I diritti dei pensionati, quelli dei lavoratori e delle giovani generazioni: per evitare il conflitto generazionale, i diritti acquisiti devono essere prima finanziati…

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La sentenza della Corte Costituzionale sull’indicizzazione delle pensioni ha sollevato reazioni vementi e non poteva che essere così. Va accettata ma è possibile fare tre ordini di considerazioni essenziali.

Innanzitutto gli aspetti giuridici. Non voglio affrontare nel merito la violazione degli artt. 36 e 38 in materia di proporzionalità e di adeguatezza delle pensioni. Il testo della sentenza è complesso e non sono un giurista; mi permetto solo di osservare che nella costituzione italiana esiste, oltre all’art. 53, anche l’art. 81 che esplicitamente prevede l’equilibrio tra entrate e uscite. Che fare quando, per far rispettare un articolo della costituzione, ne finisce per esser investito un altro anche se di segno opposto? Non valutare gli effetti economici delle decisioni appare, con tutto il rispetto, riduttivo. Si rischiava di far ricadere il paese nella procedura di infrazione europea per i disavanzi di bilancio.

Il secondo ordine riguarda gli aspetti economici. Come si può pensare che, visti gli effetti finanziari della sentenza (circa 18 miliardi + altri 10 annui a regime almeno) non ne sarebbe derivato un problema serio per il bilancio pubblico? La sentenza afferma, anche se in modo sofisticato, che le esigenze finanziare che hanno portato al blocco della perequazione non erano chiaramente motivate…. Più nello specifico, che non venisse motivata la scelta di scendere così in basso nel congelare la perequazione. Che doveva fare il governo nel 2011, portare il paese al default per giustificare il provvedimento? La storia dell’Argentina, del Messico e adesso della Grecia non hanno insegnato niente? Di fronte a una crisi economica severa niente è acquisito…. Si può pensare di poter decidere in una dimensione astratta dal contesto reale ed economico del paese in cui si è chiamati ad operare? È giusto occuparsi delle pensioni più basse, ci mancherebbe; ma che dovrebbero dire e fare allora le generazioni che adesso già lavorano o si affacciano sul mercato del lavoro e che non avranno in futuro, né il sistema retributivo, né la generosità dei trattamenti di quelle precedenti? Non meritano anche queste di essere tutelate e di aver diritto a una pensione adeguata?

L’argomento più importante è sicuramente quello dell’equità tra le generazioni e dei diritti acquisiti. Qui bisogno esser chiari e netti. I diritti acquisiti in senso generale non esistono, e comunque, dati gli sviluppi demografici e del mercato del lavoro,  negli attuali sistemi a ripartizione, non esistono più, punto e basta! Gli unici diritti acquisiti che hanno basi solide, economicamente e moralmente, sono quelli legati ai versamenti effettuati e ai rendimenti maturati.

Il Re di Francia era convinto di avere un diritto acquisito, che gli derivava da Dio ma abbiamo visto che fine ha fatto la sua testa…. Lo stesso per altre monarchie e governi nella storia. Essa testimonia rivoluzioni e movimenti che hanno ridefinito sempre, in ogni epoca e in profondità e in tutte le direzioni, vari tipi di diritti acquisiti, di tipo istituzionale, economico e civile – la schiavitù, il voto solo agli uomini e così via. Tutto dipende dal sentimento di giustizia ed equità che pervade le diverse epoche storiche, dalla forza dei governi rispetto alle varie forze sociali.

Ma restando alle pensioni, nel corso degli ultimi 30 anni, i governi si sono ben guardati di spiegare il vero significato di un sistema pensionistico a ripartizione, dove gli attivi, i lavoratori, pagano le prestazioni dei non attivi. Non essendoci nessuna accumulazione reale delle risorse prelevate con i contributi, che sono utilizzati per pagare subito le prestazioni pensionistiche dello stesso anno – le pensioni delle generazioni precedenti dei padri e dei nonni – per definizione è evidente che non vi sia nessun diritto acquisito! È per questo che vanno ribadite con forza le ragioni dei sistemi a capitalizzazione, proprio perché l’accumulazione è reale e il trasferimento di oneri tra le generazioni è notevolmente ridotto – questi sistemi sono molto più equi sul piano generazionale.

Le pensioni dipendono dalla disponibilità a pagare delle giovani generazioni e più in generale di quelle che lavorano. I governi possono imporre imposte, contributi, costringere con la forza a pagare, ma c’è un limite economico e politico, oltre il quale c’è la rivolta e i diritti acquisiti scompaiono. Come sosteneva von Hayek, preoccupiamoci dei diritti dei pensionati ma anche, in ugual misura, di quelli degli attivi che pagano: “forse è venuto davvero il tempo di soffermarsi in modo adeguato e senza pregiudizi sull’etica di un sistema, in cui non è la maggioranza di chi paga a determinare cosa si debba dare ai pochi sfortunati, ma è la maggioranza di chi incassa a decidere quanto prendere a una minoranza più ricca”.

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