È possibile un sistema tributario più favorevole alla crescita?

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Recenti lavori in sede Ocse e Imf (Arnold, 2008; Johansson et al. 2008; de Mooij-Keen, 2012) hanno chiaramente dimostrato quale struttura tributaria minimizza gli effetti negativi sulla crescita.
 
Le imposte sulle società e quelle sui redditi personali sono le più nocive; le imposte ordinarie sulla proprietà immobiliare e quelle sui consumi sono invece le meno distorsive. E a conclusioni simili giunge anche il rapporto della Commissione Mirlees nel Regno Unito.
 
Le imposte sulla proprietà minimizzano le distorsioni mentre le imposte sui consumi, esentando il risparmio, sono chiaramente growth-friendly. Il problema di queste imposte è la loro elevata visibilità e impopolarità – quelle immobiliari – e la tendenziale regressività rispetto al reddito – quelle sui consumi. Una politica a favore della crescita potrebbe perciò basarsi su uno switch tra imposte dirette e indirette, con una più o meno perfetta compensazione degli effetti distributivi e sulla domanda, anche a parità di gettito. In sede internazionale, i vantaggi di un’unificazione delle aliquote Iva sono da tempo un punto fermo. Le politiche sociali risultano più efficaci se realizzate con misure di spesa, non con diverse aliquote Iva, che tra l’altro oltre agli effetti distorsivi, comportano il regalo dell’applicazione di aliquote ridotte sui redditi più elevati.
 
A questa impostazione si ispiravano giustamente le misure del governo prese nella Legge di Stabilità. L’aumento delle aliquote Iva avrebbe permesso una riduzione delle due aliquote Irpef più basse (da 27/23 a 26/22%). Ciò avrebbe compensato l’effetto distributivo dell’aumento dell’IVA – forse non completamente però, come è stato fatto osservare; ne erano comunque esclusi gli incapienti. La riduzione delle prime due aliquote Irpef è indubbiamente molto costosa, perché beneficia tutti i contribuenti, anche i redditi più elevati. Un migliore targeting avrebbe forse suggerito, più che una manovra sulle aliquote, una riduzione delle detrazioni da lavoro dipendente e pensioni, o per carichi familiari, che meglio possono raggiungere i lavoratori in difficoltà, annullare gli effetti distributivi e sostenere la domanda.
 
D’altro canto, ai fini del recupero di margini di competitività (e di stimolo dell’occupazione) potrebbe essere più opportuno usare l’Iva per finanziare una riduzione del cuneo fiscale, non una variazione delle aliquote Irpef. L’Iva non passa sui prezzi alle esportazioni e colpisce invece le importazioni. Una fiscalizzazione degli oneri sociali tramite l’Iva ha effetti significativi sulla competitività internazionale e di fatto equivale a una svalutazione – de Mooij e Keen hanno dimostrato che una fiscal devaluation può produrre un effetto significativo sulla bilancia commerciale e sul reddito: una svalutazione di 1 punto di Pil produce un aumento delle esportazioni nette tra lo 0,9 e il 4% del Pil, anche se questo effetto tende ad essere non molto duraturo – superiore però ai 3 anni. Naturalmente, questo effetto potrebbe ovviamente neutralizzarsi se tutti i paesi “svalutassero fiscalmente”.  
 
Allo stesso tempo, la razionalizzazione del complesso insieme delle agevolazioni fiscali non è più rinviabile – anche su questo le misure del governo andavano nella giusta direzione. Le evidenze empiriche prodotte dal recente Gruppo di lavoro ufficiale mostrano un numero enorme di tax expenditures (più di 700 voci), per un costo complessivo di 253 miliardi – anche se molte di queste voci non sono quantificabili e hanno spesso un impatto trascurabile.
 
A misure condivisibili e ormai parte stessa dell’Irpef – o che rispondono a trattati internazionali o a norme costituzionali – si sommano esenzioni e agevolazioni che sono un vero e proprio sussidio a specifici settori economici o a particolari lobbies, che oltre ad essere distorsive non rientrano negli obiettivi propri dell’Irpef. Pur nella difficoltà di effettuare confronti internazionali tra i paesi Ocse, l’Italia appare seconda solo all’Australia, con un peso delle spese fiscali pari all’8% del Pil. È ovvio che l’eliminazione di una parte delle spese fiscali, per neutralizzare il possibile aumento di gettito, avrebbe richiesto una riduzione delle aliquote o un potenziamento delle detrazioni strutturali, per realizzare un allargamento della base imponibile che è la vera direzione per promuovere la crescita.
 
Ovviamente la riduzione della pressione tributaria sic et simpliciter, soprattutto in paesi dove essa è molto elevata come l’Italia, è la strada maestra per avere effetti positivi e duraturi sulla crescita… ma deve essere resa possibile da misure di riduzione della spesa, per non pregiudicare l’equilibrio dei conti pubblici. Speriamo che il dibattito in Parlamento ne tenga conto e non tralasci le opportunità che si presenteranno.

 

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