Ecco la proposta del Governo per riformare il sistema delle conferenze

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Una premessa

 
 
Le Camere hanno formalmente dato il via all’approvazione definitiva, da parte del Governo, del decreto delegato sul fisco municipale, lo stesso che aveva registrato il pari e patta nella cosiddetta bicameralina, l’appena 3 marzo scorso. L’evento, oltre che turbare ulteriormente il clima politico e, con questo, a rendere difficile il cammino ad un federalismo fiscale privo del più generale largo consenso, ha messo in luce una profonda incrinatura del sistema della concertazione istituzionale, improntato sul modello delle attuali Conferenze. Va da sé che al consenso, per molti versi improvvido, formalizzato dalle regioni a fine anno sullo schema omnibus (fiscalità regionale e comunale, perequazione e costi/fabbisogni standard nel settore della sanità), ha fatto seguito, nella contestualità del voto di fiducia sul cosiddetto “federalismo comunale”, una revoca di quanto favorevolmente sancito il 16 dicembre 2010. Un modo per rimettere le cose al loro punto di partenza, giustificato dal mancato impegno del Governo a non avere, nel frattempo, adempiuto alle promesse fatte, che costituivano il presupposto fondamentale dell’allora raggiunta Intesa Stato-regioni.
 
 
 
A ben vedere, prescindendo dalle più o meno giuste rivendicazioni economico-finanziarie, è dato constatare un percorso concertativo che poggia le sue radici comportamentali su vecchi vizi, su esercizi di mero contenuto teorico, su promesse della politica che si spendono reciprocamente con una facilità inaudita. Un modus operandi che – da una parte – sottrae certezza e correttezza all’azione del Governo, sempre più preda degli interessi politici della Lega Nord, e – dall’altra – fa venire meno la corretta rappresentanza delle Conferenze in relazione agli interessi dei rispettivi rappresentati, oramai nettamente differenziati per macroarea geografica. Queste ultime appaiono, infatti, divenire sempre più frequentemente siti istituzionali ove procedere alla compensazione delle più diverse rivendicazioni regionali, piuttosto che momenti di valorizzazione delle istanze delle singole regioni, sì da tradurle in uno strumento operativo di solidarietà istituzionale, funzionale a consolidare l’Unità nazionale. Un ruolo, questo, imprescindibile per assicurare al federalismo fiscale, idealizzato e condiviso da tutti, un buon esordio a regime, nell’interesse della totalità delle collettività regionali, cui dovere garantire l’esigibilità delle prestazioni essenziali afferenti i diritti civili e sociali e dei servizi pubblici territoriali.
 

 

L’esigenza di una riforma del sistema delle Conferenze

Che il sistema delle Conferenze – originariamente insediato nell’ordinamento nel 1983, successivamente disciplinato con la legge 400/88 e con un d.P.C.M. del 1996, quanto all’istituzione della Conferenza Stato-città e autonomie locali, nonché riordinato e ampliato, da ultimo, con il decreto legislativo 28 agosto 1997 n. 281 – vada ineludibilmente cambiato, rappresenta da tempo una certezza. Ciò soprattutto per garantire una compartecipazione più autentica alle istituzioni territoriali interessate, nella fase di pre-assunzione dei provvedimenti statali ad esse, comunque, riferibili nella qualità di naturali destinatarie.
 
 
A fronte di una tale esigenza, si è tuttavia registrato un inconcepibile differimento del problema, nonostante che il tema del federalismo fiscale e, con esso, la progressiva responsabilizzazione complessiva del sistema autonomistico ingombrasse l’agenda politico-parlamentare. E dire che vi erano e vi sono tutte le ragioni per doverlo risolvere, attesa la necessità di assicurare il migliore raccordo istituzionale possibile tra i diversi soggetti impegnati nella concretizzazione del principio di leale collaborazione, per l’appunto, tra lo Stato e gli enti territoriali.
 
