Dialogo immaginario sulla Cassa Depositi e Prestiti

cdp.jpg

Pubblicato sul FOGLIO il 5 agosto 2013

 

Si va compiendo il primo decennale della trasformazione della Cassa Depositi e Prestiti (d’ora in poi CDP) da azienda autonoma in società per azioni L’occasione è dunque buona per raccontare l’evoluzione di una “primaria istituzione economica nazionale” quale appunto la CDP. Va subito detto che si tratta di una storia “con finale aperto” nel senso che il legislatore nel corso del decennio, in un clima di idee più favorevole all’intervento pubblico, ha molto ampliato gli ambiti di operatività della CDP per farne, potenzialmente, uno dei principali strumenti di tale intervento. Quali saranno gli effetti di questo ampliamento per il benessere generale (che nel migliore dei mondi dovrebbe essere il beneficiario primo dell’azione pubblica) è però, almeno a mio a parere, ancora presto per dirlo e bisognerà attendere che la nuova operatività assuma connotati e obiettivi più strutturati e precisi.

 

Per raccontare l’evoluzione della CDP ricorro ad un modo poco canonico: un dialogo immaginario tra un ingenuo, una sorta di marziano a Roma, che vuole essere informato e un diligente lettore di cronache economiche; entrambi hanno nozioni di base di economia.

 

 

L’ingenuo: spiegami, cos’è la Cassa Depositi e Prestiti ?

L’informato: un investitore di lungo periodo con missione pubblica, così la definisce il suo Presidente, e mi pare trattasi di definizione pertinente.

 

L’ingenuo: ah, e mi potresti spiegare perché è pertinente.

L’informato: è un investitore in quanto, attraverso la Posta, raccoglie risparmio presso il pubblico (con garanzia pubblica) e lo investe o erogando mutui agli enti locali o investendo in partecipazioni azionarie sia in società industriali e di servizi e in fondi d’investimento o garantendo altri intermediari in operazioni di finanziamento.

 

L’ingenuo: cioè investe risparmio postale in azioni di società quotate ?

L’informato: sì. Inoltre innovazioni recenti hanno consentito un utilizzo della raccolta postale per finanziare direttamente soggetti privati impegnati nella realizzazione di progetti di investimento “promossi” da enti pubblici, per assistere le piccole e medie imprese nel superamento di temporanee carenze nell’offerta di credito a medio – lungo termine o per favorirne il rafforzamento patrimoniale e l’aggregazione, per supportare la ricostruzione delle aree terremotate della Regione Abruzzo, per sostenere l’internazionalizzazione delle imprese quando le operazioni sono assistite da garanzia o assicurazione della SACE S.p.A., nonché la possibilità di assumere partecipazioni in società di rilevante interesse nazionale.

 

L’ingenuo: sollevo un’obiezione: se non c’è patrimonio separato, investire in azioni depositi a vista (come parte del risparmio postale) non è proprio quello che si insegna ad un corso di banking. Ma ora dimmi cosa sarebbe la missione pubblica?

L’informato: beh quella è un po’ difficile da definire, diciamo che la missione pubblica la stabiliscono i politici che sono al governo o quelli che ci vogliono andare. Per esempio prima delle elezioni non sono mancate le interpretazioni su cosa dovesse essere la missione pubblica della CDP: il candidato premier del centro-sinistra diceva che la CDP era stata lasciata troppo sola (ma non era chiaro come dovesse essere accompagnata) e che andava considerata uno strumento di politica industriale (http://www.asca.it/news-Elezioni__Bersani__Cassa_depositi_e_prestiti_lasciata_troppo_sola-1245137.html); l’ha poi messa anche nei suoi 8 punti (ne proponeva il “potenziamento a 360 gradi”) quando ha tentato di fare “il governo di cambiamento” (http://www.partitodemocratico.it/doc/251554/otto-punti-per-un-governo-di-cambiamento.htm). L’economista di punta del centro destra ha proposto di utilizzarla per anticipare i soldi necessari a restituire l’IMU (http://it.reuters.com/article/topNews/idITMIE91300120130204). Come vedi la missione pubblica è come un vestito e ogni politico indossa quello che pensa che più piaccia al suo elettorato.

 

L’ingenuo: perché l’elettorato valuta se la CDP è gestita secondo una missione pubblica?

L’informato: no, no. Quello lo dovrebbero valutare gli azionisti della CDP, il Tesoro e le Fondazioni bancarie.

