Giovane e bella

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Chissà per quale motivo l’ultimo film di François Ozon, Giovane e bella, non è piaciuto alla critica che lo ha giudicato fumoso, irrisolto, monotono. Giovane e bella è invece un film intenso e interessante. Un film che parla di noi, della nostra generazione di adulti mediamente benestanti, svogliatamente impegnati, fintamente colti. C’è chi ha parlato di bobo, quei bourgeois bohémiens tanto disprezzati da certo cinema francese.

 

Ma a noi manca almeno uno dei due bo perché non abbiamo più nulla di boéhmiens. In ogni caso, il regista si astiene da ogni forma di giudizio: nessuna condanna qui, ma nemmeno assoluzioni. Soprattutto, si parla di loro, di adolescenti inaccessibili dietro cortine di silenzio, estranei, lontani, apparentemente impenetrabili.

 

Nel film si parla di un padre che non c’è, ma che regolarmente (più o meno regolarmente) manda un assegno alla figlia diciassettenne, di cui, si presume, ignora tutto. C’è anche una madre, ancora bella e seduttiva, che lavora in un ospedale e ha un compagno gentile, affidabile, ma non all’altezza della situazione. E poi un ragazzino, undicenne, complice, forse, della sorella, ma senza capirne e conoscerne la vita. Insomma una famiglia normale, come tante, in cui assenze e presenze si confondono in un’unica indifferente uniformità. Il primo rapporto intimo di Isabelle (Marin Vacth), la protagonista del film, è una delusione. Isabelle si sdoppia in un’altra sé stessa che la guarda subire l’incontro senza alcuna passione, alcuna euforia. “Ti sei tolta il pensiero”, dirà più tardi alla compagna di scuola che le confida trepidante di aver fatto l’amore per la prima volta. E questo è tutto.

 

Isabelle comincia così a prostituirsi, con uomini più grandi di lei, alcuni molto più grandi, con i quali entra in contatto tramite internet. Soldi in cambio del proprio corpo, in un gioco incosciente in cui Isabelle misura il proprio valore dal denaro ricevuto per le sue prestazioni. Ma di quei soldi non sa cosa fare. E infatti li nasconde in un astuccio che terrà chiuso in un armadio.

 

Parla di noi questo film, ed è questo che non ci piace. Giovane e bella smaschera i nostri errori, stana la nostra incapacità di agire, la lentezza nel capire. Nessuno sa veramente cosa facciano i ragazzi quando escono di casa, a qualsiasi ora della notte, dove vadano, con chi si incontrino, cosa scrivano quando chattano sul computer, volando con le dita sulla tastiera del telefonino. “Sdraiati”, “indignatos”, “sdivanados”, sono tutti lo stesso muro di non detti celati dietro rassicuranti “tuttapposto, bella”.

 

Ma c’è una grazia nel film, perché in effetti se tutto si fermasse qui, forse non varrebbe nemmeno la pena. Raymond Carver diceva che una storia è veramente una storia quando nel breve spazio del racconto si chiarisce tutta una vita, quando passato e presente si incontrano per schiudersi all’eventualità di un futuro, quando il racconto diventa processo di rivelazione. A Charlotte Rampling è dato di impersonare questa grazia, la forza redentrice di una carezza. La sua apparizione, inaspettata e fugace, provoca nella protagonista l’unico momento di vera, profonda emozione. Tornare in quella stanza d’albergo, rivivere quei momenti drammatici, significherà per Isabelle uscire dal suo angolo buio, abbandonare i panni di Lea in cui sembrava essersi del tutto calata, per rivedere, infine, la luce chiara di un giorno nuovo.

 

“Nessuno è serio a diciassette anni”, recita d’altra parte il titolo del poema di Arthur Rimbaud che Isabelle legge e commenta in classe con i compagni. Nell’alternarsi veloce delle stagioni, il film scorre come una riflessione su questo testo, scandito a tratti dalle parole e dalle musiche di Françoise Hardy.

 

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