Il decreto per autonomia di entrata delle regioni a statuto ordinario: un metodo vantaggioso ma attenzione ai rischi – 1/2

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 1. Premessa
Il Consiglio dei Ministri il 7 ottobre 2010 ha licenziato, in esame preliminare, uno schema di decreto legislativo che potrebbe ragionevolmente essere definito omnia per la vastità dei suoi contenuti regolativi. Esso reca, infatti, le disposizioni afferenti:
a) l’autonomia di entrata delle regioni a statuto ordinario e, con essa, la rivisitazione dell’attuale disciplina tributaria;
b) l’autonomia di entrata delle province;
c) l’istituzione dell’universo perequativo;
d) i costi standard e i fabbisogni standard nel settore sanitario.
A ben vedere, trattasi di una opzione “a risparmio” ovvero di una scelta strumentale per guadagnare tempo in un periodo in cui si paventa una crisi di governo, atteso che il testo approvato preliminarmente dal Consiglio dei Ministri – già sottoposto all’esame istituzionale del Parlamento, per l’adozione del prescritti pareri, previa l’intesa da sancire in sede di Conferenza Unificata, ai sensi dell’art. 2, comma 3, della legge n. 42/09 – riassume quanto precedentemente programmato in almeno tre distinti provvedimenti legislativi (uno per l’autonomia impositiva delle regioni, un altro per le province e, dunque, quello sui costi e fabbisogni standard).
Il testo condiviso dall’Esecutivo si compone di 27 articoli, suddivisi in cinque capi, di cui:

il primo, con riferimento alle regioni a statuto ordinario, regola l’autonomia tributaria, la soppressione dei trasferimenti statali, la classificazione delle spese e il loro finanziamento, il fondo perequativo;

il secondo, con riferimento alle province comprese nel territorio delle regioni a statuto ordinario, regola l’autonomia tributaria, la soppressione dei trasferimenti statali e regionali, i fondi sperimentali di riequilibrio (uno statale e uno regionale);

il terzo disciplina il sistema perequativo nei confronti degli enti locali;

il quarto riguarda la determinazione dei costi e fabbisogni standard nella sanità;

il quinto e ultimo contiene le norme finali ed esplicita le abrogazioni.

 
Dato il carattere ancora provvisorio del decreto qui esaminato, nel testo che segue ci si limiterà a fornire alcune indicazioni sulle disposizioni in esso contenute, indipendentemente dalla loro collocazione tra i vari Titoli, in relazione ai temi seguenti: finanza regionale, finanza delle province, finanza degli enti locali, costi e fabbisogni standard in sanità.

 
2. Norme in materia di finanza regionale
2.1 Le entrate tributarie
Nello schema di decreto, le entrate tributarie delle regioni sono costituite da tributi “propri” (in quanto comunque manovrabili da parte di ciascuna), e da compartecipazioni “geografiche” a tributi erariali (cosiddette in quanto il gettito dovrà essere attribuito in funzione di quanto prodotto nel territorio di ciascuna regione). A loro volta, i tributi propri si distinguono in “derivati” in quanto istituiti e in parte disciplinati con legge dello Stato, e in “autonomi” in quanto istituiti e regolati con legge regionale.
Per quanto riguarda i tributi propri autonomi, le indicazioni contenute nel testo sono molto scarne. Ai sensi dell’art. 25, le regioni potranno istituire nuovi tributi, in relazione a presupposti non assoggettati ad imposizione da parte dello Stato. Il gettito dovrà concorrere al finanziamento delle spese relative a funzioni non protette da Lep, ma dovrà anche compensare la perdita di entrate connesse alla cancellazione di alcuni degli attuali tributi minori (a meno che non vengano ridotte le spese). L’istituzione di tali tributi, supponendo che si trovino basi imponibili “libere”, appare comunque più facile nelle regioni ad elevata capacità fiscale, cioè in quelle più ricche in termini di Pil pro-capite.
Decisamente più articolate sono, invece, le disposizioni sulle altre tipologie di entrate tributarie. Lo schema di decreto, infatti, introduce alcune innovazioni, in primo luogo in materia di tributi propri derivati. Come viene spiegato in dettaglio nei punti successivi, esse riguardano l’Addizionale Irpef, l’Irap e la Tassa automobilistica. Inoltre, con l’art. 7. c.1, vengono soppressi alcuni degli attuali tributi propri derivati1.
In secondo luogo lo schema di decreto interviene in materia di compartecipazioni, da un lato sopprimendo, dal 2012, quella al gettito dell’accisa sulla benzina (1,7 miliardi, secondo la Relazione), trasferita alle province (art. 7,c. 3) e, dall’altro, introducendo quella “geografica” al gettito dell’Iva, pure esaminata in dettaglio nei punti successivi.
In definitiva, il grosso delle entrate tributarie delle regioni a statuto ordinario, nel nuovo assetto, deriverà soprattutto dalla compartecipazione all’Iva, dall’addizionale Irpef e dall’Irap. Inoltre, l’addizionale Irpef e l’Irap, rappresenteranno, come del resto avviene attualmente, il fulcro dell’autonomia impositiva di questo livello di governo.

