Garibaldi, l’idraulico e la corruzione.

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Amare suonano le parole conclusive del film di Silvio Soldini, Il comandante e la cicogna. Tanto più amare in quanto pronunciate dal generale a cavallo, Giuseppe Garibaldi.

Dall’alto della sua statua equestre collocata al centro di una piazza qualsiasi, in una città qualsiasi, dolentemente si associa a quelle “sparute e sovente derise compagini” di comuni mortali, di uomini qualsiasi che ancora credono, amano e praticano giustizia e onestà.

Una famiglia normale (o quasi), un padre idraulico (Valerio Mastrandrea) che, rimasto precocemente vedovo, incontra sua moglie defunta (Claudia Gerini) nello spazio angusto e familiare della cucina di casa, preferibilmente di notte, mentre i due figli dormono o sono altrove impegnati. Parla con lei dei due ragazzi, ma anche di una storia di imbrogli e mazzette più grande di lui e in cui è rimasto coinvolto. Niente di particolare, normale amministrazione, anche per una città dall’apparenza più civile rispetto al resto dell’Italia.
L’unico a dolersene è proprio il grande generale, sua Eccellenza “il comandante”. Sul lato della piazza lo deride sarcastico un altro personaggio, il cavalier Cazzaniga, il quale nel pallore marmoreo della statua che lo raffigura istruisce il grande vecchio sui moderni dispositivi degli antagonismi sociali. Mastrandrea è molto intenso nel suo ruolo di padre sconfortato ma mai rassegnato, incuriosito da una giovane e timida pittrice squattrinata (Alba Rohrwacher).
Si muove con disinvoltura alle prese con i suoi figli, una ragazzina esposta all’insulto sulla rete e un adolescente eccentrico e schivo che si prende cura e parla con una cicogna. Da piccolo operaio incensurato, l’idraulico Mastrandrea accetta la proposta di un avvocato senza scrupoli e quasi trionfale nel suo agghiacciante cattivo gusto, così convincente da spingerlo a firmare contratti irregolari a suo nome.

Ma questo non è un film di denuncia. La denuncia è piuttosto affidata a un singolare affittacamere protestatario (interpretato da Giuseppe Battiston), figura più paradossale che onesta. Tutto scorre lieve e veloce in questo film, sino all’epilogo finale, tra buste di documenti e busterelle più propriamente intese come gonfie di denari. Insomma, la corruzione e l’impiccio dilagano indisturbati nell’indifferenza generale. Non vi è scandalo né retorica nel ritratto di questo mondo in cui tout s’en va senza sdegno, quasi pacatamente. È questa la politica? Questo il business? Non proprio: c’est l’Italie, mon général.

 

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