Tutto questo è avvenuto a causa dell’incertezza di come riformare l’anzidetto sistema concertativo. Meglio, del rinvenire la soluzione migliore. Più precisamente, il maggiore problema si è rilevato essere l’individuazione della metodologia modificativa dell’esistente, ovverosia la determinazione del percorso ottimale, che potesse soddisfare maggiormente i bisogni di celerità ed efficienza da più parti avvertite, ma che garantisse – nel contempo – l’obiettività delle formali rivendicazioni sub-statali, troppo caratterizzate dagli egoismi dei più forti a discapito delle reali esigenze dei più deboli. Un vulnus per il modello cooperativo regionale, indispensabile per collaborare attivamente alla migliore regolazione dell’introdotto federalismo fiscale.
 
 
Per conseguire un siffatto risultato andava e va prioritariamente individuato l’insediamento di un apposito organismo sostitutivo, che sia altamente rappresentativo delle specifiche istanze degli enti interessati, sì da renderli direttamente partecipi alla formazione dei provvedimenti legislativi relativi, all’insegna della celerità e del conseguimento del migliore obiettivo, da perseguire solidaristicamente. Dunque, l’individuazione di un sito di leale e produttivo confronto democratico/istituzionale, più di quanto lo sia quello attuale, all’interno del quale potere esternare e dovere misurare, rispettivamente, le diverse istanze e i primari bisogni delle realtà territoriali da soddisfare. Ciò in relazione alla loro capacità di rappresentare, correttamente, un insieme istituzionale, strumentale a risolvere le problematiche relative, nel rispetto dei principi costituzionali e in ossequio alla massima solidarietà possibile, garante dell’unità sostanziale della Repubblica.
 
 
 
Una ricerca doverosa, ma ineludibile, ancorché piena di insidie, considerata l’importanza che una tale soluzione riveste nella scelta delle politiche, sia statali che territoriali, ma anche per i riflessi che esse assumono per la migliore convivenza comunitaria, resa sempre più difficile a causa delle disparità di ricchezza pubblica degli Stati membri. La impongono gli obblighi che perverranno dall’Unione Europea, in termini di trasparenza della contabilità pubblica e di ripianamento del debito pregresso consolidato. Così come esigono, in una tale prospettiva, una più immediata decisione al riguardo.
 

Un tale intervento riformatore diventa quindi importante – allo stesso modo di come si renderebbe necessaria la riscrittura della Costituzione nel senso di introdurre il Senato delle regioni, in sostituzione dell’attuale Camera Alta – tanto da attribuire alle autonomie territoriali una maggiore e più realistica rappresentatività e allo Stato l’occasione istituzionale per condividere, più tempestivamente, con il sistema autonomistico le sue esigenze legislative e non.
 
 
Un modo, questo, che contribuirebbe: a) da una parte, a rimediare agli strumentali ritardi parlamentari propri dell’attuale bicameralismo (im)perfetto, sempre di più appesantito dalle esigenze della politica; b) dall’altra, a correggere l’istanza dell’attuale rappresentanza del sistema delle autonomie, troppo mediata e soventemente rivolta a sostenere le esigenze dei più forti contraenti interni, in modo da renderla così più consona al rafforzamento dell’unità sostanziale della Repubblica. Tutto ciò nell’ovvio rispetto delle diversità delle autonomie rappresentate, sempre di più proiettate, nell’ottica federalista, verso una maggiore attrattività dei servizi pubblici, che diverranno sempre più concorrenziali sul piano della qualità offerta, e una maggiore produttività economica dei loro rispettivi territori.
 