Dettagli sull’addizionale Irpef.
Aliquota base (art. 2). Inizialmente l’aliquota di base sarà quella attuale (0,9%). Dal 2012, tuttavia, tale aliquota dovrà essere maggiorata (non è specificato di quanto), per sostituire le entrate derivanti dai trasferimenti dello Stato alle regioni aventi carattere di generalità , soppressi in base all’art.6 (circa 6 miliardi, secondo la COPAFF) e del gettito della compartecipazione regionale all’accisa sulla benzina, trasferita alle province. In pratica la maggiorazione dovrebbe essere tale da produrre un gettito pari a più del doppio di quello attuale (5,3 miliardi, secondo i dati Copaff).
Manovrabilità (art. 5). Attualmente le regioni possono solo elevare l’aliquota di base fino all’1,4%, anche in modo differenziato per livelli di reddito imponibile. In base allo schema di decreto, gli ambiti di manovrabilità del tributo si amplieranno notevolmente. Le regioni potranno infatti introdurre sia incrementi discrezionali dell’aliquota base (+0,5% fino al 2013, +1,1% per il 2014, + 2,1% dal 2015), che riduzioni (senza limiti espliciti, a patto che il gettito non sia inferiore all’ammontare dei trasferimenti regionali correnti ai comuni, da sopprimere ai sensi dell’art.8). Per gli incrementi sono previste alcune condizioni di ammissibilità: 1) non più dello 0,5% se è stata disposta la riduzione dell’Irap; 2) non oltre lo 0,5% per i primi due scaglioni di reddito, a carico dei titolari di redditi da lavoro dipendente e da pensione. Le regioni potranno anche introdurre aliquote differenziate – ma solo entro gli scaglioni di reddito previsti dallo Stato per l’Irpef – e potranno prevedere detrazioni in favore delle famiglie, maggiorando quelle statali, nonché detrazioni in sostituzione di sussidi, voucher, buoni servizio e altre misure di sostegno sociale. In ogni caso, la perdita di gettito connessa a riduzioni dell’aliquota o a detrazioni dovrà essere a carico del bilancio della regione che le preveda2.
Destinazione del gettito. Quello derivante dall’aliquota base, calcolato a base imponibile uniforme secondo modalità da definire, alle spese Lep (sanità, assistenza sociale, istruzione scolastica, TPL per la spesa in conto capitale)(art. 11, cc. 1 e 2). Il gettito restante alle “altre spese” (cioè quelle relative a funzioni non protette da Lep) (art. 11, c. 4) e, dal 2013, a sostituire i trasferimenti regionali correnti ai comuni (2,5 miliardi, secondo i dati COPAFF), soppressi in base all’art. 8. Infine, nelle regioni in cui il gettito standard pro capite sarà superiore alla media nazionale, ad alimentare il fondo perequativo per le “altre spese” delle regioni.

