Gli economisti, i premi e il merito

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Il Sole 24 Ore ha stilato la propria classifica delle dieci persone dell’anno affidando il difficile compito alle proprie firme. La redazione de La Voce ha bacchettato qui il direttore Gianni Riotta, attribuendogli, ironicamente, il “Premio Indipendenza 2009”. Motivo? La scelta dei primi tre premiati (Giulio Tremonti, Sergio Marchionne, Emma Marcegaglia) sarebbe quantomeno ossequiosa nei confronti del ministro e in conflitto di interesse per Marchionne (definito come “l’amministratore delegato del più grande gruppo privato socio di Confindustria, proprietaria del Sole 24 Ore”) e per Marcegaglia (“presidente di Confindustria, proprietaria del Sole 24 Ore”).
In effetti, premiare Tremonti per aver “tenuto fermo il timone italiano nella tempesta della crisi” appare una debole motivazione travestita da descrizione epica. Simile in realtà più all’ostinazione del malinconico capitano del Titanic che alla eroica navigazione di Ulisse tra i flutti e le sirene. Ma dagli economisti ci aspetteremmo più merito nel criticare il merito. Anche perché le critiche alla politica economica del Governo, spesso mosse da La Voce, non mancano di certo: dallo spreco dell’eliminazione totale dell’ICI, da parte dell’uomo che aveva previsto la crisi, alla contraddittoria politica verso le banche e i risparmiatori; dalla voragine della nuova Alitalia sui conti pubblici – stimata da alcuni in 4 miliardi – allo scudo fiscale, ai bassi introiti che ne derivano e alle scelte di come impiegarli, e così via. Ma nulla di tutto ciò viene ribadito, se non il fatto che l’Italia è messa male.
Gli amici de La Voce si concentrano poi contro il premio a Marchionne in quanto finanziatore, indiretto, de Il Sole. Sarebbe stato davvero eroico criticare nel merito un premio a Marchionne: l’uomo che ha conquistato la Chrysler quando gli aiuti di stato europei nel settore automobilistico pullulavano contro ogni norma o coordinamento antitrust, quando Detroit si fermava e persino Toyota arrancava e quando gli aiuti italiani al settore erano di gran lunga inferiori ai corrispettivi francesi e tedeschi; l’uomo che, in piena crisi, ha tirato fuori dal cilindro l’innovazione decisiva frutto del know-how italiano che ha convinto Obama, il MultiAir, un sistema di controllo di apertura delle valvole dei motori a benzina e diesel che si traduce in maggior coppia e potenza e minori consumi ed emissioni. Non a caso si tratta dell’uomo definito qualche mese fa dal Financial Times ““supereroe dell’industria automobilistica, dopo il risanamento del gruppo”.
Più facile, certo, la scherzosa accusa di dipendenza di Gianni Riotta da Emma Marcegaglia. Ma anche qui, il premio ci può stare e forse sarebbe stato un conflitto d’interessi al contrario negare il riconoscimento per paura di non apparire imparziale. La presidente di Confindustria viene premiata “per aver risposto all’impegno di guidare Confindustria durante la crisi con disciplina e innovazione e aver chiesto con determinazione impegni «veri» al governo”. Ce la ricordiamo la fiera Emma esortare il Premier Silvio Berlusconi – che l’aveva appena dipinta come spumeggiante velina – a usare il consenso per fare e non per annunciare; cercare il recupero con i sindacati chiedendo interventi anche per i disoccupati, le piccole imprese, il Mezzogiorno. Un intervento netto. E poi la prima donna a guidare Confindustria si merita il premio per l’uomo dell’anno: proprio così, come la vera parità di genere richiede.
Insomma per Marcegaglia, come per Marchionne, la Voce non entra nel merito della motivazione, né fornisce argomenti economici contro, limitandosi a bacchettare. E ci dispiace.
Ma la cosa che lascia più perplessi è la prova citata contro il metodo di assegnazione del premio – metodo basato sulle opinioni delle grandi firme de Il Sole. La Voce sostiene che nessuno “tra gli economisti maggiormente citati nelle pubblicazioni scientifiche e riconosciuti a livello internazionale” da lei interpellati ha mai “sentito parlare del concorso e del premio”.
La nostra perplessità nasce dal fatto che pubblicare su riviste scientifiche riconosciute a livello internazionale possa essere proposto come un requisito essenziale per esprimere una qualsivoglia opinione, compresa quella di premiare politici, imprenditori, scrittori e così via. Negli anni in cui sugli economisti, specie su quelli con pedegree internazionale, cadono – spesso ingiustamente – gli strali di politici, cittadini e ora pure del Papa, si vorrebbe che persino le valutazioni sui premi al merito della capacità politica, imprenditoriale, culturale seguissero presunti criteri scientifici? Suvvia, ci pare un po’ troppo, anche per un paese che ha seri problemi con il premio al merito. Che certi premi sfuggano al presunto rigore dell’analisi economica è forse un bene, se ciò serve a premiare quello che gli economisti difficilmente comprendono. E poi, che ognuno faccia il suo lavoro. Ve lo vedete un economista mainstream alla guida della Fiat? L’imprenditore è un altro mestiere che forse altri possono giudicare meglio degli economisti. Come dice un vecchio adagio, ripetuto da generazioni di giovani economisti: “if we are so smart, why aren’t we rich?”.

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