 

L’ingenuo: dunque i politici dicono qual è la missione pubblica e gli azionisti ne curano la attuazione delegando il management?

L’informato: sì, dovrebbe essere così. Lascia che ora ti dica due parole su cosa sono le Fondazioni bancarie: né Stato né mercato ma come si dice “terzo settore”; però anche investitori nel capitale delle banche da cui erano nate e di cui inizialmente detenevano partecipazioni di controllo; oggi, pur il fenomeno essendosi in parte ridotto, ancora detengono, anche congiuntamente, una quota superiore al 50% in 16 intermediari. Restano uno strano animale. Il ministro che la creò si è paragonato al dr. Frankenstein.

 

L’ingenuo: ma le Fondazioni che siedono nel consiglio di amministrazione della CDP con il Tesoro sono da questo indipendenti? E sono brave a fare le azioniste?

L’informato: mhmm vedo che sei un po’ maliziosetto! Diciamo che le Fondazioni, nel caso delle banche, non si sono mostrate degli investitori particolarmente brillanti. Nel caso della CDP sono state però particolarmente abili (fortunate? fai tu): in 8 anni si sono riprese con i dividendi tutto il capitale che avevano investito, ora si ritrovano un asset che è triplicato di valore e che nel 2012 ha avuto un ritorno sul capitale investito del 15%! E “di più non dimandare”.

 

L’ingenuo: chi ha inventato questa operazione doveva voler bene alle Fondazioni o ne doveva avere un autentico bisogno! Ma torniamo alla CDP. Mi sembra che abbia molte linee di business: mutui agli enti locali, erogazione diretta di credito, sostegno alle PMI attraverso garanzia concessa alle banche di credito ordinario, sostegno all’export, fondi garanzia sulle opere infrastrutturali, partecipazioni dirette in società quotate, partecipazioni in fondi. Un’impresa di difficile tipizzazione.

L’informato: e ci vedi qualcosa di negativo?

 

L’ingenuo: no: ingegneria organizzativa, applicata alle istituzioni finanziarie. C’è il rischio però di non riuscire a focalizzarsi: mi ricordo che una volta incontrai un manager (guarda caso proprio l’AD di una società partecipata dalla CDP) che mi spiegò che in genere le aziende sanno fare solo un business: qui di business ne vedo diversi. Li saprà fare tutti?

L’informato: oltre che maliziosetto sei anche un po’ rompiballe. Ci sono dei casi di conglomerati di successo, anche nel settore finanziario. E qui i risultati per ora sono buoni, anche se le capacità di impiego del risparmio postale non riescono a star dietro alla crescita di quest’ultimo (che così viene riversato in Tesoreria).

 

L’ingenuo: dunque: “ai posteri l’ardua sentenza”. Ma ora raccontami di queste attività di investimento in partecipazioni.

L’informato: beh, in dieci anni sono cresciute: hanno acquisito partecipazioni di controllo in molte società pubbliche e da ultimo lo Stato gli ha dato l’opzione di acquistare tre società: Fintecna, Sace e Simest, in una prospettiva di riassetto delle partecipazioni pubbliche. 

 

L’ingenuo: mi sfugge il concetto del “riassetto”.

L’informato: confermo che sei malizioso. Si pensa, forse (dico forse perché non mi risulta che il punto sia stato ufficialmente chiarito), ad un diverso esercizio dei poteri dell’azionista. Preoccupazioni sotto questo profilo furono sollevate dall’Antitrust: pensa che sulla acquisizione di Terna, il gestore della rete elettrica di trasmissione nazionale, la nostra Autorità della concorrenza obiettò che la CDP avrebbe potuto essere indotta a gestire la partecipazione di controllo detenuta in TERNA tenendo conto anche dell’effetto che tali scelte avrebbero determinato sulla redditività di ENEL di cui era pure azionista con il 10%.

 

L’ingenuo: l’Antitrust? Cioè l’Antitrust voleva mettersi in mezzo ad un passaggio di controllo tra il Tesoro ed una sua controllata? Che zelo! Ma non aveva niente di meglio da fare? E cosa ha concluso?