Dettagli sull’Irap.
Aliquota di base. L’aliquota di base resta al 3,90%, come attualmente.
Manovrabilità. Le regioni potranno aumentare o ridurre l’aliquota di base dell’1%, come attualmente. Potranno anche azzerare l’imposta, ovviamente con oneri a carico della regione. Tutte le manovre in diminuzione bloccano la possibilità di aumentare l’addizionale Irpef oltre lo 0,5% dell’aliquota base (art. 4).
Destinazione gettito. Il gettito derivante dall’aliquota base (o quello derivante dalle aliquote maggiorate per far fronte ai deficit sanitari) alle spese Lep (art. 11, cc. 1 e 2). La parte restante alle “altre spese” (art. 11, c. 4)
 
Dettagli sulla Tassa automobilistica.
La disciplina di questa imposta, come quella per gli altri tributi propri devoluti non menzionati in precedenza, rimane invariata3. Tuttavia sul gettito della Tassa automobilistica ogni regione dovrà introdurre, dal 2013, una compartecipazione a favore delle province sostitutiva dei precedenti trasferimenti regionali correnti (art. 15). Secondo i dati COPAFF, dovrebbe trattarsi di circa 2,7 miliardi, pari al 57% del gettito complessivo. Se la regione non provvede, lo Stato potrà intervenire con poteri sostitutivi.

Dettagli sulla compartecipazione geografica all’Iva.
Entrata in vigore. Come è noto, le regioni godono, già ora, di una compartecipazione all’Iva. Il suo gettito, tuttavia, confluisce nel fondo perequativo istituito dal d.lgs. 56/2000 ed è ripartito tra le regioni soprattutto per coprire la differenza tra il gettito delle entrate proprie (Irap, addizionale Irpef e ticket sanitari) e il fabbisogno stimato in sanità. In base all’art. 3, c. 2, dello schema di decreto, per gli anni 2011, 2012 e 2013, dovrebbe restare in vigore il sistema attuale. A partire dal 2014, invece, con l’avvio del fondo perequativo disciplinato nello stesso schema di decreto, la compartecipazione all’Iva dovrebbe essere determinata e ripartita come indicato di seguito. Il c. 3 dello stesso articolo precisa, tuttavia, che il nuovo metodo di riparto sarà avviato già dal 2013, ma dovrebbe trattarsi solo di un riparto teorico a carattere sperimentale.
Aliquota. Nello schema di decreto non si indica il valore dell’aliquota di compartecipazione, ma il metodo da utilizzare per individuarlo. In particolare, l’aliquota sarà quella sufficiente ad assicurare ad una regione un gettito che, sommato a quello standard degli altri tributi propri devoluti da utilizzare per il finanziamento delle spese Lep (addizionale Irpef e Irap), copra il fabbisogno stimato per tali funzioni (art. 3 e art. 11 c. 3). Per questa regione è previsto che, se il gettito effettivo dell’Iva risultasse inferiore alle previsioni, lo Stato coprirà la differenza. In caso contrario, il maggior gettito effettivo sarà acquisito dallo Stato (art. 11, c. 6)
Metodo di riparto. Il riparto del gettito di questa compartecipazione all’Iva – perché, come si vedrà, lo schema di decreto ne prevede anche un’altra, destinata al fondo perequativo – dovrà avvenire in base a quello prodotto in ogni regione.
Destinazione gettito. Il gettito dovrà essere utilizzato per il finanziamento delle spese LEP