Insomma, i grandi problemi della autonomia delle regioni e degli enti locali, a cominciare dalla loro rappresentatività sotto il profilo contrattuale interistituzionale, vanno affrontati e risolti, anche attraverso una nuova disciplina del sistema delle Conferenze, solo che si voglia offrire una chance di buon funzionamento al sistema generale della Repubblica, in evoluzione in senso federalista, già appesantito da inconcepibili incertezze comportamentali della macchina burocratica e dall’incapacità della politica a misurarsi e deliberare le soluzioni ai problemi di base, che confliggono con un tale percorso-obiettivo. Fra tutti, quello della “specialità” delle regioni (Sicilia, Sardegna, Friuli-Venezia Giulia)1, e delle due province di Trento e Bolzano2, nonché quello della duplicazione istituzionale, rappresentata dal mantenimento delle province, ancora presenti nell’ordinamento perché destinatarie di pressanti difese d’ufficio da parte di bene individuate coalizioni, solo in quanto interessate politicamente al loro mantenimento, tanto da essersi rese protagoniste del loro più recente incremento numerico. Una difesa dell’esistente, quello che afferisce l’attuale architettura istituzionale del nostro Paese, che necessiterebbe, per una sua sostanziale modificazione, di una apposita legge di revisione costituzionale, non essendo sufficiente al riguardo intervenire “con un tratto di penna, ma nemmeno con una semplice legge ordinaria”3.
Quelli appena accennati rappresentano due handicap di funzionamento non propriamente irrilevanti. Il primo consente alle suddette istituzioni a statuto speciale di non adeguarsi alle regole generali, in quanto esplicitamente esentate dal farlo. Una specialità, questa, che – per esempio – le esclude dal meccanismo ordinario dei costi standard e le sottopone a vincoli di solidarietà molto generici e sfumati rispetto al resto del Paese4
 
. Il secondo ha obbligato il legislatore attuativo del novellato art. 119 della Costituzione, e quindi della legge 42/09, a ritagliare in favore delle province – attraverso lo schema di d.lgs. cosiddetto omnibus, attualmente al vaglio della bicameralina e sul quale le regioni sembrano avere revocato l’intesa precedentemente formalizzata – un sistema di finanziamento ad hoc. Conseguentemente, ad assegnare alle medesime funzioni “fondamentali” residuali (provvisorie in attesa dell’approvazione del Codice delle Autonomie) e, in quanto tali, sottratte alle competenze che sarebbero facilmente esercitabili dalle regioni in modo più coordinato perché gestibili in un ambito più unitario, proprio per questo affrontabili e risolvibili con il conseguimento di consistenti economie di scala.
 
 
 
3. Un accaduto sul quale riflettere: il riparto 2011 del fondo sanitario nazionale
 
Quanto al funzionamento dell’attuale sistema delle conferenze, nelle ultime settimane si sono registrati non pochi disagi nella Conferenza delle regioni, in relazione al riparto del Fondo sanitario nazionale 2011, da distribuire tra i ventuno sistemi sanitari. In tale occasione non si è avuto modo di formalizzare alcunché, con l’amara conseguenza che le diciannove regioni e le due province autonome di Trento e Bolzano dovranno ricorrere agli esercizi provvisori e, con questo, garantire l’organizzazione della salute alle loro collettività “per dodicesimi”.
Tutto ciò è accaduto a causa di una mancata condivisione sul da farsi. Alcuni governatori, non solo del nord (ma anche quello del Lazio), hanno lavorato esclusivamente per fare cassa, a prescindere da tutto. Altri, rappresentanti delle regioni del sud, si sono impegnati per individuare più equi criteri di ripartizione dei 106,4 miliardi di euro costituenti, per l’appunto, il fondo sanitario nazionale corrente.
E’ venuta fuori, così, la caduta di rappresentatività complessiva della Conferenza delle regioni (ma anche di quella degli enti locali, considerati i diversi punti di vista rappresentati dai comuni nei confronti del decreto attuativo del cosiddetto federalismo municipale, recentemente divenuto “legge dello Stato”, ancorchè non condiviso dalla bicameralina)5.
A ben vedere, le fratture in sede di Conferenze si determinano sempre più frequentemente con una diretta ricaduta negativa sulla tutela dei bisogni delle istituzioni più deboli, nel caso di specie delle regioni “a minore capacità fiscale per abitanti”, a causa dell’abitudine consolidata dai singoli governatori delle regioni più ricche di portare a casa quanto più si può. Una legittima aspettativa, quasi da buon padre di famiglia, ma che certamente non è funzionale a realizzare quella solidarietà sostanziale indispensabile per il buon esito del federalismo fiscale, che deve rendersi garante dei diritti civili e sociali su tutto il territorio nazionale. Così facendo si incentiva il consolidarsi del trasversalismo, solitamente produttivo degli accordi tra i maggiorenti, che ha caratterizzato la formazione degli attuali vertici della Conferenza delle regioni.
Una difficoltà che si traduce anche in un handicap procedurale della decretazione attuativa della legge 42/09, che ha visto e vede l’evidenziarsi di posizioni tanto distinte da palesare la formazione di una tripartizione sostanziale delle regioni ivi rappresentate:

