Dont’ cry for me, Telefónica

telefonica.jpg

Il fronte che si è aperto in Argentina e che vede Telecom Italia e Telefónica contro l’Antitrust locale è interessante sotto diversi profili. Il primo riguarda proprio l’Antitrust argentino, dormiente per molti anni nel periodo dei dissesti finanziari e oggi attivo, nel bene e nel male, nel ridisegnare la struttura dei mercati in quel paese.
Sotto un profilo generale, che un paese a medio reddito come l’Argentina si doti di un antitrust funzionante è un fatto positivo: segna il passaggio dalle tentazioni di nazionalizzazione, sempre presenti in America latina, a politiche di decentralizzazione pro-concorrenziali che possono migliorarne la competitività, anche attraendo investimenti esteri.
Tuttavia se è vero che, sulla carta, il diritto antitrust argentino emula i principi fondamentali comuni tanto agli Stati Uniti, quanto all’Europa, nei fatti esso appare ancora più simile a una agenzia governativa che a un’autorità indipendente, in stretto collegamento dunque con gli obiettivi di politica economica e industriale del paese. Obiettivi che possono ben divergere dalle esigenze di buon funzionamento dei mercati nazionali. L’indipendenza delle autorità antitrust è dunque un requisito fondamentale per assicurare efficacia alle politiche della concorrenza e per produrre gli effetti benefici che da queste si attendono. In Argentina come da noi.
In Italia, ad esempio, la nascita dell’antitrust ha contribuito negli anni novanta a eliminare molti monopoli di diritto e di fatto detenuti dai campioni nazionali, ad attrarre nuovi entranti, anche esteri, ad avviare le liberalizzazioni e a diffondere una cultura della concorrenza presso le imprese. Si pone quindi il tema di capire se i paesi in via di sviluppo riescono ad utilizzare le regole della libera concorrenza come un’opportunità per aprirsi e crescere o come uno strumento filo-governativo volto a difendere i campioni nazionali da dinamiche competitive. Per questa ragione molti guardano con interesse anche alla nuova legge cinese sulla concorrenza, che ha mosso i primi passi – non senza suscitare qualche perplessità – da qualche anno.
Nel mondo globalizzato, l’auspicata crescita dei paesi new comer richiederà sempre più forme di coordinamento, in assenza di un’autorità sovranazionale, dell’applicazione del diritto antitrust. Non sono mancati in passato contrasti tra paesi, specie per la valutazione concorrenziale delle operazioni di concentrazione tra imprese, come nel celebre caso GE/Honeywell, approvato negli Usa ma vietato in Europa. Se è vero che ciascun paese valuta gli impatti sull’area concorrenziale di propria competenza, è anche vero che decisioni difformi finiscono per generare effetti distinti, a volte opposti, in diverse aree geografiche del mondo, in funzione del diverso grado di concorrenza vigente.
Così un divieto in Europa può generare effetti anti-concorrenziali in altre aree geografiche e viceversa. Da più parti, nel corso degli anni, è emersa la volontà di individuare meccanismi consultivi di coordinamento sovranazionale leggero, al fine di far convergere tanto l’interpretazione delle norme antitrust, quanto la loro concreta applicazione.
Nel caso argentino, l’antitrust di quel paese ha valutato la mera sommatoria delle partecipazioni finanziarie di minoranza indirettamente detenute, rispettivamente, da Telefónica e da Telecom Italia come un vero e proprio controllo congiunto su Telefónica Argentina. Si tratta di una interpretazione lontana dalla tradizione statunitense ed europea che definisce il controllo come la capacità di esercitare una influenza sostanziale sulla gestione dell’impresa e che non può essere attribuita di per sé a partecipazioni, anche incrociate, di minoranza, né a joint-venture che mantengono il controllo distinto delle società madri. La valutazione dell’antitrust argentino differisce peraltro da quella già espressa a suo tempo dalla Commissione europea in merito agli effetti sul controllo di Telecom Italia della partecipazione azionaria di Telefónica.
La circostanza che in tale vicenda sia intervenuto pubblicamente il Ministro argentino a sostegno della decisione dell’antitrust può essere un brutto indizio di una commistione non salutare tra politica e antitrust e ciò alimenta il sospetto che si vogliano isolare i campioni nazionali dalla contendibilità straniera, seppure nella forma di una mera partecipazione finanziaria.
Dal canto suo, Telecom Italia ha paventato un possibile ricorso ad un arbitrato internazionale in merito ai rimedi di dismissione imposti dall’autorità argentina, con una precisa tempistica. Sarà interessante studiare gli sviluppi della vicenda proprio in questa prospettiva. Forme di arbitrato internazionale in merito a decisioni antitrust nazionali sono molto rare, ma possono costituire uno strumento indiretto di coordinamento e di convergenza tra le diverse politiche concorrenziali perseguite dagli stati. Anche per difendere – come scriveva Robert Bork – l’antitrust da se stesso.

www.antonionicita.it

Top