Gli Stadi in Italia: costruire o ripopolare?

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 La recente eliminazione delle 3 squadre italiane dalla fase dei quarti di finale della Champions League ha riaperto dubbi e interrogativi sulla competitività del calcio italiano: su di esso si è ancora una volta materializzata la parola “crisi”. Sul fatto che ci possano essere alcuni problemi possiamo anche essere d’accordo, più difficile appare stabilire a cosa intendiamo riferirci quando usiamo questo termine. La scelta è alquanto varia: crisi economica, di competitività, politica, di identità, di appeal…insomma il ventaglio è alquanto ampio.

In realtà tale scelta implica la necessità di analizzare e “mettere a fuoco” specifici contesti al fine di modificare eventuali negatività, dunque intervenire in termini di policy o, come qualcuno preferirebbe, di governance. Le possibilità di intervento si complicano se proviamo a mettere tutte le precedenti voci in un unico contenitore e, dopo aver mescolato per bene, si cercasse di risolvere i problemi attraverso una goccia di pozione magica in grado di ribaltare le tendenze negative. Siamo stati eliminati dalla Champions League? La responsabilità è stata individuata nel fatto che le società inglesi sono proprietarie del proprio stadio e quindi sono più ricche! La soluzione è presto trovata: facciamo in modo che le nostre società diventino proprietarie del proprio impianto e la ricchezza che ne deriverebbe avrebbe l’effetto immediato di rendere i) le società più ricche, ii) gli stadi più confortevoli, iii) gli eventi più sicuri, iv) il prodotto più appetibile dal punto di vista commerciale. È fatta, non accadrà più che la “perfida Albione” elimini le nostre squadre dalla più importante competizione a livello continentale.

Proviamo intanto a contestualizzare i problemi. Intanto chiediamoci se esiste effettivamente un gap di performance tra le squadre italiane e quelle straniere, in particolare con quelle inglesi. Affidiamoci ai numeri: nella tabella 1 riportiamo il numero di squadre approdate ai quarti di finale della Champions League, distinte per nazione, a partire dalla prima edizione “allargata” del 1997/98.
 

Tabella 1: Numero delle squadre approdate ai quarti di finale della Champios League per nazione di appartenenza

 

 

‘98

‘99

‘00

‘01

‘02

‘03

‘04

‘05

‘06

‘07

‘08

‘09

Ing (26)

1

1

2

3

2

1

2

2

1

3

4

4

Spa (22)

1

1

3

3

3

3

2

 

2

1

1

2

Ita (17)

1

2

1

 

 

3

1

3

3

2

1

 

Ger (13)

3

2

1

1

2

 

 

1

 

1

1

1

Fra (5)

1

 

 

 

 

 

2

1

1

 

 

 

Ola (3)

 

 

 

 

 

1

 

1

 

1

 

 

Por (3)

 

 

 

 

 

 

1

 

1

 

 

1

Altre (7)

1

2

1

1

1

 

 

 

 

 

1

 

È indubbio che i club inglesi mostrino performance superiori rispetto a quelle dei club italiani (e non solo), ma tale gap si è determinato in particolare negli ultimi tre anni in cui ben 11 volte, sulle 12 potenziali, le squadre inglesi sono approdate ai quarti. È possibile che nel giro di tre anni si siano create le condizioni per un ampliamento così forte del livello di competitività? È possibile ricondurre tale gap alla possibilità di disporre di uno stadio di proprietà? Ma soprattutto il gap economico, se esiste, è riconducibile alla mancanza di uno stadio di proprietà?

La nostra risposta è no! Quello dello stadio di proprietà si sta trasformando in una sorta di mito sul quale sono stati e si stanno tuttora riversando fiumi di inchiostro tra inchieste giornalistiche, pamphlet, libri (di sociologi), tesi di laurea ed altro. Quello che più sorprende è che per alimentare il dibattito intorno a questo tema si citano realtà lontane anni luce da quella italiana. Si portano come casi di confronto quelli dell’Amsterdam Arena, dell’Allianz Arena di Monaco di Baviera, dell’Emirates Stadium di Londra, ovvero di realtà metropolitane estreme per dimensioni economiche e di bacino di utenza. Tali modelli sono esportabili in Italia? Se sì, per quante squadre? Quale opportunità, non solo di redditività ma soprattutto di finanziamento dell’opera, avrebbe una società di medie dimensioni di Serie A per non parlare di quelle provinciali?[1]

