Democrazia e petrolio – 1/2

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 Un’analisi minimamente attenta degli sviluppi politico-economici dei paesi del Nord-Africa e del Medio-Oriente negli ultimi tre decenni è di notevole aiuto a comprendere le rivoluzioni in corso nell’area del Mediterraneo e a segnalare le tensioni che covano sotto il clamore della propaganda interna e dietro l’incapacità interpretativa delle diplomazie occidentali.

1. Il petrolio contro la democrazia.
Sintetizzando un’ampia letteratura, si potrebbe dire che la relazione fra democrazia e sviluppo economico va in entrambi i sensi: lo sviluppo economico aiuta la democrazia e quest’ultima può essere un contesto favorevole allo sviluppo economico.
Tuttavia vi sono forme di sviluppo che sembrano ostacolare la democrazia o sono addirittura incompatibili con essa; una di queste è quella delle economie in cui il petrolio è la risorsa dominante (Karl, 1999; Somaini 2009).
Infatti, la tendenza secolare dei regimi verso la democrazia ha per lungo tempo escluso l’area mediorientale e poiché tale area costituisce il bacino petrolifero più grande del globo, alcuni studiosi (Mahdavy, 1970; Beblawi and Luciani, 1987; Gelb, 1988) in cerca delle possibili spiegazioni della longevità dei governi autoritari di quella regione si sono focalizzati sulla politica economica del petrolio. Frutto di questi studi è la teoria dello Stato rentier, “cui la rendita è pagata da stranieri, arricchisce direttamente lo stato, pochi cittadini sono impiegati nella sua produzione mentre la maggioranza della popolazione è coinvolta solo nella sua distribuzione”.
Questa teoria sostiene che la natura esterna delle rendite petrolifere e la loro gestione diretta da parte del governo conducono a due generi di distorsioni:
– una distorsione economica, dovuta alla predominanza che assume il settore petrolifero il quale, schiacciando la competitività dei prodotti di settori importanti come il manifatturiero e l’agricolo, induce una crescita economica deludente oltre che insostenibile nel lungo periodo;
– una distorsione politica, dovuta alla gestione diretta delle rendite da parte del governo: tale gestione significa non solo che il prelievo fiscale non è più necessario per la fornitura dei servizi ai cittadini, ma che necessari non sono più nemmeno la trasparenza dei comportamenti e la regolarità di procedure nella distribuzione delle rendite da parte del governo.
La distribuzione diviene un’azione discrezionale e politicamente orientata. In questo modo, il governo non ha più bisogno del consenso del pubblico, ma è il pubblico ad avere bisogno del governo: la ricchezza petrolifera favorisce un governo autoritario.
In tal modo, la classica formula del “no taxation without representation” assume anche la valenza opposta del “no representation without taxation”: una popolazione esentata dal pagamento delle imposte si trova anche privata degli strumenti della rappresentanza politica e della democrazia.
Recenti analisi empiriche di vari autori (Ross, 2001; Jensen e Wantchekon, 2004; Tsui, 2005; Ulfelder, 2007; Ramsey, 2009) hanno validato la teoria dello stato rentier e confermato la stretta associazione fra petrolio e autoritarismo.
ThomasFriedman, giornalista del New York Times, ha dato risonanza mediatica alla posizione di queste ricerche. Partendo dalla sua esperienza di corrispondente dal Medioriente, Friedman (2006) scrive che la relazione inversa fra la crescita dei prezzi del petrolio e il soffocamento delle libertà civili e politiche va considerata una “legge”, la principale, che caratterizza i paesi petroliferi e mette in guardia sul danno che questa “legge” apporta non solo alla politica interna e alla società di quei paesi ma anche alle relazioni internazionali, perché l’inasprimento dell’autoritarismo di quei regimi, a seguito dell’aumento del prezzo del petrolio, si riflette, in politica estera, in un atteggiamento aggressivo e provocatorio che invelenisce il carattere dialogico proprio delle relazioni internazionali fra democrazie.
Naturalmente, alle analisi di cui sopra si sono affiancate, in risposta, altre analisi di segno opposto (Herb, 2005; Alexeev and Conrad, 2008; Horiouchi and Waglé, 2008; Haber and Menaldo, 2008) in cui si sottolinea come i regimi autoritari che caratterizzano i paesi petroliferi sono l’esito di una serie di elementi storici, regionali, culturali e istituzionali indipendenti dal petrolio, mentre questo, semmai, ha avuto effetti positivi.
A chi danno ragione i dati?
 