quelle che godono di un gettito fiscale proprio elevato, sì da rendersi autonomamente assistite e, quindi, soddisfatte dalle loro risorse;

quelle che, unitamente alle province di Trento e Bolzano, dispongono di una loro autonomia speciale e, in quanto tali, delegate a rimediare ai loro bisogni attraverso i previsti accordi;

quelle, infine, più povere e con minore capacità fiscale che dipenderanno dalla perequazione nella erogazione delle prestazioni essenziali e dei servizi fondamentali.

Una tripartizione sostanziale che evidenzia una netta distinzione di interessi che contrasta con il federalismo fiscale responsabile e solidale, così come lo vogliamo tutti.
 
 
Pertanto, occorre più solidarietà e più logica d’insieme, entrambe garanti dell’unità nazionale e dell’esigibilità, uniforme e universale, dei servizi pubblici locali e dei livelli essenziali delle prestazioni.
 
 
 
Nella sanità (ma anche nel sociale e nell’istruzione), lo impone il passaggio dalla quota capitaria pesata ai costi standard. Il problema è la determinazione di questi ultimi, che saranno scelti nel 2013 sulla base dei bilanci 2011 delle regioni prese a campione per determinare i benchmark. L’assegnazione delle risorse alle regioni sembra essere destinata, in linea con quanto fino ad oggi accaduto, ad effettuarsi in applicazione dell’unico criterio dell’età della popolazione assistibile. Insomma, più anziani, più quattrini.
 
Proprio per questo è necessario il concretizzarsi di un fronte comune delle regioni, inteso a favorire, a cominciare dall’attuale riparto 2011, l’applicazione degli indici di deprivazione socio-economica6. Una ridistribuzione che tenga conto, oltre che dell’età della popolazione assistibile, delle povertà, della disoccupazione, delle condizioni abitative e di viabilità del territorio in rapporto alla sua orografia caratteristica, delle tecnologie possedute, del tasso di scolarizzazione. Fenomeni, questi, che rappresentano i fattori determinanti per assicurare, ovunque, una corretta esigibilità del diritto alla salute.
 
 
Ma tutto questo non basta.
 
