Due giudici che litigano in tema di dissesto dei comuni

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Dopo quello di Palermo, relativamente al comune di Cefalù (che ha peraltro trovato conferma in questi giorni al Consiglio di Giustizia Amministrativa siciliano con l’ord. n. 217/13), anche il Tar della Calabria è analogamente intervenuto in tema di dissesto (ord. n. 229/13).

 

Ha infatti sospeso la nota (n. 12872/13) del Prefetto di Vibo Valentia con la quale il medesimo aveva pedissequamente assegnato i previsti 20 giorni per deliberare il dissesto finanziario. Con questo ha ovviamente pesato sull’efficacia della delibera (n. 21/2013) della Sezione regionale di controllo della Corte dei Conti calabrese adottata nell’esercizio delle funzioni ad essa assegnate dal d.lgs. 149/2011 in materia di “fallimento politico” dei sindaci, in lettura combinata dalle norme sancite in proposito dal DL 174/2013, convertito nella legge 213/2013. Un provvedimento con il quale il Magistrato contabile aveva disposto l’applicazione del dissesto alla città neocapoluogo calabrese.

 

Quindi, bocce ferme sino al prossimo 20 giugno per decidere nel merito. Il problema che si pone è quello di capire se sia giusto, alla luce della sentenza della Corte costituzionale n. 60/2013, che il Giudice amministrativo possa sospendere una delibera adottata da una Sezione regionale di controllo regionale della magistratura contabile. Per fare ciò occorre prendere in considerazione due eventi, che hanno contribuito, ad effetti contrapposti, alla formazione dell’attuale convincimento, per il momento, delle due magistrature amministrative regionali.

 

Il primo. La sentenza della Consulta n. 37/2011 con la quale la stessa ha sostanzialmente definito siffatta tipologia di deliberazione della Sezione di controllo della Corte dei Conti, incardinata nella procedura prevista dall’anzidetto decreto legislativo attuativo del cd federalismo fiscale, l’atto conclusivo di un esame di natura non affatto giurisdizionale. Ciò in quanto non destinato a dirimere alcuna controversia bensì ad assicurare, in via squisitamente collaborativa, la sana gestione degli enti locali e il rispetto del Patto di stabilità interno e del vincolo in materia di indebitamento di cui al novellato art. 119 della Costituzione.

 

Il secondo. L’intervenuta approvazione dell’art. 148 bis del TUEL, introdotto nell’ordinamento a cura del DL n. 174/2013, lo stesso che ha ivi insediato nell’ordinamento degli enti locali la procedura del riequilibrio finanziario pluriennale (il c.d. predissesto). Esso ha restituito vigore ai decisa della Consulta antecedenti all’anzidetta sentenza n. 37/2011. Più esattamente a quelle che sancivano che le forme di controllo esercitate dalla Corte dei Conti erano da ritenersi ascrivibili alla categoria del sindacato di legalità e regolarità fondato sul confronto tra la fattispecie e il parametro normativo.

 

Di conseguenza, le assunte decisioni del giudice amministrativo sono da considerarsi quantomeno improprie sul piano della stretta configurazione giuridica non potendo gli atti di specie configurarsi come emanati da una Pubblica Amministrazione nell’esercizio di un potere amministrativo nonché a conclusione di un apposito omologo procedimento. Esse costituiscono, infatti, un atto di tipo paragiurisdizionale emanato da un organo estraneo all’apparato della pubblica amministrazione in senso stretto nell’esercizio di un potere di controllo specificatamente attribuito alla Corte dei Conti dall’art. 6, comma 2, del d. lgs. n. 149/2011 ma soprattutto dall’art. 100 della Costituzione.

 

Questo è quanto rilevabile in via generale. Nel particolare, è da sottolineare la specificità dell’intervento della Corte dei Conti del quale si è preso cura, assumendone la competenza, il giudice amministrativo.

 

Il procedimento, insediato nell’ordinamento dal d. lgs. n. 149/2011 nonché l’esercizio delle competenze richiamate e attribuite dalla vigente lettera del TUEL, così come integrato dal DL n. 174/2012, convertito nella legge n. 213/2012, hanno di fatto perso entrambi il requisito di strumento collaborativo, atteso che hanno assunto la cogenza tipica degli atti di giurisdizione vera e propria considerando che dalla conclusione del suo percorso possono o meno dipendere alcuni effetti direttamente pregiudizievoli per l’ordinario funzionamento degli enti destinatari: fallimento politico e incandidabilità decennale nel primo, obbligo di dissesto nel secondo.

 

Ove mai, al fine di valutare compiutamente e positivamente l’intervento interdittivo della Magistratura amministrativa – nel senso in cui è stata esercitata dal Tar di Palermo, confermata dal Consiglio di Giustizia Amministrativa siciliano, e dal Tar della Calabria – assumerebbe la caratteristica della indispensabilità la rimessione della complessa fattispecie al vaglio della Corte Costituzionale.

 

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