Ancora una volta si confondono i problemi di poche realtà calcistiche con quelle dell’intero movimento. La vera sfida, politica ed economica, con la quale il mondo del calcio sarà costretto a confrontarsi nel prossimo futuro non può e non deve essere il recupero di competitività tecnica in ambito europeo di poche squadre metropolitane, quanto piuttosto ridare vigore all’intero movimento professionistico. In particolare stiamo osservando un fenomeno (di lungo periodo) di forte contrazione del numero di presenze negli stadi che solo nello scorso campionato ha invertito sostanzialmente il segno negativo, ma semplicemente perché la Serie A ha “riconquistato” tre squadre metropolitane (Juventus, Genoa e Napoli) perdendone tre (Messina, Chievo Verona ed Ascoli) che insieme assommano un bacino di utenza in termini di residenti pari a poco più della metà della sola città di Napoli (considerando per il Chievo i residenti di tutta la città di Verona). Proviamo a guardare i dati relativi alle presenze assolute e medie negli stadi nell’ultimo decennio . Se fino alla seconda metà degli anni ’90 la contrazione del numero di paganti per le singole partite era stata compensata da un aumento (sebbene meno che proporzionale) del numero degli abbonati, nell’ultimo decennio la tendenza negativa interessa entrambe le voci. Nella successiva tabella 2 sono riportate in dettaglio le diverse voci delle presenze in Serie A a partire dal campionato 1998/99.
 

Tabella 2: Presenze degli spettatori in Serie A. Fonte: Lega Nazionale Professionisti (LNP)

 

 

98/99

99/00

00/01

01/02

02/03

Paganti

2.612.285

2.375.825

2.436.482

2.352.961

1.922.771

Abbonati

6.782.524

6.721.834

6.475.285

5.586.234

5.865.799

Spettatori

9.394.809

9.097.659

8.911.767

7.939.195

7.788.570

Med. Paganti

8.537

7.764

7.962

7.689

6.284

Med. Abbonati

22.165

21.967

21.161

18.256

19.169

Med. Spettatori

30.702

29.731

29.123

25.945

25.453

 

 

03/04

04/05

05/06

06/07

07/08

Paganti

2.008.367

2.359.081

2.036.105

1.886.667

2.400.718

Abbonati

5.845.365

7.135.944

6.093.530

5.240.637

6.375.165

Spettatori

7.853.732

9.495.025

8.129.635

7.127.304

8.775.883

Med. Paganti

6.563

6.208

5.358

4.965

6.318

Med. Abbonati

19.103

18.779

16.036

13.791

16.777

Med. Spettatori

25.666

24.987

21.394

18.756

23.094

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
I giudizi non cambiano se consideriamo la percentuale di occupazione degli stadi che dovrebbe essere la variabile oggettiva rispetto alla quale valutare le presenze degli spettatori, essendo i valori assoluti spesso fortemente condizionati dalla griglia delle squadre partecipanti al campionato. Nel grafico 1 abbiamo considerato le percentuali di occupazione degli stadi sia in Serie A che in serie B negli ultimi dieci anni.
 
 La lettura dei dati conferma una tendenza complessiva negativa per la Serie A ed una sostanziale stabilità per la Serie B, schiacciata quest’ultima verso valori molto bassi, intorno al 30%. Il dato in controtendenza del precedente campionato di Serie A del 2007/08 non deve confondere. Come già specificato questo è imputabile al ritorno in Serie A di Juventus, Napoli e Genoa (in particolare di queste ultime due che hanno riconquistato la Serie A dopo diversi anni di campionati di Serie B e C1).
Se consideriamo i dati della percentuale di occupazione disaggregati per singola squadra (per motivi di comodità sono riportati nella tabella 3 in appendice) è possibile individuare due fenomeni di fondo che caratterizzano da una lato le realtà metropolitane e dall’altro quelle provinciali. Per le prime una forte dipendenza delle percentuali di occupazione dai risultati sul campo; per le seconde una componente di trend decrescente associato a possibili attitudini di “assuefazione” dei tifosi alla categoria che il ristretto bacino di utenza non è in grado di compensare con “acquisti” di nuovi spettatori. Il trend va letto in chiave ancora più negativa se consideriamo che negli ultimi anni si è registrata una generale riduzione della capienza degli stadi, sia a seguito di ristrutturazioni o di nuove costruzioni di stadi, sia per motivi di sicurezza.[2] Lo “spopolamento” degli stadi italiani ha origini piuttosto lontane. Un nostro studio del 2007 lo colloca all’inizio degli anni ’80, ma l’accelerazione che ha subito negli ultimi tempi è davvero rilevante.[3] Non certo questa può essere attribuita alla scomodità degli stadi, se sono scomodi oggi, lo erano anche 10 anni fa, con l’unica differenza che fino a 10 anni fa probabilmente non c’erano alternative alla visione live dell’evento, al contrario di quanto accade oggi. Perché dunque costruire stadi nuovi se il mercato dal lato della domanda sembra orientato verso altre direzioni? Quali sono potenzialmente le squadre per le quali avrebbe un senso avviare tali progetti e quale sforzo finanziario e dunque anche tecnico sarebbero costrette a sopportare? Su quali basi analitiche si può affermare che in questo settore è l’offerta a fare la domanda?
 
