Frodi fiscali e accertamenti presuntivi: separare l’iter di definizione agevolata

escher3.jpg

 
Il nostro sistema fiscale è poco ragionevole quando mette sullo stesso piano evasione di massa e frodi fiscali. Si tratta, in realtà, di fenomeni illeciti che sono profondamente diversi l’uno dall’altro. Tanto che sarebbe auspicabile istituire – da parte del Fisco – distinti regimi, con regole e procedure profondamente diverse: non solo sul terreno della risposta sanzionatoria, ma anche su quello dell’iter accertativo, della durata dei termini di prescrizione, nonché – sopratutto – delle cosiddette procedure di conciliazione (ovvero, come si dice in gergo, delle misure di tipo deflattivo del contenzioso).
A quest’ultimo riguardo, nel corso degli ultimi 10-15 anni vi è stato un proliferare di abbattimenti accordati a quei contribuenti che aderiscono in via anticipata all’accertamento, rinunciando alla impugnazione davanti al giudice tributario. Lo “sconto” è automatico e ragguardevole per quanto riguarda la sanzione (di norma pari al 75% fino a raggiungere un abbattimento vicino al 90 per cento), mentre invece non è automatico, ma accordato eventualmente dal funzionario previa istruttoria personalizzata e motivata, per quanto concerne l’imposta.
Questi abbattimenti, limitatamente agli accertamenti presuntivi, sono a mio parere adeguati e assai condivisibili. Da sempre, invece, tali riduzioni sono state indifferentemente applicate sia per gli accertamenti su base indiziaria (evasione di massa), sia per quelli basati su prova certa (frodi fiscali). L’applicabilità di abbuoni così rilevanti a quest’ultimo tipo di infrazione (vale a dire a violazioni per le quali è proceduralmente garantita la certezza sia della cifra accertabile sia della sua attribuibilità al vero ed effettivo trasgressore) appare davvero inappropriata. Essa, peraltro, si traduce in un incentivo verso un tipo di evasione che potremmo definire “sfrontata”.
La tentazione, per il contribuente più smaliziato, è infatti quella di giocare una sorta di lotteria nella quale scommettere sul venir meno di qualunque controllo fino allo spirare dei termini di prescrizione. La scommessa è resa conveniente, per un verso dal ridotto tasso oggettivo di frequenza dei controlli e, per altro verso, dal prezzo particolarmente modesto che potrà avere la “giocata” (vale a dire l’eventuale scoperta successiva della violazione). Il nostro sistema garantisce indistintamente a tutti, infatti, il diritto vedersi tagliata la sanzione a un ottavo dell’imposta (12,5 per cento). Per il contribuente in questione, quindi, si tratterebbe di nascondere sfacciatamente al Fisco un introito, magari ingente (nonostante che esso sia stato già tracciato, all’interno del sistema contabile, con emissione di regolari fatture, ritenute, annotazione nei registri iva, libro giornale, eccetera). Ciò confidando solo nel fatto che il Fisco, per tutto il tempo utile, si terrà alla larga da ogni iniziativa di controllo.
Questa anomalia è dovuta solo a profili tecnici della problematica. Dal momento che, nella dottrina e nella prassi del diritto tributario, non si è mai pensato di introdurre, all’interno delle diverse tipologie di infrazione, una demarcazione netta fondata sul grado intrinseco di attendibilità della cifra accertabile. A mio parere sarebbe invece ragionevole considerare che quando l’illecito si basa su prova certa (per le imprese e i professionisti, mi riferisco – tecnicamente – alle infrazioni accertabili ai sensi dell’articolo 39, primo comma, lettere a) e c) del D.P.R. n. 600 del 1973), evidentemente, i margini di incertezza dell’addebito si riducono praticamente a zero. E, conseguentemente, la prospettiva di un contenzioso dall’esito imprevedibile non esiste. Anzi, il gioco diventa a parti invertite dal momento che dovrebbe essere semmai il trasgressore, e non certo l’Amministrazione, a temere gli aggravi di un contenzioso per lui certamente sfavorevole.
Si pensi agli illeciti di falsa fatturazione, frodi carosello, utilizzo in compensazione di crediti inesistenti, o all’infrazione che commette chi si limita a portare in deduzione un costo palesemente non deducibile o, più semplicemente, a cestinare una regolare fattura emessa, magari per importi ingenti. Ha poco senso, per queste casistiche, che l’Amministrazione lanci ponti d’oro a questo tipo di trasgressore. Anzi, a ben riflettere, di fronte a una evasione così certa e ben precisamente quantificata, appaiono persino troppo brevi gli attuali termini previsti per la decadenza dell’azione di accertamento. In effetti, non si vede quale sia l’interesse pubblico tutelato che giustifica questa limitazione temporale rispetto agli ordinari tempi di prescrizione decennale.
Si tratterebbe, peraltro, di estendere a quel tipo di infrazioni, che si possono considerare “matematicamente certe”, le stesse regole che già sono vigenti per la violazione di mancato pagamento. In quest’ultimo ambito il sistema prevede una sanzione fissa (30%), mai diminuibile all’interno delle procedure premiali di tipo deflattivo, proprio perché trattasi di debito “certo” e incontrovertibile. Oggi, pertanto, vi è una disparità di trattamento: da un lato, infatti, la sanzione per la semplice “morosità” di un debito lealmente dichiarato è pari al 30 per cento del tributo, non riducibile. Per altro verso, infrazioni ben più gravi, consistenti nel doloso occultamento a monte dell’imponibile e/o del debito d’imposta, rimangono definibili sempre e comunque con una sanzione più bassa, pari a poco più di un terzo (12,50 per cento della cifra di imposta nascosta al Fisco).
Se si cambia oggetto di riferimento e si guarda, viceversa, agli accertamenti presuntivi emessi per contrastare l’evasione di massa (in primis, studi di settore e redditometro), tutte quelle misure di cautela e, in particolare, gli abbattimenti e gli “sconti” previsti in sede di definizione agevolata ritrovano invece un loro profondo significato e una grande utilità. Per questo genere di violazioni, infatti, si deve prendere atto della estrema difficoltà in cui si trovano i controllori del Fisco, a causa della oggettiva impossibilità di reperire la prova certa della cifra evasa. E questo rende di conseguenza inevitabile emettere accertamenti che sono basati giocoforza su calcoli presuntivi. Ciò vuol dire che qui non esiste un fatto o una specifica violazione che sia in grado di “incastrare” il trasgressore. Per cui il Fisco è esonerato dall’onere di procurarsi la prova relativa a singoli episodi illeciti.
Da ciò discende che, a differenza di quel che accade per i casi di frode anzidetti, nei riguardi degli accertamenti presuntivi (solo riguardo ad essi) vi è il rischio oggettivo, per il Fisco, di