L’informato: gli ha imposto di cedere la partecipazione in ENEL (naturalmente facendola ritornare al Tesoro)! E anche nel caso dell’acquisizione di SNAM, per evitare una concentrazione potenzialmente anti-concorrenziale nella distribuzione locale gas, in conseguenza della contemporanea presenza di CDP nel maggiore operatore della distribuzione locale, Italgas (attraverso Snam) e come azionista rilevante del fondo F2I, cui a sua volta fa a capo il secondo operatore nazionale, quindi sono state introdotte delle misure di governance efficaci. Mentre sul fatto che ENI e Snam siano controllate dallo stesso soggetto l’Antitrust ha osservato: è meglio di prima (quando Snam era controllata da ENI direttamente) anche se appare una separazione proprietaria “in forma debole”.

 

L’ingenuo: non c’è che dire il vostro guardiano della concorrenza è assai occhiuto. Ma mi spieghi per quale ragione lo Stato vende ad una sua controllata altre sue controllate.

L’informato: devi sapere che l’azionista della CDP, il Tesoro, è indebitato fino al collo e quindi ogni tanto deve vendere pezzetti del suo attivo e qui c’è stato il colpo da maestro del ministro del Tesoro di allora, Giulio Tremonti, che ha fatto uscire dal perimetro della Pubblica Amministrazione la CDP con la trasformazione in spa creando un veicolo per le partecipazioni pubbliche che possono essere vendute con beneficio della finanza pubblica ma che restano sotto controllo pubblico.

 

L’ingenuo: ah! Ho sentito dire che quel ministro ha tentato altri colpi da maestro di questo genere ma non tutti gli sono riusciti… Ma perché il Tesoro vende alla CDP e non al “mercato” o non vende almeno parte della CDP? Dico vendere a qualche investitore privato, morfologicamente più accattivante delle Fondazioni, quelle create dal dottor Frankenstein?

L’informato: due considerazioni. In primo luogo, il modello è quello della KfW tedesca e li di vendere ai privati non ci pensano proprio.

 

L’ingenuo: fermo lì. La KfW un modello? Speriamo proprio di no: mi dicono che il consiglio di sorveglianza ha un board di 37 persone fatto di politici e sindacalisti. Ovviamente raggiungere decisioni operative con un consiglio sì fatto è mera utopia. Il che da grande potere al management. Ma ti ho interrotto…

L’informato: sì, ti stavo spiegando le ragioni che hanno impedito fino ad oggi di parlare dell’idea di una privatizzazione parziale della CDP. Vedi, con le privatizzazioni non è andata tanto bene in Italia e non sono molto popolari: ad esempio, avevamo una grande azienda telefonica, multinazionale e all’avanguardia della tecnologia, l’abbiamo venduta e chi l’ha comprata, l’ha rivenduta e poi di nuovo chi l’ha comprata l’ha rivenduta a sua volta e ogni volta diventava più piccola e più indebitata e adesso che c’è da realizzare un grande investimento nella rete di ultima generazione e dotare il paese di una infrastruttura importante, quella azienda non ha i soldi, né si può ulteriormente indebitare. Quindi pare che potrebbe intervenire la CDP rilevando in parte la rete per poi fare gli investimenti necessari per adeguarla.

 

L’ingenuo: quindi lo Stato potrebbe ricomprare, attraverso una sua società controllata un ramo, che richiede importanti investimenti straordinari, dell’azienda che aveva venduto, quando era tecnologicamente adeguato, poco più di 15 anni fa? E come è stato possibile consentire questa dilapidazione del patrimonio nazionale?

L’informato: this is a dirty question! E comunque non c’entra niente con la CDP. Su cui a questo punto penso di averti detto abbastanza. Che idea ti sei fatto ?

 

L’ingenuo: stiamo parlando di un’impresa pubblica. In genere l’impresa pubblica non la considero una ricetta convincente. In questo caso però mi sembrerebbe difficile ipotizzare di privatizzare il risparmio postale. E quel ministro che ordinò la trasformazione della CDP ha trovato un modo per mobilizzarlo quel risparmio e di metterlo a reddito, anche se la ragione di avervi infilato quelle creature del dr. Frankenstein e a quelle condizioni “estrattive”, resta un poco misteriosa. Dal punto di vista gestionale, la classica patologia dell’impresa pubblica non si è manifestata, anzi c’è stata efficienza; resta il problema di riuscire a focalizzare le varie linee di business. D’altronde, le imprese pubbliche, come quelle private, funzionano anche, non solo s’intende, sulla base di come si comportano gli azionisti e il management: così ogni tanto abbiamo avuto anche qualche storia di successo. Come sempre, la prova del budino (che qui è ancora in cottura) è mangiarlo e la bontà dipende anche dai cuochi, non solo dalle ricette.

 

 

Top