Gli Italiani, sportivi “da salotto”

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Il 15 maggio scorso, durante gli ultimi Internazionale d’Italia di tennis, ho assistito al convegno organizzato dalla BNL “Sport, Lavoro e Responsabilità”, svoltosi nella suggestiva cornice dello stadio Olimpico. Al dibattito sono intervenuti il presidente del Coni Giovanni Malagò, il presidente e l’amministratore delegato della BNL, Luigi Abete e Fabio Gallia, il direttore generale della Luiss Pier Luigi Celli e, infine, Toni Nadal zio e coach del famoso Rafa.

 

Come negli altri convegni cui ho partecipato, sono state fatte le solite considerazioni sull’importanza sociale e valoriale dello sport ed elencati numeri molto interessanti del fenomeno sportivo in Italia. Il quale nel 2011 ha generato un giro di affari di circa 25 miliardi, pari all’1,6% del pil nazionale, con una spesa sportiva delle famiglie italiane pari a 22 miliardi. Per capirci la stessa spesa sostenuta per telefonia, giornali e media, cioè il 2,3% del totale dei consumi!^

 

Di fronte a queste cifre si potrebbe pensare che ci troviamo di fronte a un paese di praticanti sportivi, ma i dati evidenziati nella tabella 1 mostrano che in Italia, nella fascia d’età 15-54 anni, il numero dei sedentari è più che triplo rispetto alla media europea. Com’è possibile?

 

I motivi possono essere molteplici, ma è bene evidenziare che l’Italia mostra una carenza di strutture dove praticare sport rispetto agli altri paesi europei. Per esempio i cittadini italiani hanno a disposizione 264 spazi di attività sportiva per 100.000 abitanti (fonte: CNEL 2003) rispetto ai francesi che in alcune zone arrivano a 570 spazi per 100.000 abitanti (dati 2010), o agli spagnoli con 400 spazi di attività sportiva per 100.000 abitanti (dati 2005). Da rilevare che, dall’analisi svolta dal CNEL nel 2003, in Italia risultano circa 15 mila impianti non attivi, il 10% del totale (vedi figura 1).

 

A ciò si aggiunga che il sistema scolastico non ha ancora pienamente compreso l’importanza della pratica-cultura sportiva. Anche qui si rileva un’insufficiente offerta d’impianti sportivi: una scuola su quattro non ha uno spazio adeguato destinato all’attività motoria-sportiva e una palestra su cinque non risulta accessibile ai portatori di handicap (anno 2005).  Tale stato di cose rende poco attuabile il progetto di alfabetizzazione motoria nella scuola primaria e una riorganizzazione della pratica sportiva in quella secondaria.

 

Nonostante questa situazione poco vantaggiosa rispetto al resto d’Europa, il principale canale di finanziamento dello sport è costituito dalle famiglie, al secondo posto troviamo le aziende e all’ultimo posto i finanziamenti pubblici.

 

In particolare, la spesa pubblica italiana nello sport nel 2010 è diminuita di un punto percentuale rispetto al 2009, attestandosi al 2% del pil nazionale, mentre Germania, Francia, Spagna e Gran Bretagna investono tra il 3 e il 5% del pil. La Spagna è passata da un 2% del pil nel 2002 al 5% nel 2010, aumentando l’investimento nello sport del 3%. Tra i principali paesi dell’Unione Europea, l’Italia si colloca tra le nazioni con più bassa spesa pro-capite, circa 64 euro. Per rendere meglio l’idea, la Francia spende più di 150 euro pro-capite, la Spagna circa il doppio dell’Italia, solo la Grecia spende meno di noi. Ma, il dato da sottolineare è che le entrate delle Amministrazioni pubbliche attribuibili al comparto sportivo sono circa 5 miliardi di euro, un importo maggiore rispetto a quanto le stesse amministrazioni reinvestono nel settore.

