Il Governo propone (anche) la riforma del welfare previdenziale

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 Il Governo presenta al Parlamento un disegno di legge delega per riordinare la spesa sociale, con particolare riferimento a quella previdenziale.

 Un progetto, già approvato, lo scorso 28 luglio, del quale il ministro Tremonti ne ha ribadito la piena attualità, nonché l’assoluta iter-dipendenza con la super manovra da quarantacinque miliardi di euro licenziata dall’Esecutivo con il decreto legge adottato il 12 agosto appena trascorso.
 

Un percorso inteso a frenare, tra l’altro, il dilagare delle pensioni di invalidità e delle indennità di accompagnamento, incrementate da sei a sedici miliardi in soli quattro anni, e fare quindi emergere i cosiddetti falsi invalidi.

Un modo per contribuire alla riduzione del deficit pubblico, per un valore di almeno quattro/cinque miliardi l’anno.

Ma c’è di più.

Il disegno di legge delega prevede un intervento “a gamba tesa” su tutto il sistema pensionistico di “seconda mano”. Ovverosia su quello fondato sulla reversibilità, che dovrebbe essere basato su nuovi indici di bisogno e non già, esclusivamente, sui rapporti di stretta parentela tra il defunto e i suoi superstiti.

Come dire, avrai diritto alla pensione del de cuius solo se rientri in alcune categorie di “povertà”, accertate attraverso indicatori necessari ad individuare la situazione economica dei singoli cittadini/aspiranti. Quest’ultima stimata in un unico contesto con il loro nucleo familiare, tenendo conto non solo del reddito prodotto ma anche della loro ricchezza capitalizzata. Cioè del patrimonio familiare.
 
Il presupposto su cui fonda il disegno di legge delega è, dunque, quello di riqualificare e integrare le prestazioni socio-assistenziali in favore dei “soggetti autenticamente bisognosi”.

Ciò allo scopo di liberare risorse per destinarle in quegli ambiti di intervento pubblico ove vi è maggiore necessità economica (Draghi, docet).
Un processo frequentabile e realizzabile, prima di tutto, attraverso il ricorso ad un sistema di controllo reale ed efficiente, in grado di assicurare una maggiore correttezza nelle procedure e, nel contempo, di scovare chi gode, indebitamente, di privilegi economici e di servizi agevolati.

Un dovere, quest’ultimo, che andrà ad essere esercitato con la dovuta capacità ed efficienza, ma anche con doverosa ragionevolezza.

Insomma, occorre evitare l’insediamento di quel clima “poliziesco” – che da rivoluzioni simili naturalmente deriva – che vada ad ostacolare o, peggio ancora, ad impedire, a chi ne ha diritto, di conseguire tempestivamente quanto dovuto.

Un disagio sopportato dai cittadini/istanti in quanto gli organismi tecnici, deputati al riconoscimento ordinario dello status di invalido, vanno spesso ad assumere il vezzo di rinviare al giudice competente la decisione che è di loro stretta competenza istituzionale. Ciò perché ossessionati dalla latente preoccupazione di incappare in eventuali responsabilità penali e contabili.
Un rischio verosimile, quello appena accennato, specie se messo in relazione con quanto previsto nella recente “manovra correttiva” (decreto legge 98/11, convertito nella legge 111/11), più esattamente nell’art. 38, che ha introdotto l’art. 445 bis nell’attuale codice di procedura civile.

In tale precetto, il Governo ha, infatti, previsto una tipica norma di sbarramento al dilagare delle cosiddette “pensioni facili” di invalidità.
In buona sostanza, tale norma prevede, nell’ipotesi in cui un cittadino voglia intraprendere un giudizio di riconoscimento della sua causa invalidante – già negato in sede di ordinario accertamento tecnico-sanitario – che lo stesso debba sottoporsi ad una ulteriore visita medica preventiva.

Più precisamente, il Tribunale adito dovrà disporre, nelle more dell’esordio delle procedure giudiziali vere e proprie, l’espletamento di uno specifico accertamento tecnico-sanitario preventivo, da eseguirsi a cura di un consulente tecnico d’ufficio, che – in quanto tale – andrà a costituire una condizione di procedibilità.
La ratio dell’integrazione al codice di procedura civile è, tuttavia, da condividersi perché finalizzata a smaltire il contenzioso specifico esistente (imponendo, tra l’altro, l’estinzione di processi pendenti al 31 dicembre 2010 di valore non superiore a 500 euro), ma soprattutto perché realizza l’effetto di accelerare i processi in materia previdenziale, oggi di irragionevole durata.

Ciò in linea con la Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali.
Lo scopo del legislatore – che aspira ad ottenere la delega dal Parlamento (ex art. 76 Cost.) – è per molti versi condivisibile, specie nella parte in cui si propone di rimettere in circolo l’equivalente dell’indebita percezione delle pensioni/indennità fasulle. Ma lo è anche nel progetto di armonizzare i “diversi strumenti previdenziali, assistenziali e fiscali di sostegno alle condizioni di bisogno”, in modo da evitare le dispendiose duplicazioni di servizi e le sovrapposizioni di privilegi.
In una tale ottica, è apprezzabile (finalmente) la volontà di realizzare una gestione integrata del welfare assistenziale con quello previdenziale, sì da realizzare un unicum monolitico socio-sanitario e socio-assistenziale.

Un processo che dovrà essere definito responsabilizzando al massimo tutti i livelli di governo, nazionali e territoriali, in tema di utilizzo delle risorse dedicate ad hoc e dei relativi controlli.

Questi ultimi da divenire autenticamente severi, e non già – come è accaduto sino ad oggi – soventemente asserviti alla politica per rafforzare l’esercito delle sue clientele più tradizionali.
 

 

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