 
2.2 Il fondo perequativo
Prima di entrare nel merito della disciplina del fondo perequativo è necessario richiamare le tipologie di spesa delle regioni previste nello schema di decreto e le entrate prioritariamente destinate al finanziamento di ciascuna.
Le tipologie di spesa, in base all’art. 10, sono distinte in: spese relative ai livelli essenziali di prestazioni nelle materie sanità, assistenza sociale, istruzione scolastica, trasporto pubblico locale e quelle ulteriori eventualmente individuate con legge dello Stato; e spese relative alle altre materie.
In base all’art. 11, il finanziamento delle due tipologie di spesa sopra indicate, sarà assicurato:

per la prima (spese Lep), dal gettito dell’addizionale Irpef, dell’Irap, della compartecipazione geografica all’Iva e delle entrate proprie (ticket) “nella misura convenzionalmente stabilita nel riparto delle disponibilità finanziarie per il Servizio sanitario nazionale per l’anno 2010” (comma 1);

per la seconda (“altre spese”), da quote del gettito dell’addizionale Irpef sommato a quello residuo dell’Irap, a quello degli altri tributi propri derivati e degli eventuali tributi propri autonomi (comma 4).

 
Ma al finanziamento delle due tipologie di spesa, a partire dal 2014, concorreranno anche, sia pur non in tutte le regioni, le assegnazioni del fondo perequativo, diviso in due sezioni (una per le spese Lep e una per le “altre spese”), disciplinate sempre all’art. 11. Di seguito si forniscono alcuni dettagli su ciascuna delle due sezioni.
Dettagli sulla sezione del fondo perequativo destinata alle spese Lep (cc. 5 e 6).
Alimentazione. La sezione sarà alimentata da una compartecipazione al gettito dell’Iva (ulteriore rispetto a quella distribuita tra le regioni in base al criterio geografico). L’aliquota sarà quella sufficiente a garantire l’obiettivo del fondo (vedi punto successivo).
Obiettivo della perequazione. Le assegnazioni di questa sezione del fondo dovranno coprire in ogni regione, salvo quella che risulterà autosufficiente con il gettito standard dell’Irap e dell’Addizionale irpef e con la compartecipazione geografica all’Iva, la differenza tra il gettito standard dei tributi destinati alle spese Lep ed il fabbisogno standard per i Lep. Nel primo anno (2014) le spese coperte saranno quelle “storiche”, nei successivi 4 anni “dovranno convergere verso gli standard”. Il gettito standard dei tributi è calcolato al netto “delle variazioni di gettito prodotte dall’esercizio dell’autonomia tributaria, nonché dall’emersione della base imponibile riferibile al concorso regionale alla lotta contro l’evasione e l’elusione fiscale” (art. 12, c.4). Eventuali eccessi del gettito effettivo rispetto al gettito previsto, vengono acquisiti al bilancio dello Stato (se invece, il gettito effettivo fosse inferiore, non è prevista una tutela per le regioni).
Regioni beneficiarie. Delle assegnazioni beneficeranno tutte le regioni, meno quella “autosufficiente”.

Dettagli sulla sezione del fondo perequativo destinata alle “altre spese” Lep (c. 7).
Alimentazione. Questa sezione del fondo sarà alimentata da una quota del gettito standard dell’addizionale regionale Irpef. Le regioni dove il gettito standard pro capite dell’imposta è inferiore alla media nazionale potranno trattenere tutto il gettito. Al contrario, quelle dove il gettito standard pro capite è superiore alla media nazionale dovranno cederne una parte, per ora non specificata, a questa sezione del fondo;
Obiettivo della perequazione. E’ quello di ridurre le differenze di capacità fiscale tra le varie regioni (calcolata sul gettito standard dell’addizionale irpef) fino ad un livello per ora non specificato ed in modo tale da non determinare una inversione della graduatoria delle capacità fiscali regionali. Va osservato che l’assenza di indicazioni circa il tetto fino al quale, con le assegnazioni di questa sezione, verrà ridotta la differenza tra capacità fiscale media nazionale e la capacità fiscale delle singole regioni nelle quali essa risulti inferiore a quella media nazionale, impedisce qualsiasi previsione sulla futura efficacia di questa sezione del fondo, essenziale per consentire il finanziamento ordinario delle “altre spese” nelle regioni del mezzogiorno. Nel 2014, tuttavia, il fondo dovrebbe coprire la spesa storica. Solo dal 2015, nel riparto assumerà progressivamente un peso maggiore il parametro della differenza di capacità fiscale.
Regioni beneficiarie. Delle assegnazioni beneficeranno solo le regioni con capacità fiscale standard, relativamente al gettito dell’Addizionale Irpef, inferiore alla media nazionale. Nell’ambito di queste regioni, è previsto che operi una clausola di favore per quelle a bassa popolazione residente. Non è tuttavia specificata né la misura della clausola di favore, né la soglia di popolazione sotto la quale essa sarà applicata.

