Finestre e prelievi forzosi nelle nuove norme pensionistiche

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Con il decreto legge 78/2010 (convertito con la legge 122/2010) il governo è intervenuto pesantemente sul sistema pensionistico. Il governo ha rivendicato giustamente il merito di aver effettuato una profonda riforma pensionistica senza un’ora di sciopero, ma ha dimenticato di dire che le nuove norme sono una smentita a precedenti affermazioni, che mai il governo avrebbe modificato il regime pensionistico.
Gli interventi sul sistema pensionistico sono rilevanti e consentono alla Ragioneria Generale dello stato (vedi il DFP per il 2011-13) di affermare che “il processo di riforma del sistema pensionistico italiano è riuscito in larga parte a compensare i potenziali effetti della transizione demografica sulla spesa pubblica”.
Se gli effetti delle nuove norme sono positivi per gli andamenti di lungo periodo del rapporto spesa pensionistica/Pil e se non può che essere giudicato positivamente il legame introdotto tra speranza di vita ed età pensionabile vi sono, tuttavia, nelle nuove norme alcuni aspetti che hanno il carattere di un vero prelievo forzoso a danno dei lavoratori.
L’intervento iniziale del governo si limitava ad una modifica delle cosiddette finestre di uscita, ossia del periodo intercorrente tra la maturazione del diritto a pensione e la decorrenza (il pagamento) della pensione stessa.
Le finestre sono state introdotte con la legge 335/95 e hanno rappresentato un espediente per risparmiare sulla spesa pensionistica, Il diritto si matura ad una certa età, ma la pensione si percepisce alcuni mesi dopo con un risparmio per lo stato. Inizialmente erano previste solo per le pensioni di anzianità ed erano 4 all’anno con un intervallo massimo, quindi, di 3 mesi tra acquisizione del diritto e decorrenza della pensione. Le finestre sono state poi ridotte a 2 ed estese alla vecchiaia e alla pensione con 40 anni di contribuzione (legge 247/2007). Si è esteso quindi l’intervallo tra diritto e decorrenza a 3/6 mesi per la vecchiaia e i 40 anni e a 6/9 mesi per l’anzianità. Nel caso dei 40 anni questo produceva un evidente danno ai lavoratori che avendo raggiunto il massimo per il calcolo della pensione non potevano avere in contropartita della ulteriore permanenza al lavoro un miglioramento della pensione stessa.
Con le nuove norme il governo porta tutte le finestre ad una misura unica di 12 mesi. Dopo il raggiungimento dei requisiti pensionistici di vecchiaia, di anzianità o dei 40 anni la decorrenza della pensione avverrà dopo 12 mesi.
In pratica la pensione di vecchiaia non sarà più a 65/60 anni, ma a 66/61, i 40 anni di contribuzione diventano 41 e i requisiti di età/contribuzione e le quote per le pensioni di anzianità si innalzano di 12 mesi. Certo l’aumento rispetto ad oggi non è di 12 mesi, dato che le finestre erano già presenti, ma l’innalzamento dell’età effettiva di pensionamento è di circa 6 mesi e produce un sensibile risparmio che la Relazione Tecnica quantifica in 0, 36 miliardi di euro nel 2011, 2,6 miliardi nel 2012 e 3,5 miliardi nel 2013.
Per l’ennesima volte l’intervento sulle pensioni serve a fare cassa con buona pace di tutti coloro che hanno sempre giustificato o richiesto un intervento sulle pensioni al fine di riequilibrare la spesa sociale.
L’estensione della finestra per i 40 anni aggrava il problema prima indicato. I lavoratori che al momento della maturazione del diritto hanno raggiunto nel sistema retributivo il massimo della contribuzione lavoreranno senza che i mesi aggiuntivi servano a migliorare la pensione.
Il problema si pone anche nel contributivo e nel misto. Chi va in pensione con questi sistemi a 65 anni si vede applicato un coefficiente di trasformazione calcolato in base alla speranza di vita a 65 anni. La sua pensione però inizierà a decorrere 12 mesi dopo a 66 anni. Subisce quindi una decurtazione del montante pensionistico pari ad un anno rispetto a quello a cui avrebbe diritto. Questa “sottrazione” di montante pensionistico è stato poi accentuata dall’emendamento approvato in commissione bilancio del senato.
L’emendamento traduce in norma operativa, con qualche cambiamento, quanto già deciso lo scorso anno con la legge 102/2009 in merito all’adeguamento dell’età di pensionamento in base alla speranza di vita. La cadenza di modifica dell’età di pensionamento non è più quinquennale ma triennale e si specifica, fatto positivo, che la speranza di vita da prendere in considerazione è quella a 65 anni. Dal 2015 l’età di pensionamento di vecchiaia e di anzianità sarà elevata in base alla speranza di vita a 65 anni rilevata dall’Istat nel triennio precedente. E’ rientrata invece l’applicazione di questa norma ai 40 anni di età come inizialmente previsto.
L’emendamento affronta il problema dei coefficienti nel contributivo. Aumentando l’età di pensionamento sopra i 65 anni, infatti, si pone il problema dei coefficienti per età superiori ai 65 oggi non calcolati. L’emendamento prevede che quando gli incrementi dell’età pensionabile di vecchiaia superano di almeno una unità (12 mesi) i 65 anni debba essere calcolato il coefficiente corrispondente ai 66 anni e così via.
