I Blitz alle partite iva

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I blitz alle partite Iva servono. E servono per portare gettito. Come?  Inducendo a pagare più Iva non solo i (pochi) controllati, ma anche una piccola quota dei non controllati (che sono quasi la totalità). Per questo i blitz devono essere «inattesi», facendo in modo che i risultati siano «amplificati dai mezzi mediatici». Questo, in sintesi, il pensiero del Governo espresso a pagina 75 della nota di aggiornamento al Def presentata alla Presidenza del Senato il 23 settembre 2013  (pagina qui riprodotta nell’allegato in calce).

 

Si tratta, evidentemente, di uno strumento di contrasto in fase sperimentale. Per verificarne l’impatto, sul gettito dei periodi post-blitz, infatti, il Ministero ha messo sotto  osservazione i contribuenti appartenenti, per mestiere, al medesimo comparto dei controllati. Inoltre, al fine di “pesare”, anche sul piano della distanza territoriale, il raggio delle eventuali ricadute positive, le partite Iva osservate sono state prese da tre città (Milano, Torino e Genova), delle quali solo la prima è stata teatro di blitz nel 2012 (si ricorderà il comunicato stampa congiunto di Entrate-Comune del 30 gennaio 2012: «Operazione “movida” a Milano – Gli incassi crescono di oltre il 44% rispetto al sabato precedente»).

 

Su questa base, i tecnici del Ministero hanno monitorato l’Iva versata nei modelli F24, prima e dopo il blitz (dal 2009 al 2012). I dati sono stati assoggettati a due forme di elaborazione di tipo matematico. E la conclusione ufficiale della ricerca pilota, ancora in fase di studio, è stata che: «entrambe le analisi tendono a confermare un significativo effetto deterrente indotto dai blitz di Milano, anche se con un effetto persistenza molto limitato nel tempo». Non è chiaro se il campione monitorato nelle città di Genova e Torino sia rimasto del tutto indifferente ai blitz, ovvero se, al contrario, abbia registrato un incremento durato poco, come avvenuto a Milano.

 

Oida ha sempre pensato che nella fiscalità di massa hanno esiti devastanti – e per questo andrebbero tolti di mezzo – tutti gli strumenti repressivi finalizzati nient’altro che a intimorire il popolo delle partite Iva. Per questo i blitz, per intanto non dovrebbero essere chiamati blitz (parola che evoca piuttosto la cattura di un latitante), ma semmai normalissimi controlli.

 

Il punto è che per funzionare questi controlli non devono piovere una volta ogni vent’anni (come avviene oggi nei riguardi della massa dei 5 milioni di partite Iva, alle spalle dei pochi blitz intervenuti una tantum, e solo in poche città). Si deve trattare di controlli documentali brevi, svolti in un clima di serenità, che vanno ripetuti almeno una volta l’anno e inseriti in una strategia complessiva di più larghe vedute. Il fine, infatti, deve essere quello di creare, nei destinatari, la percezione di controlli “attesi”,  piuttosto che il contrario (e, cioè, la percezione di controlli “inattesi”, come erroneamente auspica il Governo). Chi scrive, su queste pagine non si è mai occupato specificamente dei blitz. Tuttavia alcune considerazioni puntuali fatte in passato anticipano il risultato della ricerca presentata il 23 settembre dal Governo.

 

Con l’occasione, è altresì il caso di evidenziare quanto pronosticato già da fine 2011 circa il sicuro fallimento cui era destinato il modello di redditometro varato il 25 ottobre 2011. Di seguito si riporta uno stralcio di quattro articoli scritti su crusoe.it: i primi tre – da (1) a (3) – riferiti al rapporto fra paura e fisco, il quarto – (4) – riguardante la funzione deleteria che ha avuto, per l’economia nazionale, il modello di Redditometro varato il 24 ottobre 2011.

 

(1)

«L’approccio moralistico ha solo l’effetto di concorrere a creare un clima di “paura da Fisco”. Ed è un effetto che, in realtà, in certe condizioni, si presta a rinforzare in qualche modo la tensione verso l’adempimento totale da parte dell’autonomo. Personalmente ritengo, tuttavia, che il gioco non sia mai a somma positiva per la collettività.