 

Inoltre, il ministero dello sport in Italia è un ministero senza portafoglio inserito, da questo governo, dentro le pari opportunità e le politiche giovanili e il Coni, esiste anche la Coni Servizi spa, è un ibrido cui lo Stato ogni anno versa circa 400 milioni di euro, mentre negli altri paesi si occupa solo di preparazione olimpica. L’Istituto per il Credito Sportivo la banca dello sport, ultima banca pubblica, è ancora sotto l’egida dei commissari e in attesa che venga risolto definitivamente il contenzioso tra la parte pubblica e quella privata per arrivare a definire il nuovo statuto e contestualmente la nuova mission.

 

Con questa situazione dello sport italiano mi sarei aspettato soprattutto dal presidente del Coni Malagò delle risposte più convincenti per modernizzare così l’offerta sportiva italiana e metterla al passo con le altre nazioni europee, e non solo come medaglie vinte alle Olimpiadi. Perché, dovrebbe essere compito delle Istituzioni pubbliche preposte creare l’ambiente giusto affinché il maggior numero di cittadini possano praticare sport, con tutte le esternalità positive che ciò potrebbe generare. Per essere più chiaro, mi sarebbe piaciuto sentire dal presidente del Coni, al di la delle solite parole sui benefici della pratica sportiva, se da parte delle Istituzioni in questa legislatura^^ si riusciranno a trovare le risorse per rendere concreto il binomio scuola sport e se ci sarà da parte dello Stato la volontà di rendere più accessibili gli impianti sportivi di base, anche per ridurre il gap tra il nord e il sud del paese. Per fare questo sarebbe necessario un coordinamento con il nuovo ministro, dopo le dimissioni di Josefa Idem, per rendere concreti progetti che da anni rimangono sulla carta e per migliorare l’assetto organizzativo dello sport in Italia.

 

Considerate le potenzialità economiche dello sport, uno studio della società di consulenza americana A.T. Kearney ci spiega che il ritmo di crescita dei ricavi dell’industria sportiva tra il 2000 e il 2009 cresce a un ritmo più sostenuto di quello del pil di molti paesi (3,5 volte in Francia e in Germania e 3,8 volte nel Regno Unito), mi sembra alquanto riduttivo che lo sport sia inserito dentro le pari opportunità e le politiche giovanili o che le competenze siano spalmate su un altro ministero, già gravato dalle proprie competenze. Soprattutto, in un momento di crisi economica come quello attuale, con le difficoltà del settore manifatturiero, l’investimento dello Stato nello sport potrebbe diventare un importante fattore di sviluppo del paese e aiutare la ripresa, con dei ritorni positivi anche sulla spesa sanitaria.

 

Per concludere, è utile l’insegnamento del maestro Tony Nadal il quale, nel corso del convegno, ha sottolineato che senza applicazione, volontà, ordine e sacrificio il solo genio-talento non basta per arrivare alla vittoria. Rapportando l’insegnamento all’analisi svolta, è importante capire che per raggiungere la vittoria come sistema paese nello sport non saranno più sufficienti i soli sacrifici delle famiglie, è necessario lo Stato faccia la sua parte con finanziamenti certi e un nuovo modello sportivo, altrimenti il gap con le altre nazioni sarà sempre più ampio e il paese, purtroppo, rimarrà davvero un posto popolato da “sedentari”.

 

 

^ I dati citati nell’articolo, se non diversamente specificato, sono presi da “Focus”, settimanale del Servizio Studi di BNL, del 7 maggio 2013 e dal “Libro Bianco dello Sport italiano” del Coni, secondo volume, dicembre 2012.

^^ Durante la scorsa legislatura tutta l’attenzione del Parlamento riguardo lo sport è stata posta alla famosa “legge sugli stadi” poi non approvata.

 

 

Tabella 1. Confronto delle percentuali di sedentarietà in Italia e nell’Unione Europea

           

 

 

 

 

Fonte: Eurobarometer 2010, Istat Indagine multiscopo 2011

 

 

 

Figura 1. Confronto tra il numero d’impianti non attivi e il totale degli impianti disponibili (anni: 1989,1996 e 2003)

 

 

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