Occorre che l’insieme delle regioni faccia propria una tale logica, facendo valere il suo peso per una consequenziale valorizzazione dei costi/fabbisogni standard, altrimenti non sufficienti a garantire, in ogni dove, i livelli essenziali di assistenza, i cosiddetti Lea. Ove mai negoziando, per l’occasione, il parere favorevole offerto al Governo sullo schema di d.lgs. sulla fiscalità regionale/provinciale, attualmente all’esame della famigerata bicameralina. Una intesa formalizzata il 16 dicembre 2010, raggiunta frettolosamente (e per alcuni versi improvvida, quanto alla perequazione, per nulla ancora disciplinata e, per certi versi, inspiegabilmente sottaciuta nel dibattito politico), forse perché controbilanciata con altre esigenze, del tipo l’alleggerimento dei tagli sanciti con la manovra estiva 2009. Quell’accordo interistituzionale che è stato rimesso in discussione dalle regioni nella contestualità del definitivo consenso assicurato dal Parlamento, nella giornata del 3 marzo appena trascorso, al cosiddetto “federalismo municipale”, oramai legge (rectius, d.lgs.) dello Stato. Ciò in quanto le stesse hanno ritenuto di individuare, nei ritardi consolidatisi al riguardo, un presunto disimpegno del Governo in tema di finanziamento del trasporto locale e degli ammortizzatori sociali, tale da rappresentare la mancata corresponsione del “prezzo politico” preteso al tempo dalle regioni per consentire il formarsi dell’Intesa Stato-regioni di fine anno7.
Dunque, criteri estimativi da rivedere, sì da determinare i costi/fabbisogni standard in modo da rendere esigibile il diritto alla salute su tutto il territorio nazionale. Una esigenza di modificazione peraltro manifestata nella relazione del Dipartimento bilancio del servizio studi della Camera del 15 febbraio scorso. Quell’organismo che ha puntualmente sottolineato la inadeguatezza del processo di determinazione del previsto benchmark. Più precisamente, lo stesso ha ritenuto – a ragione – il campione (tre regioni virtuose, appartenenti alle tre macroaree nord-centro-sud), preso a riferimento per la monetizzazione del costo standard, non affatto rappresentativo dei bisogni di salute emergenti. Ciò in quanto produttivo di un insignificante valore medio, non garante dell’efficienza del sistema e dell’appropriatezza delle prestazioni da assicurare dappertutto.
 
 
Un modo per consolidare la filiera assistenziale a macchia di leopardo, fiaccata com’è da piani di rientro e da evidenti divari socio-economici.
 
4. Il disegno di legge delega del Governo: la Conferenza della Repubblica
E’ dunque saltato il sistema delle Conferenze8 e il Governo ne propone la riforma con un apposito disegno di legge delega9
 
. Infatti, con nota informativa di “provvedimento in diramazione” del 14 febbraio 2011, il Dipartimento per gli affari giuridici e legislativi della Presidenza del Consiglio di Ministri ha trasmesso a tutti i Capi Ufficio Legislativo e al Ragioniere Generale dello Stato lo “schema di disegno di legge recante la delega per l’istituzione e la disciplina della Conferenza della Repubblica (RAPPORTI CON LE REGIONI)”, ampiamente assistita da una puntuale relazione di accompagno, ancorché minimamente essenziale nei contenuti. Una ipotesi legislativa, questa, approvata dall’Esecutivo, in via formale, nella seduta del 18 febbraio successivo.
 
