni di economisti e scienziati sociali italiani alla scelta dell’Accademia di Svezia. Tale assegnazione è stata accolta positivamente sia da commentatori Riformisti (leggasi Giulio Napolitano e Antonio Nicita su IlSole24Ore) sia da commentatori Liberisti (leggasi Alberto Mingardi). Tale unanimità di giudizio è dovuta al fatto sia Williamson sia Ostrom, partendo dal filone economico originato grazie ai contributi del premio Nobel Ronald H. Coase, si pongono in un’ottica intermedia tra mercato e stato; in generale, lo scambio puro di mercato o la pianificazione pura di stato incorrono in costi e fallimenti. Dati questi costi e fallimenti, la Ostrom – dal lato dei beni collettivi (commons) – e Williamson – dal lato della produzione in team – hanno avanzato interessanti contributi sulla governance di tali contesti. Con il medesimo approccio, quindi, mostrano sia le inefficienze derivanti da un fallimento di stato (avallando le argomentazioni dei liberisti) sia quelle derivanti da un fallimento di mercato (avallando le argomentazioni dei riformisti). La scelta dell’accademia è quindi “innocua” dal punto di vista politico…
Se sui giornali i commenti, come visto, sono abbastanza positivi, meno euforia si respira nei blog, soprattutto quelli di e per economisti. Tra le critiche più ricorrenti viene sottolineato il fatto che mentre Williamson è da anni uno dei papabili, la Ostrom è una sorpresa. E’ indubbio che la caratura accademica di Williamson non è paragonabile a quella di Ostrom. Forse l’accademia ha voluto forzare tale assegnazione per premiare una donna (che poi è la prima donna a vincere tale premio)? Su noisefromamerika si fa presente che nel solito campo di ricerca forse il premio poteva essere assegnato ad altri economisti come Avinash Dixit, Oliver Hart o Jean Tirole che probabilmente hanno una riconoscibilità accademica quasi pari a quella di Williamson ma di certo superiore a quella della Ostrom.
Sul blog del dipartimento di Economia Politica di Siena si fa notare che il background accademico della Ostrom non è propriamente economico (di fatto ha tutti titoli in Scienze Politiche), a conferma che ancora un volta il premio Nobel per l’economia è andato a chi non aveva una formazione strettamente economica. Ci si domanda sul medesimo blog quindi, “non sarà mica che gli economisti di formazione hanno qualche difficoltà ad identificare le “domande interessanti”? Tra le risposte c’è chi avanza che “gli economisti si comportano come Marzullo: si faccia una domanda e sia dia una risposta…”. In generale le risposte offerte dagli economisti sono in larga parte suffragate da complessi modelli matematici (anzi, capita che da un modello stilisticamente ineccepibile si cerca la domanda che lo possa rendere interessante e realistico). E difatti una critica avanzata dal sito noisefromamerika è lo scarso utilizzo da parte dei due vincitori di strumenti rigorosi come la matematica o statistica; si dice in particolare, che i due autori raccontano “un tot di fatti, non sistematicamente o statisticamente analizzati”.
Non ci addentriamo troppo su un terreno scivoloso, ma proviamo a presentare un possibile risvolto. L’assegnazione del premio Nobel 2009 può segnare un punto cruciale per il filone di ricerca denominato Economia delle Istituzioni. Nella prima metà del secolo scorso con Thorsten Veblen, John Rogers Commons, Robert Lee Hale, John Maurice Clark e molti altri, l’Istituzionalismo era il mainstream economico; poi velocemente decadde a causa, secondo chi scrive, di un’ideologizzazione dell’economia: gli istituzionalisti erano troppo moderati per essere filo-keynesiani e troppo riformisti per essere filo-liberisti. Ostrom e Williamson sono di certo due continuatori di questi Istituzionalisti americani, in un contesto per giunta post-ideologico.
 

Purtroppo o per fortuna, l’avanzare dell’economia delle istituzioni comporterà maggiore impegno e interesse a recepire i contributi provenienti da altre materie, che, al pari dell’economia, hanno come soggetto l’uomo e le sue interazioni (es. diritto, sociologia, psicologia, etc.) più che a rappresentare matematicamente gli assunti e i teoremi conseguenti.

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