E’ davvero solo una questione di regole elettorali?

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 Nell’articolo precedente abbiamo passato in rapida rassegna gli obiettivi di un sistema elettorale ed il loro soddisfacimento da parte del cosiddetto Porcellum, richiamando la questione della scelta di un modello di sistema politico per la chiusura della transizione italiana. S’è osservato che se l’intenzione fosse quella di mantenere in vita una dinamica bipolare, anche il sistema elettorale vigente potrebbe essere conservato nella sua impostazione di fondo, modificandone al contempo gli aspetti più controversi. Ma, come è stato già osservato, il bipolarismo funziona più o meno bene a seconda del suo grado di omogeneità interna. Ed è proprio questa omogeneità dei due poli (peraltro oggi neanche più tali) che appare difettare nell’odierno contesto italiano.

Un eventuale superamento del bipolarismo passerebbe necessariamente attraverso l’abrogazione del premio di maggioranza vigente e l’introduzione di un sistema d’impianto proporzionale, eventualmente ibridato con elementi maggioritari, ispirato ai modelli spagnolo e tedesco: è la strada che si tentò invano di percorrere nella scorsa legislatura con la cd. “Bozza Bianco”.

Fra i sostenitori di questi modelli, orientati appunto ad un’alternativa sistemica rispetto al modello instauratosi a partire dal 1994, non manca chi, contraddicendo le premesse stesse su cui tali proposte si basano, sostiene che il bipolarismo non verrebbe pregiudicato. Invece, è doveroso rimarcare che la tenuta sia del bipartitismo spagnolo sia del bipolarismo tedesco (con le eccezioni delle “grandi coalizioni) derivano da fattori peculiari di questi ordinamenti. In Germania, ad esempio, nel secondo dopoguerra il Tribunale costituzionale dichiarò fuori legge i partiti estremisti (sia a destra sia a sinistra), consentendo l’evoluzione bipolare del sistema. Contemporaneamente la soglia di sbarramento del 5% (nella pratica non aggirabile) ha consolidato questo assetto. A margine, è interessante osservare che sia in Spagna sia in Germania vigono le liste bloccate, le quali, lungi dal costituire un male in se, nel contesto italiano rischiano di rivestire una funzione anti-democratica. In Germania e Spagna, infatti, le liste bloccate non solo sono affiancate da altre previsioni della legge elettorale che le rendono meno criticabili (presenza di collegi uninominali nel primo paese, dimensione molto ridotta delle circoscrizioni nel secondo), ma s’inseriscono in un contesto di regolazione pubblicistica della vita democratica interna dei partiti politici che in Italia, pur ciclicamente invocata dalla comunità scientifica e da singoli esponenti politici, non ha mai trovato attuazione.

Infine, qualunque sia il modello di sistema politico verso il quale si tenda, non può dimenticarsi un punto molto importante, di “metodo delle riforme”: alcuni degli obiettivi che possono ritenersi desiderabili in un ordinamento democratico (cfr. articolo precedente) non sono perseguibili per mezzo della sola leva del sistema elettorale. Con riferimento al tentativo di ridurre la frammentazione partitica, ad esempio, come non evidenziare l’importanza rivestita dalle modalità di erogazione del finanziamento pubblico dei partiti, dalle regole per l’accesso alla competizione elettorale (vedi il numero di sottoscrizioni richieste per presentare una lista) oppure alla regolamentazione nell’uso dei mezzi di comunicazione di massa nei periodi di campagna elettorale e non solo? Senza dimenticare, inoltre, che le stesse norme regolamentari di Camera e Senato influiscono sul livello di frammentazione partitica. Cosa accadrebbe, infatti, se si accogliesse una soluzione “alla tedesca”, tale per cui non possono essere costituiti gruppi parlamentari non corrispondenti alle liste presentate agli elettori?

Ma è soprattutto l’annoso obiettivo della governabilità – intesa come stabilità/durata dei governi – a disvelare tutti i limiti dell’ingegneria elettorale. Risale ad oltre due decenni fa l’illusione che la stabilità possa essere garantita dalla mera adozione di meccanismi maggioritari di vario tipo. I risultati, eccezion fatta per la legislatura 2001-2006, non appaiono esaltanti. E questo perché anche in tale ambito il sistema elettorale dovrebbe anticipare, o meglio presupporre, un coordinamento con le norme relative alla forma di governo (sul piano sia costituzionale sia dei regolamenti parlamentari). Né va dimenticato che la governabilità scaturisce prima di tutto da un certo grado di omogeneità del sistema dei partiti oppure, in assenza di questa, dall’attitudine delle forze politiche a creare un aequum foedus, nell’espressione di Leopoldo Elia. Serve riconsiderare che la governabilità non si connette deterministicamente al maggiore o minore numero dei partiti, quanto piuttosto alla qualità degli stessi ed alla loro capacità di essere davvero rappresentativi. Può dirsi tramontata l’illusione che la governabilità, in qualunque accezione intesa, passi solo attraverso la scorciatoia tecnico-elettorale e l’esaltazione del momento monocratico. Per questo ci appare oggi necessario assumere da una parte una “visione integrata” delle riforme, dall’altra la consapevolezza che non esiste salvifica ingegneria senza i partiti.

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