Francia: strategie per «riformare» i corsi di formazione professionale. Le proposte della Commissione di Jacques Attali

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Nel febbraio del 2010 (per la seconda volta, a distanza di tre anni), il Presidente della Repubblica francese Nicolas Sarkozy ha chiesto alla Commission pour la Libération de la Croissance Française (CLCF – Commissione per la Liberazione della Crescita Francese), presieduta da Jacques Attali, di sottoporre al più presto all’azione del governo un rapporto sintetico che formulasse quelle proposte operative (perlopiù sotto forma di riforme) in grado di far uscire il Paese dalla crisi attuale. La Commissione ha consegnato un rapporto di 177 pagine nel corrente mese contenente le indicazioni per una ripresa della crescita economica.  Sottopongo all’attenzione dei lettori interessati la parte che concerne la formazione professionale.

Secondo la CLCF, un dato di fatto incontrovertibile è che – a differenza di quanto accade in altri mercati europei – in Francia l’attività lavorativa maggiormente penalizzata sia quella dei settori in cui operano i lavoratori più giovani e quelli più anziani. Il problema maggiore consiste particolarmente nel fare della formazione professionale il punto di leva, quella marcia in più in grado di far acquisire – per davvero – le competenze che vengono richieste per i giovani come pure le evoluzioni del settore lavorativo in vista di una riconversione di valore per i meno giovani.

Sempre secondo il rapporto, la questione va risolta alla radice, la quale viene individuata non in una qualche «debolezza tecnica», bensì in una difficoltà di base che tocca «l’architettura del sistema di formazione e la sua relazione con la società».
 
Il rapporto della CLCF conta ben quattro «disfunzionamenti»:

1.l’organizzazione della formazione professionale iniziale porta a una selezione per insuccesso;
2.la formazione professionale iniziale resta ben lontana dall’attività;
3.i finanziamenti alla formazione continua restano pilotati dall’offerta di formazione piuttosto che dalla richiesta di qualifica;
4.il sistema di formazione professionale non è dotato di una politica d’investimenti e di disinvestimenti concertata.

Nel primo caso, l’orientamento di un lavoratore verso la formazione professionale è vissuto più spesso come una punizione piuttosto che come un’opportunità. Senza contare che al termine del corso, gli allievi migliori vengono incoraggiati a proseguire la loro formazione, cioè a proseguire nello studio (coloro che pervengono a una qualifica professionale vengono indirizzati al diploma del secondario inferiore; i diplomati a preparare una laurea di primo livello o a una formazione tecnica superiore, e così via) .  In questo modo, l’ingresso nel mondo del lavoro è vissuto come un fallimento, come un’incapacità a proseguire. La Commissione rileva che, diversamente, in Germania e nei Paesi nordici, si valorizza il rapido inserimento nel mondo del lavoro. E questo perché è molto più facile per tali Paesi riproporre una formazione qualificante di lì a pochi anni giacché la relativa offerta è vissuta come un’opportunità e non come una prova.  

La Commissione raccomanda pertanto al Presidente e al governo di sviluppare un’offerta di formazione che permetta la ripresa di corsi qualificanti prima dei 35 anni di età in accordo con i bisogni dei diversi settori lavorativi.
Nel secondo caso, si rimprovera una eccessiva impronta teorica durante i corsi di formazione professionale, basata – a dire della Commissione – su una pia illusione da parte dei datori di lavoro, siano essi privati o pubblici, e cioè che si possa fare economia su un reale (aggiungo io: e totale) coinvolgimento dei discenti nei  corsi. Vale a dire: le qualifiche richieste non possono essere trasmesse (diciamo: ben trasmesse) senza approntare parallelamente un contatto diretto con l’attività lavorativa mirata. Tant’è che sia negli USA che nel Regno Unito la formazione professionale è in primo luogo cosa che riguarda l’azienda e solo in secondo luogo la formazione scolastica; in Germania e nei Paesi nordici, la formazione professionale iniziale si affida a una dinamica di alternanza, «laddove formatori e datori di lavoro condividono insieme la trasmissione delle qualifiche richieste e il tutorato».