2.3 I trasferimenti vincolati
L’art. 6 dello schema di decreto dispone la soppressione, dal 2012, di “tutti i trasferimenti statali di parte corrente alle regioni a statuto ordinario aventi carattere di generalità e permanenza e destinati all’esercizio delle competenze regionali, ivi compresi quelli finalizzati all’esercizio di funzioni da parte di comuni e province”(restano tuttavia in vigore quelli di cui alla tabella b allegata alla legge 549 del 1995, destinati soprattutto alle regioni del mezzogiorno). Per i trasferimenti dello Stato relativi alle funzioni delle regioni, le minori entrate dovrebbero essere recuperate attraverso la maggiorazione dell’aliquota di base dell’addizionale Irpef, come si è osservato nel commento dedicato a questa imposta. Per i trasferimenti dello Stato alle regioni destinati all’esercizio di funzioni comunali, invece, il recupero delle minori entrate non sembra assicurato e ciò spiega l’obbligo previsto a carico delle regioni di esercitare la propria autonomia tributaria al fine di assicurare il rispetto dei termini previsti per la soppressione di tali trasferimenti.
Con l’attuazione del decreto, quindi, nei bilanci delle regioni non dovrebbero più figurare trasferimenti vincolati aventi carattere di generalità e permanenza. Ciò nonostante, l’art. 19 ne prevede l’istituzione di due nuovi. Tale articolo, infatti, modifica la disciplina dei trasferimenti perequativi dello Stato a comuni e province su vari fronti, tra i quali quello dell’assegnazioni di tali risorse. Finora a tale adempimento ha provveduto direttamente lo Stato. Dal 2016, invece, le risorse provenienti da tali fondi, uno per le province ed uno per i comuni, verranno fatte “transitare” per i bilanci delle regioni. Queste, a loro volta, dovranno istituire “due fondi” (perequativi di secondo livello), alimentati con le risorse assegnate dallo Stato e, entro venti giorni dal ricevimento delle risorse, in base al comma 9, dovranno ritrasferirle ai singoli enti beneficiari, seguendo i criteri fissati in Conferenza unificata (Stato-regioni-enti locali), pena l’intervento sostitutivo dello Stato. In base al comma 8, le regioni potrebbero tuttavia intervenire sui criteri di riparto previo accordo con gli enti locali (ad esempio, utilizzando i Consigli delle autonomia locali), ma sempre rispettando le indicazioni di cui al comma 4 dell’art. in esame.