Come tutto ciò che si basa sulla paura, inoltre, questi effetti si consumano immediatamente, nel giro di pochi giorni, per cui una strategia che puntasse su questa leva dovrebbe impegnarsi a rendere diffusa e tenere nel corso degli anni sempre alta, giorno dopo giorno,  una percezione “intimorita” del Fisco» (si veda “L’etica nel contrasto all’evasione di massa” dell’ 8 maggio 2012 qui).

 

(2)

«Il costo sociale, ma anche commerciale, che l‘attuale orizzonte di paura “da Fisco” semina giornalmente fra il popolo delle partite Iva  suggerisce di costruire un sistema nuovo capace di ridare ossigeno ai lavoratori autonomi. I quali sono persone per bene che è sbagliato mettere sullo stesso piano dei fuorilegge usi a frodare il Fisco con premeditazione. Sbaglia di grosso quindi la nostra macchina fiscale di contrasto nel trattare allo stesso modo il delinquente fiscale (cioè, colui che  vive d’illeciti e non sa far altro che fabbricare carte false), rispetto al popolo delle partite Iva che è fatto da persone con un proprio onorato mestiere e che sanno vivere del proprio lavoro. Occorre dunque restituire a costoro la fatidica prospettiva inseguita da una vita: vale a dire un sistema fiscale serio, affidabile e non più demenziale, finalmente “da non temere più” in modo insensato e oppressivo. Un sistema nel quale la cosa più semplice al mondo – e cioè  “stare in regola” verso lo Stato – cessi di essere quella mission impossible che è stata per quarant’anni» (si veda “Un altro Fisco è possibile, senza presunzioni”, del 22 maggio 2013 qui).

 

(3)

«…, se si vuole per davvero un incremento stabile e duraturo del gettito a livello di massa, non ci sono alternative.» Questo traguardo puoi raggiungerlo solo se i destinatari li convinci, non se li spaventi. L’esperienza critica relativa agli studi di settore vissuta nell’estate 2007 dimostra che quando agisci in modo cruento gli introiti per un breve periodo aumentano (la paura del fisco, rende). Ma quando si innescano meccanismi di massa, sei costretto a bruschi dietrofront, dato che una strada del genere è destinata a non avere futuro. (si veda “Finalmente il Redditometro, ma come funziona?”, del 24 ottobre 2011 qui).

 

(4)

«In salita la febbre da redditometro. Il fisco deve frenare.» Così titola “Il Sole 24 Ore” del 29 dicembre 2011 a proposito di quelle che vengono riportate come voci di indicazioni impazzite circa i criteri di calcolo del nuovo redditometro, attualmente in fase di sperimentazione. Al punto che, sempre secondo il quotidiano, alcuni proprietari di costosi Suv sarebbero pronti a liberarsene sottoprezzo per timore – a torto o a ragione – di finire pizzicati fra le maglie del fisco. «Dato però che le manovre affrettate non fanno bene a nessuno», così conclude l’articolista, «anche chi volesse “ripararsi”, forse farebbe bene ad aspettare che il fisco cali, davvero, le sue carte».

Oida ritiene che queste voci sono verosimili quali conseguenze prevedibili di un certo modo di essere dello strumento (come già anticipato qui e qui). Esse rivelano piuttosto quanto lo schema di redditometro preannunciato il 25 ottobre 2011 sia inadeguato per il contrasto alla evasione di massa. Pertanto, se non se ne ribalta la filosofia di fondo, esso sarà capace di innescare meccanismi inappropriati di contrazione dei consumi. Senza viceversa promettere, per converso, risultati efficaci in termini di recupero della evasione: nė in sede di maggiori redditi dichiarati spontaneamente (cosiddetta “compliance”), nė per il tramite dei recuperi da azione repressiva» (si veda “Redditometro, spesometro e consumi”, del 30 dicembre 2011, qui).

 

 

 

 

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