Distribuzione del reddito: terreno paludoso per le riforme economiche

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 La politica economica è la grande assente dalla discussione pubblica, tutta avviluppata in una battaglia per il potere che mi pare abbia pochi precedenti nella storia repubblicana. Considerato che il paese è in una crisi di crescita da più di dieci anni, il confronto su quali siano le misure più idonee per ridare slancio all’economia dovrebbe essere al primo posto nel dibattito.
Questa “trascuratezza” non è frutto dell’ignavia ma, da un lato, della consapevolezza della classe politica che la maggioranza del paese, per le modifiche sociali che lo hanno attraversato, chiede sempre di meno di essere informato sulle politiche pubbliche. E dall’altro, e soprattutto, del fatto che si sono fortemente diversificati e rafforzati i gruppi, di varia dimensione, che tutelano caparbiamente i propri interessi economici (quelle che Mancur Olson chiamava distributional coalitions): gli spazi di mediazione della politica sono divenuti più impervi e i politici sono molto prudenti, per paura di perdere consensi, nel proporre scelte pubbliche che riallochino risorse e rispondano ai cambiamenti. La unica battaglia redistributiva che questo Governo ha intrapreso – quella tra Nord e Sud – ha rischiato di costargli la vita e comunque ne è ancora incerto l’esito.
La questione degli effetti redistributivi delle politiche pubbliche è resa complicata dal fatto che nell’ultimo decennio è fortemente aumentata la disuguaglianza nei redditi e quindi c’è nel Paese una domanda di maggiore equità. Le stime prodotte dall’OECD a questo riguardo sono note: l’Italia è si il paese che ha registrato, tra la metà degli anni ottanta e la metà degli anni duemila, il maggior aumento della disuguaglianza misurata sui redditi “di mercato” (la somma dei redditi da lavoro – dipendente ed autonomo – e dei redditi da capitale); se si guarda ai redditi disponibili perdiamo questo singolare primato e rientriamo nella media (che comunque è di aumento delle disuguaglianze). Un quadro, dunque, dove le politiche sociali e fiscali qualche effetto redistributivo l’hanno prodotto ma dove le differenze tra i governi non hanno modificato un percorso di fondo che sembra essere inerziale .
Di fronte a questo quadro, ci si domanda, da parte di alcune parti politiche, se lo Stato debba fare di più. E in effetti una agenda socialdemocratica dovrebbe riportare l’equità al centro dei suoi obiettivi e mantenere alcuni servizi in mano pubblica. Non a caso In Francia, la sinistra (per la precisione il Partito socialista) che non è al governo ma, visto il calo di popolarità di Sarkozy, conta di tornarci, è “andata oltre “e si è impegnata pubblicamente, un paio di mesi fa, a raggiungere una “reale uguaglianza” tra i cittadini francesi. Nel Regno Unito invece,
la destra, uscita vincitrice dalle elezioni, propone un modello, quello della Big Society, dove di Stato ce ne è meno (e di quell’idea gli echi ci sono stati anche in Italia ed autorevoli).
Tornando all’Italia , una riforma dell’iniquità del nostro attuale sistema fiscale, giudizio pure abbastanza condiviso, potrebbe essere un terreno per politiche bipartisan. Ma forse è una pia illusione. Dal mondo delle imprese proviene la proposta prudente (forse un po’ troppo) di una tassazione ordinaria minima sui patrimoni non produttivi come case sfitte o locali non utilizzati da parte delle imprese. Il PD, più prudente dei socialisti francesi, ha avanzato, in Parlamento, una proposta di revisione del sistema fiscale: l’imposta patrimoniale non viene evocata (un’ occhio alla distributional coalition dei proprietari di immobili beneficiati dalla abolizione dell’ICI sulla prima casa ?) e si chiede la riduzione al 20% dell’aliquota sul primo scaglione dell’IRPEF, l’introduzione di una consistente agevolazione fiscale per il reddito da lavoro delle donne, l’eliminazione dell’IRAP sul costo del lavoro, l’esenzione della parte di reddito reinvestita nella propria azienda o attività professionale, l’applicazione dell’aliquota del 20% al reddito ordinario percepito dal lavoratore autonomo o dall’imprenditore individuale e l’assoggettamento all’IRPEF della parte eccedente (ma quale sarebbe il reddito ordinario non è peraltro chiaro) , la riduzione dell’aliquote IVA per i beni ad elevata efficienza energetica. Tutte proposte che sono destinate a ridurre il gettito, mi sembra, anche se non si forniscono stime, neppure grossolane; l’unica possibilità di maggiori introiti viene dall’aumento al 20% della tassazione dei redditi da capitale eccetto quelli dai titoli di Stato. Il governo, dal canto suo, ha costituito delle commissioni e si vedranno i risultati (speriamo).
Nessuno ha sollevato finora il problema che una riforma fiscale non si può fare contando solo sul recupero dell’evasione e, per essere procrescita , dovrebbe ridurre l’incidenza del prelievo: non è solo un problema di distribuzione del carico. Ma la riduzione dell’incidenza richiederebbe di mettere mano alla spesa pubblica… dove si annidano varie e forti distributional coalitions.
Raccomandare riforme economiche politicamente realistiche in materia di distribuzione del reddito (e per di più con un occhio alla crescita) è un esercizio veramente “triste”. Forse è meglio stare davanti alla TV …  

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