Federalismo e pressione fiscale: incidenti di percorso

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Fin dal suo varo, la legge delega sul federalismo fiscale (42/2009) lasciava trasparire una qualche contraddizione fra due dei tanti “criteri e principi direttivi” fissati: da un lato, quello inteso a riconoscere “un adeguato grado” di autonomia impositiva a regioni ed enti locali (art. 2, comma 2, lett. bb) e, dall’altro, quello secondo cui la partita del federalismo non avrebbe dovuto tradursi in un aumento della pressione fiscale complessiva “anche nel corso della fase transitoria” (art. 28, comma 2, lett. b).
 
Gli schemi dei decreti legislativi attuativi della delega confermavano tale contraddizione. In particolare, quello relativo al federalismo regionale, per un verso recava i chiari presupposti per un futuro aumento della pressione fiscale, per altro verso ribadiva l’obiettivo-vincolo a mantenere inalterata la pressione fiscale a carico del contribuente.
 
E’ quanto accadeva una prima volta (art. 2 dello schema di decreto): allorquando si prevedeva la “rideterminazione” dell’aliquota base dell’addizionale Irpef di competenza statale (meno pudicamente, un aumento finalizzato a compensare i vuoti che si sarebbero aperti nelle casse regionali a seguito dell’abolizione dei trasferimenti statali), aggiungendo subito dopo che, con lo stesso provvedimento “sono ridotte le aliquote dell’Irpef di competenza statale, con l’obiettivo di mantenere inalterato il prelievo fiscale complessivo a carico del contribuente”.
 
E’ quanto accadeva una seconda volta: prevedendo (art. 5 dello schema di decreto) che ciascuna regione può aumentare di 2,1 punti l’aliquota base dell’addizionale (oggi pari allo 0.9% ma, come si è visto, destinata ad essere “rideterminata”), ma sottolineando con una norma di chiusura dello stesso decreto (art. 26, comma 2, secondo periodo) che“l’esercizio dell’autonomia tributaria non può comportare, da parte di ciascuna regione, un aumento della pressione fiscale a carico del contribuente”. 
 
Insomma, l’originario schema di decreto legislativo sul federalismo regionale consentiva a Stato e Regioni di aumentare le aliquote dell’addizionale Irpef ma, contemporaneamente, vincolava gli stessi “attori” a non aumentare la pressione fiscale.
 
Questa contraddizione ha retto fino al 16 dicembre 2010, quando, a seguito dell’intesa raggiunta in sede di Conferenza Unificata, l’originario schema di decreto legislativo è stato integrato in molti punti, assumendo la veste che nei prossimi giorni passerà al vaglio delle Commissioni parlamentari per poi approdare al definitivo varo legislativo.
 
Per quel che ci interessa, fra le modifiche apportate all’originario decreto rileva la seguente, tanto stringata quanto significativa: “Art. 26, comma 2: è abrogato il secondo periodo”. Nel nuovo schema di decreto legislativo sul federalismo regionale, è stato cioè cassato il divieto di aumentare la pressione fiscale, posto originariamente a carico delle Regioni. Il divieto resta solo per lo Stato: all’aumento dell’aliquota base dell’addizionale regionale Irpef dovrà corrispondere una riduzione di pari portata delle aliquote Irpef erariali. Le Regioni, invece, potranno procedere liberamente (e fino al massimo previsto) agli aumenti di loro competenza; anche se ciò si tradurrà inevitabilmente in un aumento della pressione fiscale a carico dei contribuenti.
 
In conclusione: la contraddizione della legge delega (42/2009) è venuta meno,sacrificando il principio dell’invarianza della pressione fiscale.

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