Dopo Fukushima: sulla non mitigabilità del rischio nucleare

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 L’incidente alla centrale nucleare giapponese di Fukushima spinge a molte possibili considerazioni sul futuro dell’energia nucleare. Fra queste a mio avviso ne emergono soprattutto due.
La prima è che un paese fortemente sismico non dovrebbe avere un programma nucleare. Non credo ci sia un solo giapponese in questo momento che non desideri fortemente che le decine di centrali situate nella sua bersagliata nazione scompaiano come per incanto e che non sia disposto a succhiare allegramente energia da qualche mammella petrolifera pur di sottrarsi a quello che gli deve apparire come un incubo: l’attesa della prossima emergenza nucleare conseguente al prossimo grosso sisma.
Forte sismicità e impianti nucleari non vanno d’accordo, prendiamone atto: del resto i paesi fortemente sismici, nel mondo, non sono poi così tanti, e se ne dovrebbero fare una ragione. Quindi in Cile non dovrebbero esserci impianti nucleari, in Messico niente centrali, nella cintura dal Caucaso fino alla Cina centrale niente impianti, in California, Giappone – e in ITALIA – very sorry, ma niente centrali.
D’altro canto, le caratteristiche geodinamiche di un paese non sono colpa sua né del suo governo, fanno parte del connotato nazionale verso il quale un governo dotato di lungimiranza e buonsenso deve strutturare le adeguate strategie. L’Austria non pretende certo di vivere di pesca, e la Finlandia non basa tutta la propria economia sulla frutticoltura. Quindi, visto che per una strana ironia geologica i paesi sismici di solito sono anche poveri di petrolio, così come l’Austria importerà pesce e la Finlandia frutta, l’Italia, il Cile, il Giappone importeranno l’energia che non riescono a produrre con l’idroelettrico o le fonti alternative. E così sia.
Passiamo alla seconda considerazione. Il nucleare è sì rischioso, ma quale tecnologia è a zero rischi? Non si rinuncia certo a costruire e a utilizzare aerei perché c’è il rischio che precipitino, né a realizzare impianti chimici per paura di nubi tossiche. Il rischio è connesso alla tecnologia, il progresso non può essere frenato dalla paura, se avessimo rinunciato a costruire locomotive per paura che esplodesse la caldaia, saremmo ancora all’età della carrozza. Giusto.
Ma i rischi che l’uomo si è trovato a fronteggiare nell’adozione di scelte tecnologiche erano e sono largamente prefigurabili, circoscrivibili, simulabili, in una parola (il termine tecnico di chi si occupa di rischio) mitigabili. Se si decide di costruire una diga in un vallone, si può stilare con una certa precisione lo scenario connesso al rischio peggiore, si può arrivare a dire che se la diga crollasse spazzerebbe via tre centri abitati e causerebbe seimila morti. E farebbe mancare l’energia elettrica per un mese. E causerebbe l’interruzione delle vie di comunicazione per sei mesi. E così via. Con precisione, con rigore, si può quindi impostare la strategia di mitigazione del rischio e le misure di assessment post-evento.
Con l’energia nucleare questo non è possibile. Il rischio connesso non è mitigabile: lo scenario post-evento non è prevedibile, tende a sfuggire di mano, ha una perversa tendenza all’escalation, parametri come durata dell’evento, area di interesse, popolazione colpita, non sono circoscrivibili. Sull’evoluzione dell’evento di Fukushima gli esperti balbettano: ci sarà la fusione? la temperatura diminuirà? le acque saranno contaminate? esploderà? collasserà? la nube andrà di là? o verrà di qua?
Questa caratteristica, a pensarci bene, è peculiare della sola tecnologia nucleare, di nessun altra, e fa la differenza. Parliamoci chiaro, il terremoto è una catastrofe devastante, in Giappone ha causato decine di migliaia di morti, ha azzerato infrastrutture, ha sconvolto un’intera nazione: ma, se ci fosse stato solamente il terremoto, pur nella sua tragicità, il paese si troverebbe ora a organizzare la ricostruzione, a strutturare la rinascita. In poche parole, si troverebbe a gestire il post-evento. Invece, sono ancora nel durante. Sono ancora nel pieno dell’evento, un evento di emergenza nucleare. E chissà per quanto lo saranno, a Chernobyl sono ancora nel durante e sono passati venticinque anni.
La non mitigabilità del rischio nucleare è purtroppo cosa nota. Infatti, non a caso, quando si parla di sicurezza nucleare si intende esclusivamente la prevenzione. Nessuno, MAI, parla della mitigazione. Ci si dilunga a elencare i mille e più splendidi motivi per i quali un evento catastrofico non potrà mai avvenire, o le risibili probabilità che avvenga. Ma mai, ripeto mai, si parla di quello che avverrebbe in caso di evento catastrofico, quali sarebbero le strategie di mitigazione, la gestione del post-evento. Meglio non parlarne, perché non si saprebbe cosa dire; e si manifesterebbe, in tutta la sua evidenza, l’equazione che vale sempre: rischio non mitigabile = rischio non accettabile.

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