Tenendo conto delle finestre e del ritardo nel calcolo del nuovo coefficiente ci saranno dei lavoratori che percepiranno la pensione con più di 66 anni di età (fino a 66 anni e 11 mesi) con un coefficiente di trasformazione calcolato con la speranza di vita a 65 anni. Viene meno per questi lavoratori la corrispondenza tra montante contributivo e montante pensionistico con la sottrazione di più di 1 anno di ratei pensionistici.
Oggi per evitare questo i coefficienti non sono calcolati solo per gli anni interi, ma anche per i 12 mesi di ogni anno. Chi va in pensione a 64 anni e 11 mesi non ha il coefficiente di 64 anni, ma quello di 64 e 11 mesi. Per coloro che da oggi avranno la decorrenza della pensione a 66 anni e x mesi il coefficiente sarà invece quello di 65 anni.
Considerando la revisione dei coefficienti e l’innalzamento dell’età di pensionamento di vecchiaia la perdita sull’importo della rata di pensione derivante dalla mancanza dei coefficienti sopra i 65 anni varierà tra il 2015 e il 2020 tra il 3% e il 6% a seconda del ritardo nella decorrenza.
Gli interventi sull’età possono essere considerati necessari. Il mancato aggiornamento dei coefficienti è invece un intervento sull’importo di pensione e produce quello che possiamo qualificare come un prelievo rilevante a danno dei lavoratori e contribuisce a snaturare ulteriormente i principi base del sistema contributivo.
Il concetto base del contributivo è l’equivalenza tra quanto si è versato in contributi nella vita lavorativa (montante contributivo) e quanto si percepisce come montante di pensione in base alla vita media. Il coefficiente di trasformazione è il numero che trasforma il montante contributivo in rendita mensile. Questa ultima se percepita per un periodo pari alla speranza di vita è complessivamente uguale al montante contributivo.
Fondamentale, quindi, è l’applicazione del coefficiente equivalente all’età in cui si percepisce la prima rendita. Introducendo un intervallo di tempo, senza modifica dei coefficienti, tra maturazione del diritto e godimento della pensione si modifica il principio di eguaglianza tra montante contributivo e montante pensionistico.
Per avere un’idea degli effetti delle nuove norme basta ricordare che la speranza di vita a 65 anni per i maschi è oggi pari a poco meno di 18 anni, raggiungerà i 19 anni nel 2020 e si avvicinerà a 20 nel 2030. Un anno su 18 è pari al 5,5%, un anno e 7 mesi su 19 è pari a circa il 9%. Questa è la dimensione della sottrazione di pensione al montante pensionistico che spetterebbe ai lavoratori in base ai principi del contributivo.
Inizialmente la perdita in termini pensionistici per buona parte dei pensionati sarà inferiore dato che solo pochi andranno in pensione nei prossimi anni integralmente con il contributivo, mentre la grande maggioranza andrà con il sistema misto. Con l’aumentare del peso del misto e con il passaggio al contributivo pieno la perdita aumenterà progressivamente, colpendo così ulteriormente le generazioni più giovani.
Nel 2014 un lavoratore con 65 anni di anzianità andrà in pensione con 17 anni di retributivo e 18 di contributivo. Percepirà la pensione con 12 mesi di ritardo e sulla quota di contributivo si vedrà applicato un coefficiente più basso. Considerando un lavoratore con una retribuzione media nel 2010 di 28.000 euro annui, percepirà una pensione di 21.750 euro, invece di una pensione di 22.160 euro se gli fosse applicato il coefficiente dei 66 anni (circa il 2% in meno).
Nel 2020 l’età di pensionamento dovrebbe essere pari a 65 anni ed otto mesi. La pensione di vecchiaia sarà pertanto percepita a 66 anni e 8 mesi. Un lavoratore con 35 anni di lavoro, avrà una parte retributiva di 11 anni ed una contributiva di 24 anni a cui sarà applicato il coefficiente di 65 anni.
Sempre considerando una retribuzione media nel 2010 di 28.000 euro, percepirà una pensione di 25.000 euro in luogo di una pensione di circa 26.000 che avrebbe percepito con il coefficiente corrispondente a 66 anni e 8 mesi, con una perdita del 3,9%.
Nel 2030/31 i primi lavoratori che si pensioneranno interamente con il contributivo si troveranno in una situazione in cui l’età di pensionamento dovrebbe aggirarsi intorno ai 66 anni e otto mesi, con un inizio di godimento della pensione a 67 anni e otto mesi. Allora sarà stato calcolato il coefficiente corrispondente ai 66 anni, ma non ancora quelli relativi ai 67 e 68. Il lavoratore si vedrà quindi applicato il coefficiente di 66 anni in luogo di quello dell’età di inizio di godimento della pensione.
Sempre considerando una retribuzione nel 2010 di 28.000 euro la sua pensione nel 2030/31 sarà di 28.950 euro in luogo dei 30.670 corrispondenti al coefficiente di 67 anni e otto mesi con una perdita di circa il 6%.
Fermo restando l’innalzamento progressivo dell’età, va posto rimedio a questa ingiustificata correzione dei coefficienti, che probabilmente produrrà in futuro un ampio contenzioso, calcolando da subito i coefficienti per le età superiori a 65 e applicando a chi si pensiona a 65 anni (e successivi incrementi) il coefficiente corrispondente all’età di godimento.
 
 

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