Il nostro suggerimento è che la questione “presenze allo stadio” torni ad essere prioritaria rispetto ad altri problemi. Fino a qualche mese fa l’argomento principale all’ordine del giorno era quello legato ai diritti televisivi e alla modalità di ripartizione della torta dei circa 900 milioni di euro provenienti dalla loro vendita. La definizione delle nuove regole sancite nella Legge Melandri-Gentiloni se da un lato ha in parte chiuso alcune questioni giuridiche sulle quali rimandiamo ad altre letture (si veda ad esempio Jacopo Figus Diaz e Valerio Forti, La disciplina antitrust della nuova legislazione sui diritti di trasmissione: Quid novi sub sole?, in Rivista di Diritto e di Economia dello Sport, Vol. IV, n.2, 2008) dall’altro, a nostro parere, non hanno esaurito la portata dell’argomento. In un recente lavoro due economisti scozzesi, Allan Grant e Roy Graeme (Does Television Crowd Out Spectators?, in Journal of Sports Economics, vol. 9, n.6, december 2008) hanno provato a chiedersi e a testare la ipotesi se la trasmissione in diretta televisiva delle partite sia in grado di “spiazzare” in qualche modo le presenze allo stadio. La letteratura economica al riguardo ha sempre espresso una posizione secondo la quale la “televisione” ha un impatto negativo sulle presenze, ma tale impatto può essere più che compensato dalla sua capacità “promozionale” offerta agli eventi sportivi tale da allargare il potenziale mercato a nuovi fruitori dell’evento live. Grant e Graeme evidenziano come, seppure limitatamente alla realtà scozzese, nettamente sottodimensionata rispetto ai numeri del nostro campionato, l’impatto della trasmissione in diretta delle partite sulla vendita dei biglietti per il singolo evento non solo è negativo, ma anche piuttosto intenso approssimandosi a circa il 30%.
 
Negli ultimi anni la diretta televisiva in Italia si è sempre più caratterizzata per la sua attitudine di sostituibilità all’evento live. Questo per due ordini di motivi; da un lato economico se consideriamo il prezzo relativo dei biglietti (anche per settori popolari) rispetto al costo della diretta televisiva (che generalmente ha un pubblico che coinvolge più soggetti e senza considerare che per alcuni “pacchetti” offerti in abbonamento l’incidenza del costo per singolo evento è davvero irrisoria). Dall’altro per la copertura totale degli eventi, sia geografica, sia in termini di numero di eventi trasmessi, sia delle diverse piattaforme utilizzate (TV digitale, TV satellitare, telefonia mobile, internet). In Inghilterra, paese al quale si fa riferimento solitamente, la copertura non è totale. Ad esempio nel campionato 2006/07 della Premiere League il numero degli eventi trasmessi è stato di 138 partite su 380.
Una politica di riorganizzazione dell’evento calcistico intorno ai nuovi stadi non potrebbe prescindere dal far tornare tale struttura al centro delle politiche di intervento. Da circa 15 anni la logica sembra essere stata completamente opposta, tutto è sembrato teso alla nascita di un nuovo pubblico prettamente televisivo che si è sostituito ai tradizionali spettatori, tanto da rendere il prodotto calcistico live completamente svalutato. Oltre ai dati relativi alle presenze e alla percentuale di occupazione degli stadi, un altro dato dimostra tale processo, la continua riduzione dell’incasso medio per partita in serie A che, a partire dal campionato 1998/99 e, ad eccezione dei dati relativi all’ultimo campionato, presenta una tendenza alla riduzione che si accentua se consideriamo i dati a prezzi costanti (grafico 2).[4]
  
