I motivi economici del declino nucleare

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Il breve paper “Le prospettive economiche di un rinascimento nucleare” che postiamo in contemporanea a questo stesso intervento, era già uscito su Crusoe due mesi fa, ma nella lingua in cui era stato scritto, l’inglese. Lo rendiamo disponibile anche in italiano, perché riteniamo contenga qualche informazione utile o utilizzabile nel dibattito sul nucleare civile, riapertosi anche in Italia a seguito dei gravi incidenti occorsi ad almeno tre dei sei reattori, nonché alle adiacenti piscine di raffreddamento delle barre di combustibile usato, della centrale giapponese di Fukushima Daiichi, innescati dal terremoto in Giappone dell’11 marzo 2011.
Il paper era stato pensato per un contesto dove al centro della discussione c’erano il disarmo e la non-proliferazione nucleari. Tra i rischi dell’uso civile dell’energia nucleare c’è anche quello della proliferazione – tutti i reattori producono inevitabilmente Plutonio, una delle due materie prime per le bombe atomiche – ed è per questo che la prospettiva di un “rinascimento nucleare” quanto meno non semplifica il disarmo e la non proliferazione.
Il senso del mio intervento, comunque, era appunto quello di argomentare che il destino dell’industria nucleare civile si decide su un altro terreno, quello economico. Costa meno produrre elettricità col nucleare rispetto alle alternative? Se sì, allora le prospettive di un “rinascimento nucleare” – termine molto in voga negli ultimi quattro-cinque anni – sono buone. Se no, sono scarse.
Dopo averle valutate alla luce della letteratura disponibile in materia, a me erano sembrate davvero scarse. C’erano già, anzi, i segni di un certo declino. La mia opinione è che non c’è da aspettare i rapporti ufficiali sugli incidenti di Fukushima per concludere che questo declino è destinato ad intensificarsi.
Il primo e più evidente colpo economico derivante da Fukushima è la sicura interruzione della tendenza ad allungare la vita operativa delle centrali, comprese quelle esistenti, portandola fino a sessanta anni. Simulazioni in cui gli alti costi capitali del nucleare venivano ammortizzati su una vita operativa (e un cash flow) così lunghi erano volte a rassicurare sulla redditività dell’investimento ed erano diventate de rigueur.
Adesso dovranno essere tutte riviste. Il governo tedesco, ad esempio, ha “sospeso” la decisione presa qualche mese fa proprio di prolungare il funzionamento delle proprie centrali e ha spento le 7 più vecchie, ed è probabile che finisca per chiuderle del tutto.
Senza i sussidi economici e le garanzie legali dei governi – non c’è compagnia di assicurazione al mondo disposta a coprire i rischi di un incidente nucleare – nessun privato ha mai investito nel settore nucleare. La liberalizzazione del mercato dell’elettricità, come dimostra non solo il caso britannico ma l’intera UE, è la migliore cartina di tornasole per farsi un’idea della redditività del nucleare. Su questo mercato concorrenziale gli operatori scelgono altre fonti di generazione, soprattutto il gas naturale – a meno che non intervengano sussidi economici e garanzie legali dei governi a convincerli diversamente.
Ma una volta che si entra sul terreno dei sussidi pubblici, i margini di profitto smettono di essere il fattore decisivo. Contano le lobby, l’abilità di convincere chi ha in mano i cordoni della borsa pubblica.
Come il nucleare, anche l’eolico e il solare sono ancora sotto la linea di galleggiamento, hanno bisogno di sussidi che compensino i maggiori costi di produzione rispetto ai combustibili fossili. Ma a parte il fatto che a quella linea si stanno avvicinando più rapidamente del nucleare, nella competizione per i sussidi dei governi – che si gioca anche nei cuori e nelle menti dell’opinione pubblica – l’eolico e il solare hanno diversi vantaggi.
La scala dei singoli progetti può essere molto, molto più piccola rispetto a una centrale nucleare, che è minimo 1000 MW. I tempi di costruzione sono molto più brevi. Non possono provocare incidenti nemmeno lontanamente paragonabili a Three Mile Island, Chernobyl o Fukushima. Non generano scorie radioattive che nessuno ha deciso dove mettere una volta per tutte. A proposito: con Fukushima abbiamo scoperto una cosa nuova, ovvero che le barre di combustibile usato rischiano anche loro un melt down se le piscine in cui le mettiamo temporaneamente (temporaneamente?) perdono l’acqua, e possono addirittura ridiventare critiche.
Eolico e solare, infine, non danno problemi di proliferazione nucleare.
Due cose molto semplici appesantiscono economicamente il nucleare portandolo fuori mercato. La prima è la pura complessità ingegneristica di tenere sotto controllo la reazione nucleare di fissione, visto che questa genera una quantità di energia che è cinquanta milioni di volte (5×10⁷) quella della reazione chimica di un comune processo di combustione. E la seconda è la sicurezza, cioè tutte le misure, ingegneristiche e di organizzazione del lavoro, necessarie a prevenire ed eventualmente fronteggiare i possibili incidenti.
Ora, ha un bel dire chi sostiene che la filiera dei combustibili fossili – dalle miniere di carbone, ai pozzi petroliferi, ai serbatoi di gas – fa più morti di tutti gli incidenti alle centrali nucleari finora avvenuti. La radioattività spaventa non per i morti che ha fatto o fa, ma per quelli che può fare su tempi incommensurabilmente lunghi – la radioattività del Plutonio si dimezza in 24.000 anni. Spaventa perché non è percepibile dai sensi, perché si insinua nella catena alimentare e perché è inestricabilmente legata alla bomba – a Hiroshima e Nagasaki e al rischio immanente di olocausto. E non è con la conta dei morti provocati in altri settori che si riuscirà a far accettare il nucleare dall’opinione pubblica.
C’è infine un ultimo punto che sfugge alla comprensione di chi scrive. Ovvero perché mai, soprattutto in Italia, siano proprio i mercatisti – quelli che più dicono di credere nell’economia di mercato – a difendere il nucleare, visto che è proprio il mercato, la concorrenza, il test che il nucleare fallisce. Il ragionamento secondo cui dovremmo costruire centrali in Italia invece di importare a buon mercato la sovrapproduzione elettrica del nucleare francese, è quanto di meno ricardiano esista, è uno sposare in ritardo le screditate teorie sull’import substitution che dovrebbero far inorridire qualunque convinto sostenitore del mercato. E poi Italia e Francia non stanno sullo stesso mercato (interno)?
Così com’è oggi, l’energia nucleare civile è una tecnologia da Soviet, da piano quinquennale. Su scala mondiale rappresenta meno del 14% dell’elettricità e meno del 5% dell’energia primaria. Davvero non possiamo perlomeno prendere tempo e aspettare che evolva ancora, diventando, si spera, più sicura e più competitiva?
 

 

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