Nel dettaglio, il testo licenziato dal Governo si compone di un articolo unico, composto da cinque commi, di cui il quarto, quello enunciativo dei principi e criteri direttivi, è arricchito di diciannove punti di esplicitazione della eventuale invocata delega parlamentare (lettere a/u). Il tutto è inteso a sostituire l’attuale sistema delle Conferenze con uno omologo improntato su una Conferenza unica e permanente, denominata della Repubblica.
Il cambiamento ci sta tutto, ma forse non propriamente come lo individua l’Esecutivo, imperniato sull’anzidetta “Conferenza della Repubblica”, presieduta dal Presidente del Consiglio.
Proprio perché il detto sistema va riformato – attesa anche la lentezza burocratica che impone, appesantita dalla mediazione politica che necessariamente vi coabita – occorre individuare la migliore soluzione possibile, garante della totalità dei rispettivi interessi istituzionali ivi rappresentati. Ciò in quanto, con il passare del tempo, ai naturali egoismi di parte dei singoli governatori (rectius, degli interessi regionali di cui i medesimi sono naturali portatori) – emersi da tempo ed esercitati dagli stessi nelle sessioni della Conferenza delle regioni, ove si determinano le volontà utili alle ripartizioni delle risorse statali in favore delle regioni rappresentate – andranno sempre di più ad aggiungersi le negoziazioni tra le istituzioni e, quindi, gli obiettivi differenziati da conseguire con il federalismo fiscale a regime, che esigerà riferimenti decisionali certi e puntuali, funzionali ad assicurare l’esigibilità dei livelli essenziali delle prestazioni (riferiti a sanità, sociale, istruzione e trasporto locale, quest’ultimo in conto capitale) e le funzioni fondamentali degli enti territoriali nell’ottica ineludibile di salvaguardare l’unità sostanziale della Repubblica.
Di conseguenza, necessita una riforma necessaria della concertazione interistituzionale, anche se nell’ipotesi di disegno di legge delega, condiviso dal Consiglio dei Ministri in preesame10, essa risulta invero troppo estremizzata, in quanto esclusivamente votata a conseguire l’elemento della celerità delle decisioni, a discapito della democrazia responsabile e massimamente partecipata. Lo è nel senso che protende a concentrare la presidenza in capo al Premier e, con essa, la gestioneassoluta dell’ordine dei lavori, dei quali il previsto neo-organismo dovrebbe occuparsi, nella sessione plenaria ovvero nelle due individuate sezioni, di cui una dedicata alle questioni di competenza delle regioni, denominata “Sezione Stato e regioni”, e l’altra per quelle afferenti il sistema autonomistico, denominata “Sezione Stato e autonomie locali”.
Quanto alla delega, essa si caratterizzerebbe – nonostante una consistente previsione di punti esplicativi – per il suo contenuto francamente un po’ troppo generico, dal momento che non appaiono ben determinati i principi e i criteri direttivi, riguardanti la modalità di votazione delle sedute (lettera e), e quindi di formazione del consenso assembleare, nonché l’individuazione della tipologia e della disciplina degli atti da adottare (lettera i). Insomma, criteri e principi fondamentali, cui il Governo dovrebbe necessariamente ispirarsi e attenersi, a mente dell’art. 76 della Carta, per alcuni versi inadeguati, per altri non affatto individuati e, quindi, rimessi ai successivi decreti attuativi. Un modo per differire e concentrare in capo all’Esecutivo ogni determinazione utile al reale funzionamento dell’istituenda Conferenza e, con questo, ogni decisione funzionale ad assicurare la corretta formazione democratica della relativa volontà istituzionale. E’ dato sollevare una siffatta eccezione, che potrebbe verosimilmente assumere valore di rilievo di incostituzionalità, nonostante la previsione dei diciannove punti indicati nel terzo comma dell’unico articolo, di cui si compone – come detto – l’ipotesi legislativa di matrice governativa.
 
 
Al di là dell’assunto, è appena il caso di sottolineare che quanto deciso rappresenta l’espressione netta della volontà dell’Esecutivo, quella desumibile dalla prima lettura del disegno di legge delega, di richiedere al Parlamento il più ampio mandato possibile e, con questo, vedersi riconosciuta la massima discrezionalità per ridisegnare, a suo compiacimento, le modalità del confronto, dei meccanismi di concertazione interistituzionale e della concreta attuazione del principio di leale collaborazione tra lo Stato e gli enti sub-statali, indispensabile per formalizzare le intese propedeutiche alla definizione di provvedimenti statali, da adottare in modo massimamente condiviso.
 
Come detto, alcuni dei principi/criteri espressi risultano essere poco “direttivi”, così come pretesi dal precetto costituzionale. Per esempio, a proposito di quelli recati alle lettere b) e c), relazionati, rispettivamente, alla disciplina delle funzioni, dei compiti e della composizione della prevista Conferenza della Repubblica e ai poteri da assegnare al Premier, designato comunque a presiederla, si limitano a rappresentare una delega al Governo che appare francamente eccessiva, quasi a volerla considerare e, quindi, concedere “con promessa di rato e valido”, atteso che non insedia la benché minima indicazione di indirizzi specifici e bene circostanziati dal Parlamento, da individuarsi a seguito del necessario confronto democratico che pare non essere nelle aspettative del redattore del disegno di legge delega. Un dovere, questo, irrinunciabile, dal momento che il relativo prodotto legislativo da sottoporre al suo esame dovrebbe offrire il massimo delle garanzie partecipative delle autonomie territoriali, senza il cui convinto concorso non si renderà affatto possibile un giusto perfezionamento degli atti deputati a rendere correttamente funzionante l’introdotto sistema del federalismo fiscale e parimenti efficace il percorso di risanamento del debito pubblico, oramai oltre ogni limite.
 
