Europeismo a senso unico

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L’aiuto di 100 miliardi alla Spagna dello scorso fine settimana, dicono i commentatori più compassati nonché le stesse fonti ufficiali spagnole, non è a beneficio dello Stato – che non ne avrebbe bisogno – ma delle banche locali.
 
In particolare il gruppo Bankia è ancora in difficoltà, principalmente a causa dello scoppio della bolla immobiliare nel Paese iberico, e deve pertanto essere ricapitalizzato urgentemente, in quanto già tagliato fuori dall’accesso al credito e probabilmente sull’orlo di un bank run, ossia una corsa al ritiro dei depositi.

Come si ricorderà, circa due anni e mezzo fa l’Irlanda ebbe l’idea di garantire integralmente tutti i depositi ed i debiti del sistema bancario locale, col risultato di aver visto crescere a livelli insostenibili il proprio debito pubblico e di aver avuto infine bisogno del salvataggio da parte dell’Europa, della BCE e del FMI. Anche lì si era assistito ad una bolla immobiliare senza precedenti ed alla risultante distruzione del capitale delle banche in seguito alla sua implosione. La Spagna, con la decisione del week end, si sta incamminando su un analogo percorso.

Ma non era certamente l’unico. Una banca ha commesso errori di gestione, ha dilapidato il capitale sociale e non ha più la fiducia dei mercati. Se la banca in questione ha una buona clientela ed è ritenuta risanabile con nuovo capitale e nuovo management, essa può essere venduta sia come entità esistente sia come ramo d’azienda, ossia tramite la vendita degli sportelli, ad altra banca. Normalmente ciò viene gestito dalla banca centrale locale che trova un’altra banca del medesimo Paese che si fa carico degli istituti insolventi o potenzialmente tali. Nel caso spagnolo non si è potuta seguire questa soluzione poiché non si è trovato, in Spagna, il c.d. cavaliere bianco ossia il salvatore della situazione.
In seconda battuta, c’è sempre la vecchia soluzione della nazionalizzazione: il Governo fornisce il capitale necessario, diventa l’azionista di controlloi e la banca continua ad operare. Anche questa strada non appariva percorribile dato lo stato attuale del debito e soprattutto del deficit corrente della Spagna.

Un’ulteriore soluzione – alla quale però nessuno ha voluto pensare – avrebbe potuto essere quella di fare una gara europea per vendere le banche in questione o i relativi rami d’azienda fuori dalla Spagna. Una banca europea, pagato il prezzo (o ricevuto un indennizzo in caso di valore negativo) avrebbe assunto il ruolo di azionista di maggioranza, continuato le operazioni e lo Stato spagnolo non ci avrebbe messo un euro – se non l’eventuale indennizzo o forse l’accollo di alcuni asset problematici). Certamente non si sarebbe caricato di 100 miliardi di euro di debiti.

Perché si è scelta allora la strada del prestito europeo, rischiando il default addirittura dello Stato, l’abbassamento del rating ad un passo dal livello “spazzatura” – come puntualmente avvenuto – invece di una soluzione “europea”? Non abbiamo la risposta, ma non possiamo non rilevare che una banca acquirente, nel ricapitalizzare la banca-target e nel rilanciarla, avrebbe giustamente preteso di nominare il Consiglio di gestione e i più alti dirigenti, ben difficilmente confermando il vecchio management che tanto danno ha arrecato ai precedenti azionisti (che hanno perso tutto o quasi).
Ma che un olandese o un francese o, Dio non voglia, un tedesco debba comandare in una banca regionale spagnola non è nemmeno pensabile. Anche dalle nostre parti ci vengono in mente alcune situazioni di istituti bancari, senz’altro meno disastrati di Bankia, ma non troppo distanti nella mentalità e nei metodi di gestione, per i quali si preferirebbe la via “nazionale” ad una soluzione di mercato non domestica.

Allora meglio rischiare di far affondare il sistema che permettere che tale settore “strategico” sia eterodiretto. Siamo di fronte ai veri “poteri forti”, capaci di piegare a proprio vantaggio l’interesse pubblico, addirittura di mettere a rischio, all’occorrenza, la stabilità e la solvibilità dello Stato. L’Europa è ben accetta quando, a vario titolo, ci fa pervenire le proprie risorse finanziarie. Bene la BCE, l’EFSF, la BEI, benissimo eventualmente gli Eurobond purchè non si venga a comandare a casa nostra, non importa chi ci mette i soldi. Questo è l’europeismo a senso unico.
 
Tra le varie proposte riguardo alle recenti vicende spagnole, si è sentito parlare di un regolatore bancario unico europeo, come contropartita al salvataggio delle banche insolventi da parte dell’Europa. Proposta interessante e degna di approfondimento, ma non si sono fatti avanti, tra le 17 banche centrali nazionali dell’area dell’euro, molti candidati al pensionamento. La difesa della propria istituzione – e dei connessi poteri – è una prerogativa delle burocrazie. I governi, a cominciare da quello tedesco, avranno la forza di agire rapidamente su questo fronte?
E’ molto più facile tirare la giacchetta della Merkel, addossando le colpe dell’attuale situazione al presunto integralismo della Germania, che mettere mano alle cause profonde della crisi attuale, che è fondamentalmente una crisi da cattiva gestione della cosa pubblica – avere approfittato dei tassi bassi non per mettere ordine nelle proprie finanze ma per aumentare il  debito pubblico  – nonché di leva finanziaria nel settore bancario.

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