Questo risulta chiaro anche dai dati relativi al peso che i ricavi derivanti dalle gare hanno rispetto al volume d’affari registrato dalle società. In media, nel campionato 2007/08, i ricavi da gare hanno rappresentato circa il 13% delle entrate complessive delle squadre in Serie A contro percentuali triple delle società inglesi che in valore assoluto implicano una differenza pari a circa 700 milioni di euro![5]
 
Cosa è possibile fare per invertire la rotta? Gli ambiti di intervento che noi consideriamo sono due: le modalità di trasmissione delle partite e una nuova forma di calendarizzazione. Per quanto riguarda il primo occorre che la diretta televisiva torni ad essere fattore complementare all’evento live e non sostitutivo, uno strumento in grado di comporre gli eventuali eccessi di domanda da parte del pubblico. In alcune realtà professionistiche, come ad esempio nella National Football League, massima espressione dello sport professionistico americano e mondiale, la trasmissione in diretta sul territorio nazionale della partita è condizionata alla vendita di almeno il 75% dei biglietti. Perché non perseguire una strategia di questo tipo limitatamente agli ambiti regionali o provinciali? Non credo che possano esserci problemi “tecnici” nel definire forme di oscuramento per talune aree geografiche o per intere regioni qualora la percentuale di occupazione dello stadio per una partita disputata in un certo ambito territoriale non superasse una certa soglia minima, questo almeno per le piattaforme televisive. Ancora si potrebbe accrescere la quota parte della fetta dei diritti televisivi da ripartire in base al numero dei tifosi privilegiando non il numero in valore assoluto, ma la percentuale di occupazione dello stadio dei paganti per singola gara con l’attribuzione di incentivi o bonus per coperture oltre determinate soglie o la penalizzazione per soglie non superate. In questo modo ogni società assumerebbe a proprio carico la responsabilità di “riempire lo stadio” per poter avere accesso alla distribuzione della torta qualora una fetta consistente della stessa fosse legata anche al numero degli eventi trasmessi. In questo contesto dovrebbero emergere le attitudini manageriali dei soggetti coinvolti rispetto alle strategie ottimali in termini di capienza “dichiarata”, prezzi relativi abbonamenti-biglietti, attività promozionali e altro.
 
In secondo luogo occorre stabilire e fissare in modo chiaro le priorità dell’intero movimento calcistico che non può limitarsi alle realtà metropolitane. Se il calcio professionistico coinvolge le leghe di Serie A, B, Lega Pro di 1a e 2a divisione, nella definizione di tali strategie occorre tenere conto delle esigenze di tutte queste realtà. Quale capacità attrattiva possono esercitare le categorie inferiori se gli eventi si svolgono in contemporanea con le partite di Serie A? A nostro parere occorrerebbe evitare sovrapposizioni tra eventi e quindi stabilire un calendario per giornate e per orari in cui le diverse serie non entrino in competizione, in particolare la Serie A con le altre serie minori. Si potrebbero quindi spostare le partite della LegaPro al sabato, come avvenuto per la Serie B, lasciando alla Serie A tutto lo spazio domenicale. In questo modo le serie inferiori recupererebbero un potenziale bacino di utenza sottratto dalla trasmissione delle partite della Serie A, ma questo varrebbe anche al contrario; la stessa Serie A potrebbe acquisire pubblico, sia dal vivo che televisivo, da un bacino di utenza che, sulla base dei dati del precedente campionato, supera i 2,5 milioni di spettatori.
            
Appendice
 

Tabella 3: percentuale di occupazione per squadra – Serie A 1998-2008

 

 

98/99

99/00

00/01

01/02

02/03

03/04

04/05

05/06

06/07

07/08

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ancona

 

 

 

 

 

0,552

 

 

 

 

Ascoli

 

 

 

 

 

 

 

0,488

0,338

 

Atalanta

 

 

0,700

0,615

0,593

 

0,552

 

0,502

0,501

Bari

0,365

0,352

0,238

 

 

 

 

 

 

 

Bologna

0,762

0,752

0,651

0,586

0,622

0,585

0,482

 

 

 

Brescia

 

 

0,541

0,547

0,578

0,511

0,321

 

 

 

Cagliari

0,537

0,424

 

 

 

 

0,603

0,461

0,526

0,734

Catania

 

 

 

 

 

 

 

 

0,824

0,883

Chievo

 

 

 

0,380

0,439

0,383

0,313

0,217

0,182

 

Como

 

