Corruzione, perché l’Italia è un terreno fertile

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Negli scorsi mesi non sono state certo poche le indagini che hanno riguardato il tema della corruzione, spesso arrivando ai livelli più alti dello stato (parlamentari e ministri inclusi). Sembra tornato, per alcuni aspetti, il clima che ha preceduto la Tangentopoli del 1992, ed è destinato a pesare sulla vita politica ed economica del paese. Non è ancora pienamente chiaro se si tratti della punta di un iceberg di dimensioni spaventose, come si rivelarono in seguito i primi casi scoperti nel ’92, o siano solo casi isolati imputabili; ma per essere certi di quest’ultima soluzione bisogna davvero essere molto ottimisti.
 
Quello che non viene compreso facilmente è che la corruzione non è un fenomeno confuso e indecifrabile, frutto di iniziative dei singoli. All’opposto, nasce e prospera solo dove trova un terreno fertile. La letteratura sulla materia identifica dei veri e propri incentivi alla corruzione (si veda ad esempio qui) essi sono le dimensioni della transazione, la tempestività dei pagamenti ed la natura dei beni in oggetto (quanto più è avanzata la tecnologia utilizzata, più elevata la possibilità di pagare un prezzo superiore al dovuto. Se invece si tratta di beni comuni, sarà più facile valutarli). Incide anche il ridotto livello di concorrenza in alcuni ambiti o l’assenza di politiche antitrust efficaci .
 
Questi elementi fanno sì che alcune attività siano più esposte al ricatto della corruzione: i grandi contratti di ingegneria civile e le grandi opere pubbliche, ad esempio, o le transazioni che hanno per oggetto le forniture di materiale bellico e sanitario; ad un livello più basso, gli acquisti di forniture, ed il denaro ricevuto per la fornitura di informazioni tecniche e consulenze.
Questo spiega perché in Italia vi sia un incentivo a fare le grandi opere mentre sia un’impresa ardua fare quelle “piccole”; ecco perché si possono costruire a Milano svariati grattacieli in pochi anni ma non si riesce a fare qualche metro di piste ciclabile; ecco perché funziona l’alta velocità ma non i treni per i pendolari; ecco spiegato l’abuso delle varie “emergenze” e procedure di urgenza; perché le consulenze agli enti pubblici sono divenuti il grande business e vi sia un fiorire di società di consulenza legate ai politici.
 
L’Italia è in questo senso diversa dagli altri paesi? E’ il ventre molle – per dirla alla Churchill (prima di puntare sull’Italia nel ’43 con l’operazione Husky) – dell’Europa? Crusoe ne ha già dibattuto. Transparency International, la principale autorità mondiale in termini di competenze sul tema della corruzione, ad esempio, traccia già da parecchi anni per l’Italia un quadro a tinte fosche: le sue classifiche sulla percezione della corruzione ci pongono, in un confronto mondiale, in posizioni piuttosto imbarazzanti, più lontani dai paesi UE e vicini invece al Bhutan, Capo Verde, Giordania, Malaysia, Namibia, solo per fare alcuni esempi. Ed è il posto che forse ci meritiamo. Secondo i dati di Pricewaterhouse Coopers, il 19% delle imprese operanti in Italia si è vista recapitare una richiesta di pagamento di tangenti nel corso degli ultimi due anni; il dato è molto migliore di quello di molti paesi emergenti, ma peggio di Romania, Turchia, Singapore. Tali classifiche hanno parecchi limiti (sono spesso dei sondaggi con campioni limitati) ed è estremamente difficile trarne delle comparazioni estremamente affidabili tra i paesi, però ci suggeriscono in modo molto chiaro che il nostro paese ha molto da fare sul tema della corruzione.
 
Ancor più preoccupante è la reazione al fenomeno. Pensare che le vicende di Tangentopoli (quella del 1992) abbiano creato i giusti anticorpi nella società civile contro la corruzione è errato; anzi, forse quella vicenda ha contribuito alla “evoluzione della specie”, inducendo un’evoluzione delle tecniche corruttive (secondo Davigo). Molto spesso al posto della condanna del fenomeno corruzione vi è l’atteggiamento del “così fan tutti”, con le varianti “tutti rubano nella stessa maniera” e “noi lo facciamo dimettere, voi no” o cose simili. E’ già da parecchio tempo che prevale questa logica, questo strabismo applicato anche ai casi di escort, ai vari Cinziagate e al caso Marrazzo: destra e sinistra sono sempre in pareggio, e nessuno – così si vorrebbe – è più colpevole di nulla.
Inoltre, la grande confusione fa sì che molti siano oggi divenuti garantisti a corrente alternata, per difendere la propria parte, salvo poi attaccare sulle vicende giudiziarie quelli del campo opposto (specialmente tramite giornalisti debitamente ammaestrati). Di garantisti sinceri ve ne sono pochi, specialmente se non imputati in qualche procedimento. Tra l’altro, nel frattempo, gli eccessi del giustizialismo anni ’90 sono forse stati accentuati: fare un inchiesta che va a finire sui giornali, a prescindere dal fatto che poi gli inquisiti vengano condannati o meno (e i fatti verificati), determina una notorietà eccessiva, fa fare carriera, spesso spedisce il PM in questione direttamente in Parlamento.
 
E non si può certo dire che la corruzione non sia un fenomeno bipartisan; l’ultima campagna elettorale per le elezioni, quella delle regionali, lo dimostra: il centro-sinistra poteva infatti vantare – si fa per dire – inquisiti in Emilia Romagna, Puglia, Liguria; il centro-destra in Veneto, Sicilia, Piemonte; Lombardia, Lazio, Toscana, Sardegna, Umbria sono invece bipartisan a pieno titolo, nel senso che entrambi gli schieramenti “vantavano” inquisiti o condannati (ma temo di aver peccato per difetto in questa contabilità estrapolata dai principali quotidiani italiani). Difficile che alla prossima tornata elettorale le cose vadano molto meglio.
 
Come uscirne? Non certo accusandosi vicendevolmente, ma incrementando la trasparenza di ogni attività che crea incentivi alla corruzione. Se ogni singolo euro di ogni opera pubblica fosse riportato su internet, e con esso i beneficiari, si andrebbe per lo meno nella giusta direzione. L’impressione è che l’Italia è destinata a rimanere “metà giardino, metà galera”, trainata da un ampio corpo sano e zavorrata da uno meno sano, che però controlla una parte rilevante dei rubinetti del denaro pubblico; un paese diviso tra chi rideva la notte del terremoto dell’Aquila, già pensando ai succulenti appalti della ricostruzione, e chi piangeva.
 

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