La Commissione raccomanda pertanto al Presidente e al governo di modificare in profondità la pedagogia delle formazioni professionali iniziali affinché comportino una commistione di lavoro e formazione.
Per quanto riguarda il terzo tipo di “disfunzionamento”, la CLCF ricorda che dal 1971, e cioè da ben trentanove anni, la Francia beneficia di un meccanismo che dovrebbe permettere uno sviluppo forte e ripartito della formazione, vita natural durante, un sistema insomma che faciliti e permetta ogni tipo di adattamento e di mutazione nel campo lavorativo.
Così non è, se si può obiettivamente constatare che tale congegno costituisce una corsia preferenziale a vantaggio  delle grandi imprese, i cui salariati hanno più facilmente accesso alla formazione e di certo si muove ben più nella direzione dei lavoratori che posseggono di già una qualifica a fronte di quelli che non ne hanno alcuna, e va a profitto dei lavoratori in misura largamente maggiore rispetto ai disoccupati…

Il tutto appare dunque quanto mai sclerotizzato (il rapporto parla di una condanna all’«opacità» e alla «burocrazia»). La Commissione entra nello specifico e osserva che occorre chiarire la questione del finanziamento delle organizzazioni patronali e sindacali nonché al riguardo delle spese di gestione; sottolineando la mancanza di indipendenza di giudizio, da parte dei partner sociali, indispensabile per una negoziazione efficace ma anche per il ruolo di «responsabile del pilotaggio».
Il problema fondamentale tuttavia resta quello che a i datori di lavoro devono  adattarsi all’offerta nazionale già esistente (i corsi finanziati) senza veder accolte quelle che sono le reali esigenze in campo formativo. D’altra parte, nemmeno bisogna dimenticare che se le PMI frenano il ricorso alla formazione professionale è perché la sostituzione del lavoratore assente non è organizzata in maniera pratica dai sistemi  locali o nazionali.

La Commissione raccomanda pertanto al Presidente e al governo di organizzare, con il sostegno delle imprese interinali, meccanismi di sostituzione dei lavoratori delle PMI impegnati nei corsi di formazione. Occorrerà altresì badare a che la domanda delle grandi imprese nella forma di «crediti mutualizzati» non renda insolvibili le richieste delle PMI.
Si noti che il credito mutualizzato è una forma di credito che non comporta interessi, e che ha vari ambiti applicativi (viene particolarmente usato in Africa e in tutte quelle organizzazioni che si dedicato all’aiuto dei Paesi in via di sviluppo o a categorie sociali in difficoltà). Si organizza nell’ambito di un gruppo di persone tra le quali esiste un rapporto di reciproca fiducia. Il principio di base è quello di mettere periodicamente una quota secondo un principio di rotazione, fissando 1. chi è il responsabile della colletta (nel senso di raccolta) e della gestione dei fondi; 2. qual è l’ammontare della quota e con quale cadenza essa va versata; 3. le modalità di percepimento e disposizione delle somme versate. Si tratta quindi di un sistema molto popolare di mutua assistenza.

Non è la mutualizzazione a essere rimessa in causa, bensì un suo irrigidimento, sicché la Commissione consiglia un allargamento e ammorbidimento della stessa, a fine di facilitare la fungibilità dei finanziamenti destinati all’apprendimento, alla professionalizzazione e ai piani di formazione. La CLCF non dimentica di proporre un adattamento tra l’offerta e la domanda e una maggiore attenzione ai lavoratori più fragili o meno qualificati.
A tutto ciò – e veniamo al quarto punto – va aggiunta una riflessione sugli investimenti o meglio sulle politiche degli investimenti.

Occorre un «pilotaggio strategico», ravvisa la Commissione.  Esso dovrà articolarsi su tre logiche distinte: 1. delle qualifiche di livello superiore che superino le considerazioni di tipo geografico e si attivino per una maggiore mobilità delle persone; 2. degli impieghi trasversali rispetto ai settori lavorativi (settore logistico, informatico, del terziario e della riparazione) nei quali quel che più conta è invece proprio il fattore geografico e per i quali l’interazione tra partner sociali e regionali è particolarmente cruciale; 3. delle formazioni specifiche.  In tale articolazione si può pianificare una formazione che vada a beneficio di taluni disoccupati, formazione orientata in funzione delle prospettive di riclassificazione ragionevolmente precisa e localizzata dal punto di vista geografico.

E quindi la CLCF raccomanda che venga previsto un finanziamento nella politica degli investimenti di formazione secondo i tre assi sopra articolati ; tali istanze potrebbero altresì mettere in evidenza settori di formazioni obsolete per i quali prevedere piani di riconversione più adatti, da finanziare e realizzare quanto prima.

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