 
Nel concludere, una qualche considerazione critica merita – perché troppo invasiva dell’autonomia regionale riconosciuta dalla Carta, esercitabile sia in sede normativa che amministrativa – quanto individuato nella lettera m) dell’anzidetto terzo comma. In esso verrebbe, infatti, prevista la facultas del Governo di esercitare il potere di commissariamento sostitutivo, di cui al comma secondo del novellato art. 120 della Costituzione, nell’ipotesi in cui le regioni non dovessero provvedere – decorsi infruttuosamente i termini perentori a loro disposizione – ad approvare e/o ad assumere, rispettivamente, gli “atti normativi o amministrativi di recepimento delle intese”, eventualmente già perfezionate in sede di Conferenza della Repubblica.
 
 
 
Concludendo, in sede di discussione della legge di delegazione, il Parlamento dovrebbe perfezionare il contenuto della delega, condividendo la necessità che l’attuale assetto del sistema interessato vada migliorato e messo a riparo dalle ricorrenti perdite di tempo e dalle strumentalizzazioni della politica in senso lato. Ciò soprattutto in tema di predisposizione dell’ordine dei lavori e delle modalità di votazione, dai quali direttamente dipende la formazione della volontà assembleare degli enti territoriali interessati dai provvedimenti sottoposti al loro esame, nonché in riferimento alla determinazione della tipologia degli atti da assumere e della relativa disciplina di adozione.
 

1Barbero M., Federalismo a statuto speciale, www.lavoce.info, 27 gennaio 2011. L’Autore mette in relazione la dinamicità – avvalorata recentemente dalla Consulta (sent. 357/2010) – delle regioni a statuto speciale, nel determinare una propria fiscalità (esempio: al Trentino e al Friuli Venezia Giulia sono state riconosciute ampie prerogative anche sui tributi erariali, attraverso la possibilità di modificare sia le basi imponibili che le aliquote), con la lentezza delle regioni a statuto ordinario ad esercitare i poteri relativi.

2Buglione E., Alcune prime valutazioni degli accordi ex l. 42/2009 conclusi dalle regioni speciali, intervento tenuto a Bolzano (Eurac), nei giorni 17/18 febbraio 2011, sul tema Federalismo fiscale: una sfida comparata?

3Caravita B., Abrogazione o razionalizzazione delle province?, www.federalismi.it. n. 18, 2006; sull’argomento “province” sono numerosi e certamente esaustivi i contributi pubblicati da FabrizziF., www federalismi.it.

4Rizzo S., Sensini M., Federalismo al via senza cinque regioni, Corriere della sera, 20 febbraio 2011.

5Jorio E., Il blitz del Governo: davvero un bel modo di costruire il federalismo fiscale, www.astrid.eu, 4 febbraio 2011.

6Testi A., Ivaldi E., Busi A., Caratteristiche e potenzialità informative degli indici di deprivazione, un interessante studio recentemente pubblicato dal Dipartimento di Economia e Metodi Quantitativi dell’Università di Genova.

7Bruno E., Turno R., Dopo lo strappo l’esecutivo rilancia sulle regioni, IlSole24Ore, 5 marzo 2011.

8Jorio E., Fondo sanitario: in crisi la rappresentatività delle Conferenze (un handicap per i costi standard), www.astrid.eu, 10 febbraio 2011.

9Turno R., Conferenza delle Repubblica per pareri più rapidi sui testi, IlSole24Ore, 15 febbraio 2011.

10Del Bufalo P., Primo via libera per la conferenza della repubblica, IlSole24Ore, 19 febbraio 2011.

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