Cultura, sanzioni e banchieri responsabili

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I comportamenti fraudolenti di alcuni  manager di grandi banche internazionali continuano ad essere diffusi: il caso Barclays con la manipolazione del Libor occupa da qualche giorno le prime pagine dei grandi giornali internazionali.  
Ma non finisce qui e non solo perché come dice il Financial Times, e come confermato da Diamond, ci sono altre 20 banche coinvolte nell’indagine. Proprio in questi giorni, il Regolatore per l’energia americano ha reso noto che JPMorgan è sotto inchiesta per le sue pratiche di offerta sul mercato elettrico della California e di altri stati del Midwest, pratiche che avrebbero causato una lievitazione dei  prezzi dell’energia.
In Spagna, Rato, ex presidente di Bankia (ed ex Direttore del FMI), è indagato per diversi reati (tra cui truffa, manipolazione, appropriazione indebita), insieme ad altri 32 manager della banca spagnola.
E’ passato un quarto di secolo da quando Ivan Boesky – il famoso insider trader che, “pizzicato” dalla SEC, trascorse  tre anni e mezzo in una prigione federale – affermò la celebre frase, ripresa poi nel film Wall Street, “l’avidità è salutare”.  
I protagonisti di oggi hanno perso quell’arroganza ma sembrano aver acquisito una  doppiezza degna di personaggi  shakespeariani: Bob Diamond, il CEO di Barclays – 20 milioni di dollari la sua remunerazione nel 2011 – avrebbe dichiarato in una trasmissione della BBC, l’11 agosto del 2011, che è la cultura l’elemento critico del banking responsabile. Appunto: ma quale cultura?  
La speculazione genera informazione sui mercati e quindi ha un valore sociale positivo ma riesce difficile da credere che tale valore superi i benefici  di cui continuano ad appropriarsi alcuni grandi finanzieri (la cosiddetta parte variabile del compensation package) e che sovente è associata, incentivandole, ai risultati di attività speculative. Nel caso della manipolazione, il valore sociale è addirittura negativo.
Quando poi il contesto economico è fortemente critico, i benefici percepiti dai banchieri  alimentano la sfiducia nei meccanismi di mercato e fanno salire la protesta sociale. E’ di qualche settimana fa un rapporto del Financial Times che evidenzia come le remunerazioni dei CEO di un campione di banche è risultato  superiore nel 2011 a quello di un campione di imprese non finanziare quotate a Wall Street ed in crescita, rispetto al 2010.
Risale a maggio la decisione di un tribunale inglese che ha imposto di pagare i bonus ai manager (residenti a Londra)   di Commerzbank, banca salvata con i soldi dei contribuenti (tedeschi).  Tutte evidenze che giocano un pessimo servizio alla popolarità dell’economia di mercato e alimentano il “savonarolismo”, da noi tanto diffuso quanto inutile (visto che siamo tra i paesi più corrotti).     
La regolazione non è riuscita  ad arginare – per la verità i tentativi fino ad oggi sono stati timidi – questi comportamenti. Se ne è discusso subito dopo la crisi del 2008, persino in sede di G20.  Qualcosa si è mosso  a livello europeo, dove sono previsti limiti all’ammontare pagabile in cash, limiti che dovrebbero diventare più severi con l’approvazione della Direttiva sui requisiti di capitale (Basilea III).
Si  prevede infatti di introdurre un rapporto fisso tra parte variabile e parte fissa della remunerazione e pari ad 1 (con la possibilità di alzarlo ad 1,5 previa approvazione in sede di assemblea degli azionisti). Sul tema, come su altri aspetti della direttiva, è prevista la fiera opposizione degli inglesi (a meno che l’affaire Diamond non li scuota) ed è di queste ore la notizia che il Parlamento europeo ne ha rinviato l’approvazione a settembre.
Il terreno del rapporto predeterminato tra parte  variabile e parte fissa  è peraltro assai scivoloso: basta aumentare il denominatore … Più efficaci sembrano l’aumento della trasparenza e il monitoraggio, banca per banca, della struttura del compensation package e degli incentivi a comportamenti speculativi che più o meno implicitamente la remunerazione può generare, con interventi mirati che espongano la retribuzione al cosiddetto downside risk (cioè se le cose vanno male ci rimette anche il banchiere).
Questa soluzione conduce tuttavia su un altro terreno scivoloso, quello della discrezionalità del regolatore che dovrebbe esaminare la situazione banca per banca. Ha forse ragione Bob Diamond: il responsible banking è (anche) un problema culturale ma, aggiungerei, quando le regole informali (come la cultura) sono scese così in basso qualche regola formale per sanzionare  (ad esempio, la  restituzione dei bonus degli ultimi 5 anni) chi danneggia il sistema è  necessaria.

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