 

 

 

0,531

 

 

 

 

 

Empoli

0,603

 

 

 

0,447

0,371

 

0,327

0,301

0,428

Fiorentina

0,749

0,760

0,626

0,408

 

 

0,643

0,660

0,639

0,634

Genoa

 

 

 

 

 

 

 

 

 

0,676

Inter

0,801

0,778

0,649

0,730

0,740

0,693

0,681

0,617

0,582

0,619

Juventus

0,683

0,610

0,598

0,623

0,607

0,522

0,395

0,452

 

0,858

Lazio

0,643

0,628

0,574

0,515

0,542

0,638

0,475

0,346

0,319

0,288

Lecce

 

0,547

0,491

0,381

 

0,400

0,398

0,307

 

 

Livorno

 

 

 

 

 

 

0,841

0,656

0,423

0,493

Messina

 

 

 

 

 

 

0,704

0,566

0,335

 

Milan

0,677

0,683

0,612

0,686

0,736

0,758

0,765

0,709

0,574

0,673

Modena

 

 

 

 

0,829

0,745

 

 

 

 

Napoli

 

 

0,498

 

 

 

 

 

 

0,683

Palermo

 

 

 

 

 

 

0,908

0,749

0,637

0,634

Parma

0,791

0,677

0,629

0,573

0,541

0,506

0,446

0,444

0,501

0,500

Perugia

0,646

0,493

0,406

0,378

0,371

0,398

 

 

 

 

Piacenza

0,537

0,480

 

0,427

0,369

 

 

 

 

 

Reggina

 

0,858

0,860

 

0,875

0,738

0,594

0,487

0,369

0,490

Roma

0,632

0,679

0,743

0,716

0,678

0,615

0,556

0,451

0,478

0,477

Salernitana

0,852

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sampdoria

0,510

 

 

 

 

0,654

0,598

0,607

0,511

0,587

Siena

 

 

 

 

 

0,829

0,564

0,502

0,431

0,580

Torino

 

0,317

 

0,274

0,226

 

 

 

0,806

0,728

Treviso

 

 

 

 

 

 

 

0,527

 

 

Udinese

0,559

0,496

0,496

0,386

0,411

0,431

0,385

0,392

0,460

0,507

Venezia

0,732

0,707

 

0,620

 

 

 

 

 

 

Verona

 

0,398

0,420

0,440

 

 

 

 

 

 

Vicenza

0,772

 

0,727

 

 

 

 

 

 

 

 

[1] Intanto dobbiamo sottolineare come per queste realtà la dimensione calcistica dell’opera è solo una parte del progetto complessivo che si caratterizza innanzitutto per la sua natura commerciale e residenziale, tanto che è naturale avere qualche dubbio sul fatto che le spinte verso la costruzione di nuovi stadi non nascondano altri obiettivi di tipo speculativo (e non sarebbe la prima volta che il calcio venga usato alla stregua di un cavallo di Troia!). Ma avere uno stadio di proprietà, come dimostrano l’Ajax e il Bayern Monaco, non implica un recupero di competitività. Anzi, se consideriamo l’Arsenal che è il padrone di casa dell’Emirates sappiamo che la società ha congelato la propria attività di potenziamento tecnico per far fronte alla quota parte del finanziamento del progetto, ma nonostante questo ha raggiunto le semifinali della attuale Champions League!

[2] Prendendo a riferimento le squadre che partecipavano al campionato 1998/99 per diverse strutture la capienza è stata ridotta in misura sostanziale. Ad esempio il S.Elia di Cagliari ha visto ridotta la capienza del 49%, Il Friuli di Udine del 26%, l’Olimpico dell’8%, per non tacere il fatto che sia la Juventus che il Torino giocano attualmente allo Stadio Olimpico che ha una capienza pari a poco più di 1/3 dello Stadio Delle Alpi dove in precedenza le due squadre disputavano le proprie partite.

[3] M.Di Domizio, La Domanda di Calcio in Italia: Serie A 1962-2006, Rivista di Diritto e di Economia dello Sport, n.1/2007.

[4] I dati a prezzi costanti sono stati costruiti tenendo conto dell’indice dei prezzi al consumo per la voce “partite di calcio” fino al 2006. Per il dato 2007 è stata considerata la variazione dell’indice dei prezzi al consumo relativa alla voce “Ricreazione, spettacoli e cultura”. Dati disponibili sul sito www.istat.it.

[5] Fonte StageUp.

 
 
 

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