Democrazia e petrolio – 2/2

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 L’idea che la natura delle istituzioni politiche di un paese sia influenzata dal suo grado di sviluppo economico ha attraversato tutta la storia del pensiero politico e sociale moderno e, con riferimento alla democrazia, ha ricevuto una formulazione classica alla fine degli anni ‘50 da parte di Lipset (1959).
Lipset definisce lo sviluppo economico un “requisito sociale” della democrazia ritenendo, come già Aristotele, che lo sviluppo economico è funzionale ad una democrazia stabile. La spiegazione risiede in ciò che Lipset intende per sviluppo economico: ricchezza, industrializzazione, urbanizzazione ed educazione. Lo sviluppo di questi elementi si corona nella democrazia.
L’elaborazione di Lipset è il manifesto delle teorie della modernizzazione, nate e sviluppatesi negli Stati Uniti dal secondo dopoguerra, secondo le quali la modernità, identificata col capitalismo e il regime democratico di stampo occidentale, è l’esito di un processo a due livelli, economico (Rostow, 1960) e sociale (Apter, 1965), strettamente intrecciati. Presupposto generale di queste teorie è che il rapporto fra grado di sviluppo economico e democrazia è asimmetrico: il primo favorirebbe la seconda senza esserne a sua volta influenzato.
A partire dagli anni ‘90, con la fine della Guerra Fredda e l’avvio del processo di transizione al mercato globale da parte di tutte le economie, incluse quelle socialiste, si è intensificato il dibattito sulle relazioni fra democrazia e sviluppo e ha cominciato ad essere presa in considerazione anche la possibilità di una relazione che andava nella direzione inversa e vedeva nella democrazia, se non proprio un fattore diretto di crescita, quantomeno un contesto in cui potevano meglio maturare condizioni che la favorivano.
La tesi di partenza – lo sviluppo economico come una precondizione per la democrazia – è andata indebolendosi e si è rafforzata l’idea che per avviare un processo di sviluppo economico si debba realizzare una democratizzazione, anche parziale o imperfetta (Somaini, 2009).
Al rovesciamento della prospettiva ha contribuito il diffondersi di concezioni di democrazia e sviluppo più ampie, che mettono in rilievo gli elementi meno legati alla sfera istituzionale. Rappresentativa della nuova prospettiva è la posizione di Amartya Sen (2000), secondo cui, se si estendono i concetti di sviluppo e di democrazia, il rapporto fra i due termini cambia direzione: la democrazia non è più il risultato atteso dello sviluppo economico, ma la premessa fondamentale per il suo avvio. Sen, quindi, rifiuta gli argomenti che sostengono la superiorità di un regime autoritario rispetto alla democrazia per il successo dello sviluppo economico: democrazia va intesa come il governo della discussione pubblica, l’esercizio delle libertà politiche e dei diritti civili; lo sviluppo economico come l’esercizio delle libertà economiche. Poiché quest’ultime non sarebbero possibili senza quelle politiche, la democrazia è necessaria all’avvio e alla diffusione dello sviluppo economico.
In estrema sintesi, a priori sia la democrazia sia l’autocrazia possono essere contesti favorevoli allo sviluppo economico e numerosi esempi significativi sembrano validare sia l’una che l’altra tesi. Tuttavia, diverse argomentazioni portano a ritenere che, grazie alla loro maggiore flessibilità, alla maggiore capacità di rimediare agli errori e al fatto che la conservazione del potere è maggiormente legata alla verifica dei risultati, possa essere la democrazia la forma istituzionale più adeguata per lo sviluppo dell’economia (Somaini, 2009). I dati empirici possono fornire qualche evidenza.
 
2. La democrazia come fattore di sviluppo economico
In precedenza su questo sito (Democrazia e petrolio 1/2) si è esaminata l’influenza del petrolio e del grado di sviluppo economico (approssimato dal pil pro capite) sul livello di democrazia di un paese.
Qui vogliamo articolare la relazione prendendo in esame anche l’influenza del petrolio e della democrazia sul grado di sviluppo.
L’analisi, sempre su 36 paesi, è stata impostata affiancando alla precedente equazione una esplicativa del pil pro capite in funzione di petrolio e democrazia:
indice di democrazia = a0 + a1*prod.netta pro capite + a2*reddito pro capite
reddito pro capite = b0 + b1*prod.netta pro capite+b2*indice di democrazia
 
Le stime congiunte sono indicate in Tab. 1 (t value in parentesi):
 