2. Una stima quantitativa del deficit di democrazia.
Si è voluta verificare con una semplice metodologia statistica la relazione tra livello di democrazia di un paese e la sua produzione di petrolio.
Il livello di democrazia è stato approssimato con l’indicatore medio (diritti politici e libertà civili) misurato da Freedom House nel trentennio 1979-2009.
Tale indice, invertito rispetto all’originale, va da un minimo di 1 (minima democrazia) a un massimo di 7 (massima democrazia). Secondo Freedom House vanno considerati “liberi” (qui democratici) i paesi con un indice tra 5 e 7 e non liberi (non democratici) quelli tra 1 e 3. Tra 3 e 5 i paesi sono classificati come “parzialmente liberi”.
Accanto a tale indicatore si sono considerate la produzione e il consumo di petrolio (unità di misura = 100 milioni di barili all’anno), al fine di considerare la produzione di petrolio al netto del consumo, ovvero la produzione destinata all’esportazione. I dati ottenuti per ogni paese sono stati presi dal BP Statistical Review of World Energy, pubblicato nel giugno del 2010.
Si sono considerati anche i dati su popolazione e reddito pro capite (unità di misura = 10 mila $) di fonte Fondo Monetario Internazionale (per il 1979 si è usato il dato del 1980).
 
La relazione verificata è stata la seguente:
indice di democrazia = a0 + a1*prod.netta pro capite + a2*reddito pro capite, stimata per gli anni 1979, 1989, 1999, 2009.
Le stime sono indicate in tabella (t value in parentesi):
 

 

1979

1989

1999

2009

a0 (intercetta)

2.83 (7.97)

3.16 (8.77)

3.20 (10.69)

3.53 (11.86)

a1 (petrolio)

-1.22 (-5.48)

-1.25 (-4.23)

-1.05 (-4.68)

-2.10 (-5.57)

a2 (pil)

2.91 (5.28)

2.04 (5.60)

1.41 (6.43)

0.79 (6.27)

adjR2

47.17%.

52.59%

57.78%

56.52%

pro memoria:
media decennale del prezzo Brent

10.53$

25.76$

18.33$

49.60$

 
 
Le regressioni risultano molto significative e i coefficienti hanno tutti il segno atteso: negativo per a1, la produzione di petrolio (al netto del consumo) e positivo per a2, il grado di sviluppo economico misurato del Pil pro capite. Ad esempio nel 1979 il livello “medio” internazionale di democrazia di 2.83 veniva ridotto di oltre un punto per ogni 100 barili di produzione annua pro capite e accresciuto di quasi 3 punti per ogni 10 mila dollari di reddito annuo pro capite.
Si noti, ad esempio, che un paese come la Libia produceva, 30 anni fa, quasi 800 milioni di barili all’anno e 600 milioni nel 2009 mentre aveva un reddito medio pro-capite di quasi 13 mila dollari contro meno di 10 mila nel 2009. Nello stesso periodo la popolazione è raddoppiata da 3 a oltre 6 milioni.
E’ interessante notare che l’effetto del pil pro capite (a2) tende a ridursi dimensionalmente (pur restando molto significativo), compensato dalla crescita nel tempo dell’intercetta a0.
Si noti anche che l’effetto negativo della produzione petrolifera ha picchi (pari a -1.25 e -2.10 rispettivamente) in seguito a fasi di rialzo dei prezzi petroliferi, negli anni ‘80 e nell’ultimo decennio (Fig. 1).
 