 
3. Le norme in materia di finanza delle Province
La formulazione normativa del legislatore delegato in tema di finanziamento delle province cela, di fatto, la sua volontà repressa di cancellare dall’ordinamento una siffatta tipologia di ente locale, dal momento che non ha profuso sforzo alcuno per individuare fonti di finanziamento più articolate, limitandosi a rintracciarle tra i soli tributi connessi al trasporto su gomma. Un progetto annunciato e ampiamente condiviso, quello di abrogare le province, poi messo da parte, per la cui realizzazione necessiterebbe, tra l’altro, un intervento di ben altra portata legislativa, per l’appunto, di rango costituzionale.
Dal 2012 in poi sarà, pertanto, devoluta alle medesime – a mo’ di tributo derivato – l’imposta sulle assicurazioni contro la responsabilità civile derivante dalla circolazione dei veicoli a motore, fatta eccezione per i ciclomotori, che è pari al 12,5%. Una imposta che potrà essere incrementata a cura delle amministrazioni provinciali, a decorrere dal 2014, in una misura tuttavia non superiore al 2,5%.
Alle province viene, quindi, rimesso l’obbligo di accertamento delle violazioni relative e sancita l’opportunità di stipulare convenzioni con l’Agenzia delle entrate per l’espletamento di tutta l’attività di liquidazione, accertamento, riscossione degli anzidetti tributi, nonché quella riguardante il relativo contenzioso.
Con la medesima decorrenza (2012), alle province delle regioni a statuto ordinario competerà – in perfetta coerenza argomentativa con la tassazione devolutale gravante sull’autotrasporto su gomma – una compartecipazione all’accisa sulla benzina nell’aliquota che sarà determinata, con un apposito d.P.C.M., a titolo di compensazione dei trasferimenti statali che saranno soppressi da un prossimo omologo provvedimento ad hoc da adottarsi a cura del Presidente del Consiglio dei Ministri.
Dallo stesso 2012 sarà di esclusiva spettanza dello Stato l’addizionale provinciale all’accisa sull’energia elettrica, a tutt’oggi in godimento delle amministrazioni provinciali.
Dall’anno successivo (2013), ogni regione provvederà, sua sponte, a sopprimere tutti i trasferimenti di parte corrente, comunque, disposti in favore delle province per il finanziamento delle loro spese ordinarie. A fronte di una tale soppressione, le regioni, ovviamente a statuto ordinario, avranno l’obbligo di individuare, con un proprio atto amministrativo ampiamente concertato con le province del loro rispettivo territorio, una loro compartecipazione alla tassa automobilistica sugli autoveicoli, da determinare in una misura almeno corrispondente ai soppressi trasferimenti.
Le province saranno finanziariamente collaborate, sino all’attivazione di quello ordinario individuato dall’art. 13 della legge n. 42/09, da un “Fondo sperimentale di riequilibrio”, finalizzato a contribuire progressivamente all’assunzione a regime della loro autonomia di entrata, alimentato dalla suddetta compartecipazione all’accisa sulla benzina.
Quanto all’individuazione dei fabbisogni standard definitivi, è fatto esplicito e ovvio rinvio all’approvazione da parte del Parlamento del Codice dell’Autonomie, ad oggi in corso di rallentato esame.

