Corte dei Conti “preoccupata” per il bancomat – compensazioni ancora irrisolto

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Corte dei Conti “preoccupata” per il bancomat – compensazioni ancora irrisolto

di Giuseppe Pasquale

 

Così non va. I versamenti di tasse e contributi mediante compensazione orizzontale imbarcano tuttora miliardi di falsi crediti. Una brutta vicenda che, soprattutto in tempi di spending review, va superata «tempestivamente» apportando al più presto «forti correttivi». E’ l’allarme lanciato il 25 novembre 2013 dalla corte dei Conti con un’indagine inappuntabile che ha messo sotto la lente le compensazioni Iva (deliberazione 10/2013/G).

Nonostante i successi delle misure antiabuso del 2009, infatti, il bilancio pubblico introita tuttora in pancia, quote annue di moneta fasulla (anche se non ne esiste, pare, una contabilizzazione). L’unico modo che il Fisco ha per accorgersi della truffa è di monitorare, a spanne, la voce aggregata del plafond annuo compensazioni. Onde  verificarne, a posteriori, i macro-scostamenti rispetto a una ipotetica cifra-standard (che fino a ieri si riteneva fosse, per la sola Iva, di circa 13 miliardi su base annua).

Nei primi dieci mesi del 2013, a esempio, il gap, rispetto all’analogo periodo 2010, è stato peggiorativo di 2,452 miliardi. Dato ridottosi a 1,378 miliardi, stando al monitoraggio di  gennaio-novembre 2013, diramato il 15 gennaio 2014 (quest’ultimo bollettino, tuttavia, presenta com’è noto dati non comparabili appieno con gli anni passati, per via dello slittamento a dicembre di molte scadenze).

Per questo il Governo, ad ogni modo, è corso ai ripari per tempo, estendendo alle imposte dirette il visto di conformità. Dando per scontato, nella legge di stabilità 2014, che dentro lo stock di compensazioni fruite dalle partite iva nel 2013, si è formata una “quota in nero” di falsi crediti. Moneta fasulla (“stimata”, piuttosto che “contabilmente quantificata”) in 1,380 miliardi per il solo comparto delle imposte dirette (così, la relazione tecnica al ddl stabilità 2014).

Un buco periodico certificato, dunque, che, tuttavia, secondo il pronostico governativo, dovrebbe essere ridotto dal 2014. La “certezza” presunta sussiste comunque solo per un terzo di questa cifra, 460 milioni.  Che nella legge 147/2013 sono stati da subito considerati incassi da evasione, e  ivi impegnati a copertura di nuove spese. Per i rimanenti 920 milioni, invece, la previsione è che per ogni anno a venire se ne rinnoverà l’ammanco aggiuntivo.   

A pagina 122 del documento d’indagine, inoltre, la corte dei Conti ha avvertito che, purtroppo, a differenza dei criteri governativi seguiti dalle relazioni tecniche al dl 16/2012 e alla legge 147/2013, i numeri dei consuntivi per le annualità post-2009 (il 2010, in particolare) sarebbero ancora «esuberanti» e non ne farebbero mai un’annualità-modello. Nel senso che, stando ai livelli attuali, tale plafond non va considerato alla stregua di una cifra “immacolata”, da poter assumere come valore-standard con cui confrontare i saldi delle nuove annualità più recenti (onde poter escludere il persistente dilagare, sottotraccia, di truffe periodiche ulteriori). Secondo la Corte, infatti, anche il plafond 2010 nasconderebbe dosi rilevanti di falsi crediti ulteriori.

E, infatti, sorprende non poco la circostanza che, nei nove anni che vanno dal 1999 al 2008, il numero annuo delle partite Iva compensanti è salito di 700mila unità (+69%), senza un perché (si veda la TAB 1 qui riportata in calce). Inoltre, le tre poste correttive strutturali dell’Iva –  a credito per il contribuente, ma a debito per l’erario – sono schizzate verso l’alto, anno dopo anno, in una misura che documenta vistose manipolazioni da parte di centinaia di migliaia di truffatori, rimasti tuttora anonimi (si veda la TAB 2 qui riportata in calce). Mentre, infatti, l’Iva netta, ovvero la quota residua di Iva che resta a disposizione dell’erario, è cresciuta “solo” del 34%, sono volati, viceversa, addirittura in concomitanza fra loro:

a) l’ammontare delle compensazioni (+186%),

b) i rimborsi richiesti (+39%),

c) lo stock di “Iva a credito riportata a nuovo” (+113%). 

La Corte, inoltre, sottolinea come la cifra annua «fisiologica» che è lecito aspettarsi per la voce “compensazioni Iva” (salvo incrementi sempre possibili, ma entro limiti «contenuti») sarebbe per l’appunto quella di dieci anni prima. Periodo nel quale – è bene ricordarlo – il plafond medio su base annua (1999-2002) fu di 9 piuttosto che 13 miliardi.

Il peccato originale che è a monte di questa spinosa vicenda si è consumato nel 1997, quando, con l’articolo 17 del d. lgs. n. 241, fu varata la cosiddetta compensazione orizzontale. Una misura seducente, e di estrema semplificazione, affidata tuttavia, sin dall’origine, a un meccanismo applicativo di stupefacente avventatezza. Da quel momento in poi, infatti, l’Erario offre al proprio debitore, caso unico al mondo, la facoltà di procurarsi in forma unilaterale la quietanza di Stato, pure quando costui abbia pagato con crediti inesistenti. Soldi falsi a tutti gli effetti, di cui l’agenzia delle Entrate,  per espressa volontà di legge, non può neppure accorgersi, salvo casi sporadici (si veda il consuntivo dei controlli 1999-2012 nella TAB 3 qui riportata in calce).

I giudici non azzardano una quantificazione su base pluriennale dell’ammanco. Per quel che si è capito, infatti, mancano risultanze in grado di documentarne contabilmente la cifra. Né si sa se e come è stata data copertura al deficit formatosi frattanto, per decine di miliardi, all’indomani del 1999: «un autentico smottamento di gettito e di bilancio», testimonia la Corte, che ha sottolineato, altresì, la «mancata adozione», di controlli soprattutto per i primi due lustri (fino a tutto il 2008).

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