Fuga di cervelli dall’Italia

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Ho letto con interesse e con una certa commozione la lettera che il Prof. Celli ha scritto al proprio figlio sulla Repubblica il 30 novembre 2009, dove invita il ragazzo ad andare via dall’Italia. Mi ha ricordato le parole di mio papà che quasi 30 anni fa mi consigliava di fare lo stesso. All’epoca mi stavo laureando alla Scuola Superiore di Studi Universitari di Sant’Anna a Pisa in Medicina ed ero profondamente motivato ad intraprendere la carriera e la formazione in chirurgia.

Le prospettive al tempo erano nulle, sia per quanto riguardava un apprendimento pragmatico della chirurgia sia per quello che riguardava un’eventuale remunerazione. Il colmo era costituito dal fatto che, preso in carico completamente dallo Stato essendo allievo della detta Scuola, mi ritrovavo laureato ma nuovamente a dover dipendere dalla mia famiglia per poter lavorare!

Ebbi la fortuna di ottenere un posto di Assistente (corrispondeva al nostro specializzando all’epoca) presso il Centro di Chirurgia dell’Ospedale Universitario di Basilea per un anno, imparai il tedesco ed in seguito il mio contratto fu rinnovato per un altro anno. Infine ottenni un contratto di formazione per cui rimasi a Basilea per circa 15 anni.

Potei conseguire la Libera Docenza ed ottenere dapprima un posto di Primariato in un Ospedale periferico del Cantone Vaud per circa 10 anni. Da 5 anni sono Primario e Responsabile dei Servizi di Chirurgia dei quattro Ospedali del Cantone Ticino (circa 200 letti e 100 collaboratori medici). Ho potuto poi conseguire il titolo di Professore Titolare nel 2004. In sostanza il paese in cui vivo oggi mi ha regalato una vita ed una dignità professionale che non avrei potuto avere in Italia.

Questa mia riflessione non vuole essere però un’auto-celebrazione. Vorrei invece sottolineare il fatto che ricevo ogni giorno da parte di giovani colleghi italiani richieste di posti di lavoro presso la mia struttura, in quanto si trovano nella stessa situazione in cui mi trovavo io, 30 anni fa, se non peggio.

Le motivazioni ricorrenti sono il fatto che non è possibile una formazione pratica per i giovani chirurghi, non vi sono posti remunerati e la maggior parte dei giovani specializzandi sono costretti a fare da porta-borse ai vari Primari. Il termine porta-borse costituisce un vero e proprio eufemismo perché diversi di questi specializzandi mi hanno spiegato quale fossero i loro compiti: accompagnare i figli dei Primari all’asilo, lavare la macchina. Questo quadro estremamente squallido costituisce una realtà ancora peggiore di quella che avevo conosciuto 30 anni fa.

Il problema è legato al fatto che il clientelismo e la sistematica necessità di raccomandazioni impedisce una qualsiasi forma di meritocrazia in Italia. Il fatto poi che la maggior parte dei posti siano “a vita” impedisce il ricambio generazionale e l’afflusso di nuove professionisti motivati e stimolati sia nell’attività clinica che in quella di ricerca.

In Svizzera si è Assistenti (Specializzandi) per 6 anni. Poi bisogna superare l’esame per ottenere un posto di Capo Clinica, corrispondente in Italia al posto di Aiuto. Dopo 6/8 anni o si riesce a intraprendere una carriera accademica diventando quindi Liberi Docenti e poi Professori Titolari (poi eventualmente Ordinari), oppure si deve optare per una carriera di medico specialista in Ospedali periferici.

In tutti i casi alla fine di ogni ciclo si deve liberare il posto per i prossimi. L’età di pensionamento che uno sia Primario in Ospedale periferico o Ordinario in un’Università è di 65 anni senza possibilità di proroga.

E’ francamente inutile porsi domande sulle cosiddette fughe di cervelli fintanto che il “sistema” rimarrà lo stesso in Italia. Gli elementi fondamentali per motivare i giovani a restare nel loro paese, ed eventualmente per attirare giovani da altre nazioni, sono legati ad un concetto di formazione pratica solido (in particolare per la chirurgia, che è la disciplina che mi interessa) e a una remunerazione adeguata che permetta una vita dignitosa e l’eventuale possibilità di formare una famiglia. Si deve inoltre concepire un sistema basato sulla meritocrazia, su un’attività scientifica valutata in base ai criteri che sono in vigore negli altri paesi europei e d’oltre oceano.

Fintanto che esisterà in Italia il clientelismo, il nepotismo, l’istituzione sacra della raccomandazione, non vi sarà avvenire per le nuove generazioni e continuerà la fuga dei cervelli. E’ una triste realtà e malgrado passino i decenni, purtroppo non cambia.

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