colpire la persona sbagliata;

avviare un’azione di recupero quantitativamente esagerata nei confronti di chi ha commesso violazioni di più ridotta consistenza;

emettere un accertamento nei riguardi di chi, pur essendo in buona fede, all’epoca dei fatti ha solo tralasciato, per incuria o ignoranza, di approntare e conservare quei documenti che oggi il sistema considera indispensabili per consentirgli di dimostrarlo.

 

Per queste ragioni si può ritenere che le riduzioni sanzionatorie di vario tipo, finalizzate alla definizione degli addebiti per adesione – purché ciò venga limitato agli accertamenti di tipo presuntivo – hanno un ruolo fondamentale e anzi insostituibile nelle dinamiche di gestione del rapporto col contribuente. Il Fisco qui è in una posizione strutturale di debolezza. Quindi dare al contribuente la prospettiva di conseguire vantaggi significativi potrebbe essere la molla determinante (una delle poche leve a disposizione del Fisco, in verità) onde conseguire risultati apprezzabili, a livello di massa. Gli abbattimenti pertanto, così intesi, non devono essere un tabù. E sarebbe semmai opportuno studiare la possibilità che essi siano ulteriormente ampliati, fino a ricomprendere la opportunità che vengano persino estesi a una quota dell’imposta. Ciò, beninteso, in presenza di condizioni di tipo oggettivo e preferibilmente in base ad automatismi predeterminati, non soggetti a valutazione discrezionale.

Top