 
4. I fondi perequativi destinati agli enti locali
Lo schema di decreto in esame, prevede diversi fondi perequativi destinati a concorrere al finanziamento delle spese degli enti locali.
Il primo è il Fondo sperimentale regionale di riequilibrio previsto all’art. 8. A partire dal 2013, le regioni dovranno sopprimere tutti i trasferimenti correnti ai comuni e, per garantire entrate sostitutive di pari ammontare, dovranno disciplinare una compartecipazione dei comuni al gettito dell’addizionale regionale all’Irpef. In teoria, il gettito di questa compartecipazione dovrebbe essere distribuito in base al criterio geografico. Per evitare, tuttavia, che la distribuzione di tali risorse cambi radicalmente rispetto alla situazione attuale, concentrandosi sui comuni più ricchi, è previsto che il gettito dell’addizione confluisca nel fondo sperimentale istituito da ogni regione, e che, previo accordo con i comuni, siano stabilite le modalità di riparto nonché le quote che, anno per anno, sono devolute al singolo comune in cui si sono verificati i presupposti di imposta”.
Il secondo è il Fondo sperimentale di riequilibrio previsto all’art. 15. A partire dal 2013, dovranno essere soppressi anche i trasferimenti regionali correnti alle province. Per garantire entrate sostitutive, ciascuna regione dovrà istituire una compartecipazione, a favore di questi stessi enti, al gettito della Tassa automobilistica. Come nel caso precedente, per evitare drastici cambiamenti nella distribuzione territoriale delle risorse tra le province di ogni regione, è previsto che il gettito confluisca nel Fondo e che, previo accordo con le province, siano stabilite le modalità di riparto e le quote da assegnare, ogni anno, in base al criterio geografico.
Il terzo è il “Fondo sperimentale di riequilibrio provinciale” previsto all’art. 17. Come già detto, l’art. 14 prevede l’istituzione di una compartecipazione delle provincie al gettito dell’accisa sulla benzina, l’aliquota della quale sarà fissata in modo da garantire entrate sostitutive dei trasferimenti statali soppressi, nonché di alcune entrate tributarie anch’esse soppresse. L’art. 17, prevede che il gettito della compartecipazione all’accisa sulla benzina, confluisca, fino al 2014, nel fondo in oggetto, le cui modalità di riparto saranno stabilite previo accordo in Conferenza Stato- città ed autonomie locali.
Il quarto, e il più importante, è il “Fondo perequativo per comuni e province”, di cui all’art. 19. Il fondo, operativo dal 2016, è destinato ad assicurare il concorso al finanziamento delle funzioni svolte da questi enti, sarà istituito nel bilancio dello Stato e sarà diviso in due sezioni, una per i comuni ed una per le Province. L’articolo indica sia i criteri di riparto del fondo, sia le modalità di assegnazione delle risorse.
Per quanto riguarda i criteri, la ripartizione in favore dei singoli enti locali, dovrà avvenire – come già previsto nella legge 42/2009 – sulla base delle loro rispettive funzioni fondamentali, tenendo conto di due indicatori di fabbisogno. Il primo, afferente quello finanziario, in quanto tale, da determinarsi “come differenza tra il valore standardizzato della spesa corrente al netto degli interessi e il valore standardizzato del gettito dei tributi ed entrate proprie di applicazione generale”. Il secondo, relazionato alle infrastrutture, da valorizzarsi “in coerenza con la programmazione regionale di settore, per il finanziamento della spesa in conto capitale”, tenendo conto dei finanziamenti collaborativi dell’UE, messi a disposizione dei singoli enti locali, e dei vincoli cui i medesimi sono sottoposti (per esempio, il presupposto dell’addizionalità). Per la determinazione della spesa corrente standardizzata il legislatore sancisce un criterio estimativo preordinato, strumentale al suo corretto computo. Esso è conseguibile, al fine di determinare correttamente l’anzidetto indicatore di fabbisogno finanziario, sulla base di una quota uniforme per abitante differenziata “in relazione all’ampiezza demografica, alle caratteristiche territoriali, con particolare riferimento alla presenza delle zone montane, alla caratteristiche demografiche, sociali e produttive dei diversi enti”. A tali correzioni di determinazione economica si perverrà attraverso tecniche statistiche, “tenendo conto anche della spesa relativa a servizi esternalizzati o svolti in forma associata”.
L’art. 19 dello schema di decreto regola anche le modalità di assegnazione delle risorse, riprendendo quanto previsto nella l. 42. Attualmente, le quote dei fondi perequativi a favore di comuni e province sono assegnate direttamente dallo Stato ai singoli enti. Dal 2016, invece verranno fatte transitare per i bilanci delle regioni, che, come si è detto, dovranno ritrasferire entro 20 giorni, pena l’intervento sostitutivo dello Stato.
 

 

1 Le regioni, come già osservato, dovranno far fronte alle minori entrate riducendo le spese o introducendo nuovi tributi propri autonomi. Il gettito dei tributi soppressi è, comunque, di scarso rilievo (per il complesso delle regioni, inferiore agli 86 milioni, in base ai dati Copaff, citati nella relazione al decreto).

2 Le riduzioni discrezionali e le detrazioni sono escluse per le regioni impegnate nei piani di rientro dal deficit sanitario.

3 Tra questi si possono ricordare: la tassa per il deposito di rifiuti in discarica (200 milioni); l’addizionale sul consumo di gas metano (430 milioni), l’imposta regionale sul consumo di benzina (presente solo in alcune regioni, essendo facoltativa).

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