 Fig 1 

 
 La relazione si presta anche a misurare l’eventuale deficit di democrazia tra livello osservato e livello stimato, implicito nel grado di sviluppo economico (Pil pro capite) e nella produzione petrolifera netta. La presenza di un deficit di democrazia rappresenta un fattore implicito di tensione tra il livello di democrazia raggiunto dal paese e quello “implicito” nel suo grado di sviluppo economico-produttivo.
 
Come si può notare, alcuni paesi petroliferi presentavano nel 2009 deficit significativi (Fig. 2). Tra essi si nota la Cina (paese con 15 miliardi di barili di riserve petrolifere stimate, pari a un terzo di quelle libiche, ma produzione netta negativa), l’Egitto, l’Iran, la Libia, l’Arabia Saudita, la Siria, la Tunisia e gli Emirati Arabi.
In alcuni di essi le tensioni da implicite si sono fatte drammaticamente palesi.
 
 Fig 2  

 
 
 
 
 
 
BIBLIOGRAFIA
 
Alexeev, M. e Conrad, R. (2009) “The elusive curse of oil” The Review of Economics and Statistics, vol.91, n.3, pp.586-598
Beblawi, H. and Luciani, G.. (1987), “The Rentier State”, New York: Croom Helm
British Petroleum, Statistical Review of World Energy (http://www.bp.com/bodycopyarticle.do?categoryId=1&contentId=7052055)
Fondo Monetario Internazionale (http://www.imf.org/external/ns/cs.aspx?id=28)
Freedom House (http://www.freedomhouse.org/template.cfm?page=439)
Friedman, T. L. (2006) “The first law of Petropolitics” Foreign Policy, vol.154, pp.28-36
Gelb, A. H. (1988) “Windfall gains: blessing or curse?” Oxford University Press, New York
Haber, S. e Menaldo, V. (2008) “Do natural resources fuel authoritarianism? A reappraisal of the resource curse” Working Paper,n.351 Stanford University
Horiuchi, Y. e Waglé, S. (2008) “100 years of oil: did it depress democracy and sustain autocracy?” Paper presented at the Annual Meeting of the APSA 2008, convened in Boston, August 28-31 (http://www.allacademic.com/meta/p280339_index.html)
Herb, M. (2005) “No representation without taxation? Rents, development and democracy” Comparative Politics, vol.37, n.3, pp.297-316
Jensen, N. e Wantchekon, L. (2004) “Resource wealth and political regimes in Africa” Comparative Political Studies, vol.37, n.7, pp.816-841
Karl, T. L. (1999) “The Perils of the Petro-States: reflections on the paradox of plenty” Journal of International Affairs, vol.53, n.1, pp.31-48
Mahdavy, H. (1970) “The patterns and problems of economic development in Rentier States: the case of Iran” in M.A. Cook “Studies in economic history of the Middle East from the rise of Islam to the present day”, Oxford University Press
Ramsey, K. W. (2009) “Natural disasters, the price of oil and democracy” Working paper, Department of Politics, Princeton University (https://www.princeton.edu/~kramsay/Site/research_files/JOPRandR3.0.pdf)
Ross, M. (2001) “Does oil hinder democracy?” World Politics, vol.53, pp.325-361
Somaini, E. (2009) “Geografia della democrazia” Il Mulino, Bologna
Tsui, K. K. (2005) “More Oil, Less Democracy?: Theory and Evidence from crude oil discoveries” Working Paper, J.E.Walker Department of Economics, Clemson University (http://economics.uchicago.edu/download/tsui_applwksp_120505.pdf)
Ulfelder, J. (2007) “Natural-Resource wealth and the survival of Autocracy” Comparative Political Studies, vol.40,n.8, pp.995-1018
 
 
 
 

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