TAB. 1

1979

1989

1999

2009

indice di democrazia

 

a0 (intercetta)

2.40 (7.26)

2.78 (8.17)

2.91 (10.28)

3.26 (11.45)

a1 (petrolio)

-1.58 (-8.07)

-1.42 (-4.85)

-1.18 (-5.39)

-2.44 (-6.76)

a2 (pil)

3.95 (8.69)

2.72 (9.13)

1.80 (10.29)

1.03 (10.09)

adjR2

44.67%

50.53%

56.27%

54.73%

reddito pro capite

 

b0 (intercetta)

-0.48 (-3.93)

-0.85 (-4.55)

-1.43 (-5.73)

-2.79 (-6.05)

b1 (petrolio)

0.39 (13.74)

0.49 (4.81)

0.63 (5.45)

2.30 (7.25)

b2 (democrazia)

0.22 (8.69)

0.33 (9.13)

0.51 (10.29)

0.89 (10.09)

adjR2

83.44%

49.57%

57.42%

61.65%

 
Sia la produzione di petrolio (b1) sia il livello di sviluppo democratico (b2) influenzano positivamente e in misura statisticamente significativa il reddito pro capite. Inoltre entrambi hanno un impatto crescente nel tempo, a indicare come la produzione petrolifera e l’espansione delle libertà politiche e civili si traducano, nel medio-lungo termine, in quantità sempre più apprezzabili di reddito pro capite.
Le due equazioni esprimono chiaramente il ruolo ambivalente del petrolio, fattore regressivo di democrazia ma propulsivo di benessere economico.
L’effetto netto, calcolando una sorta di “moltiplicatore della democrazia da petrolio”, è negativo: un aumento della capacità produttiva petrolifera netta tende a ridurre le libertà democratiche (Tab. 2).
 
TAB. 2 Moltiplicatore della democrazia da petrolio
 

Moltiplicatore

1979

1989

1999

2009

(a1+a2*b1)/(1-a2*b2)

-0.30

-0.85

-0.56

-0.85

 
 
3. Conclusioni
 
Dall’ampia letteratura sull’argomento e dall’analisi statistica prodotta si possono trarre alcune considerazioni conclusive:

il petrolio ha caratteristiche peculiari che possono incidere negativamente sull’andamento di lungo periodo della qualità democratica del regime politico pur favorendone lo sviluppo economico. L’effetto netto è negativo;

i caratteri del petrolio, tuttavia, non rispondono, da soli, alla questione della longevità dei regimi autoritari nelle zone petrolifere. Importanti fattori imprescindibili sono anche la storia politico-istituzionale del paese, la sua pregressa esperienza democratica, il contesto regionale, la cultura. A questo proposito, non si possono tacere le responsabilità passate e correnti delle potenze occidentali nella fondazione e nel mantenimento di regimi autoritari per trarne vantaggi economici, non ultimo l’accesso al petrolio;

poiché il petrolio è tuttora la principale fonte di energia dei paesi opulenti e poiché oltre ad essere antidemocratica è anche una risorsa altamente inquinante, le grandi democrazie occidentali devono compiere una rivoluzione copernicana nella mentalità e nelle abitudini di vita e dare attuazione, nelle parole di Friedman (2006), ad una vera e propria “geopolitica ambientalista” poiché “non si può essere un serio sostenitore della democrazia senza essere un serio sostenitore dell’energia rinnovabile”.

Nella foto: Baghdad, Ministry of Oil, April 2003

 
 
 

BIBLIOGRAFIA

 
Apter, D. E. (1965) “The Politics of Modernization” Chicago University Press
British Petroleum, Statistical Review of World Energy (http://www.bp.com/bodycopyarticle.do?categoryId=1&contentId=7052055)
Fondo Monetario Internazionale (http://www.imf.org/external/ns/cs.aspx?id=28)
Freedom House (http://www.freedomhouse.org/template.cfm?page=439)
Friedman, T. L. (2006) “The first law of Petropolitics” Foreign Policy, vol.154, pp.28-36
Lipset, S. M. (1959) “Some social requisites of democracy: economic development and political legitimacy” American Political Science Review, vol.53, n.1, pp.69-105
Rostow, W. W. (1960) “The Stages of Economic Growth: a Non-Communist Manifesto” Cambridge University Press
Sen, A. (2000) “Lo sviluppo è libertà. Perché non c’è crescita senza democrazia”, Mondadori, Milano
Somaini, E. (2009) “Geografia della democrazia” Il Mulino, Bologna
 

 
 
 
 
 
 
 
 

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