Controlli di massa più efficaci con la figura del “guardiano”, ovvero un terzo estraneo nelle vesti di privato asseveratore

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Controlli di massa più efficaci con la figura del “guardiano”, ovvero un terzo estraneo nelle vesti di privato asseveratore 

di Giuseppe Pasquale

                                                       

Un plauso all’ex ministro del Lavoro, Giovannini. Il 15 gennaio 2014, pur in assenza di specifica previsione di legge, ha siglato il primo accordo che conferisce al privato (nel caso di specie il Consulente del Lavoro, con l’avallo del Consiglio nazionale del proprio Ordine professionale) funzioni pubbliche di ausilio nel controllo di taluni adempimenti d’impresa finalizzati al controllo di regolarità in materia lavoristica.

Una sorta di scoperta dell’uovo di Colombo che, se ben amministrata, saprà  trasformarsi in una miniera d’oro per la collettività, trattandosi di misura tecnicamente in grado di moltiplicare per cento, mille volte, l’efficacia dei controlli pubblici ispettivi sugli adempimenti di massa.

Un meccanismo che andrebbe esteso quanto prima ad altri comparti, anche fuori della disciplina lavoristica, in quanto è l’unico rimedio in grado di eliminare egregiamente il collo di bottiglia che strozza gli esiti delle attività di controllo diffuso (per questa ragione da sempre fallimentari in ogni comparto): ovvero lo squilibrio smisurato (ma, purtroppo, strutturale) fra numero di controllati e numero di controllanti.

Il congegno, che toglie il monopolio della funzione di controllo al funzionario pubblico, è tuttavia di per sé particolarmente efficace in chiave anti-illegalità.

Esso fa leva non solo (e non tanto) sulla indubbia funzione di garanzia assicurata in questo caso dagli ordini professionali. Ma, soprattutto, su un duplice effetto diffuso nella psicologia di massa: vale a dire, per un verso, sulla naturale indisponibilità del terzo fidefaciente ad attestare pubblicamente il falso, per fatti concernenti persona “altra da sé” (chiunque essa sia, e persino qualora si tratti di uno stretto congiunto), e, per altro verso, sulla istintiva incapacità del singolo a commettere illegalità conclamate al cospetto di un terzo (al di fuori, cioè, del proprio “foro interno”).

Esistono pure, ovviamente, fasce di persone che non rispondono a queste “caratteristiche”  psicologiche (come, in particolare, i delinquenti abituali, eccetera), ma si tratta certamente di nicchie minoritarie e per questo trascurabili, mentre è facilmente constatabile, anche empiricamente, che le masse funzionano così. 

Si tratta quindi di architettare, da parte delle autorità competenti, una sorta di gioco delle parti. I settori di intervento possono essere i più vari. Si pensi al fenomeno dei falsi invalidi e a come si potrebbe preliminarmente “scremare” in misura sensibile il numero dei controlli effettivi da compiere sul campo se, con un modesto impegno organizzativo, venissero previamente depennati tutti i casi manifesti  di invalidità grave, vale a dire quelli per i quali sarà stata presentata, da un terzo qualsiasi, la attestazione fidefaciente (co-firmata insieme al diretto interessato) circa la condizione di invalidità grave sussistente (ovviamente, stiamo ipotizzando che l’organo di controllo abbia previamente trasmesso all’invalido un invito a presentare, entro un dato termine, una sorta di atto notorio co-firmato sia dall’invalido stesso, sia anche dal terzo scelto dal medesimo).

Il meccanismo può funzionare anche per le violazioni di massa in ambito fiscale. Si pensi all’evasione del canone Rai. Anche qui, una campagna basata sulla raccolta di attestazioni fidefacienti, provenienti dal  terzo in funzione asseveratoria, aiuterebbe a “scremare” i casi supportati dalla doppia firma, in modo da concentrare le ispezioni da fare sul posto, per un numero assai più ristretto di presunti evasori. Facendo diventare “fattibile” ciò che, invece, da sempre è impossibile da fare (e non è stato mai posto in essere), a causa del fatto che i numeri delle posizioni da controllare sono cento o mille volte superiori alle forze in campo.

Naturalmente, sarebbe auspicabile  un minimo di disciplina generale circa la figura del “guardiano”. Con apposite norme disciplinanti i limiti di intervento e le responsabilità del terzo fidefaciente, in caso di abuso della pubblica funzione. Fatto sta che, in un’epoca che ci regala tecnologie avanzatissime in materia di informatica, telematica e web, compresa la possibilità di identificare i soggetti, nonché tracciare e rendere pubblico in tempo reale qualunque procedura o informazione, i rischi di illecito sarebbero governabili e quindi del tutto sotto controllo. A tal fine sarebbe pertanto auspicabile una articolata disciplina ad hoc che faccia leva su ampie forme di pubblicazione obbligatoria sul web.

Il protocollo d’intesa varato da Giovannini di già presidia proprio in tal modo i rischi di abuso. L’articolo 4  prevede infatti che sul sito istituzionale del Consiglio nazionale dei Consulenti del Lavoro sia presente, e liberamente consultabile da tutti, l’elenco delle imprese asseverate.

Ma veniamo ora all’intesa siglata fra i consulenti del lavoro e il Ministro del lavoro. Essa ha per oggetto la disciplina di un’asseverazione di conformità fatta da un professionista iscritto al proprio Ordine, essendo l’oggetto della attestazione materia riservata alla specifica professione. Il punto innovativo (e rilevante) è che per la prima volta  si è dato atto che la  attestazione pubblica in parola gode della fiducia degli organi ispettivi del Ministero, i quali si impegnano, per converso, a dar peso alla attestazione e dunque a concentrare le proprie attività d’indagine, salvo casi sporadici e verifiche a campione, solo sulla restante quota di imprese che non si sono munite della asseverazione.

L’accordo, in tal modo, promette di elevare sensibilmente, da parte dei servizi ispettivi del Ministero, le probabilità  di “agguantare”  il vero sommerso e le reali gestioni aziendali fuori legge, scongiurando così le disfunzionalità croniche dei controlli pubblici di massa. Evitando, cioè,  che le risicate disponibilità di uomini preposti alle verifiche si disperdano a vuoto in controlli pedissequi, magari fatti in misura preponderante (ciò che probabilmente avveniva fino a ieri), presso aziende che in realtà sono perfettamente in regola.

Di misure anti-abuso così architettate avrebbe un grandissimo bisogno il settore della fiscalità. Al fine, soprattutto, di arginare l’evasione fiscale diffusa a livello di massa. Purtroppo, però, questo comparto della P.A. è sempre stato restìo ad adottare   tecniche di contrasto basate sulla collaborazione di figure intermedie come, in particolare, i consulenti iscritti negli ordini professionali. In verità, sulla carta, le normative al riguardo abbondano, essendo vigenti da oltre tre lustri norme relative alla asseverazione, al visto di conformità (cosiddetto “visto leggero”), alla certificazione tributaria ( “visto pesante”), eccetera. E’ un dato di fatto, tuttavia, che questi istituti hanno tutti fallito clamorosamente gli obiettivi sul piano pratico. E’ infatti notorio come sia stato e sia tuttora estremamente sporadico, fra i contribuenti, il ricorso a taluna di tali forme di attestazione.

A me è sempre sembrata chiara la ragione di questo oggettivo fallimento. Che va ricercata  nel clima di pregiudiziale sospetto, da parte dell’amministrazione finanziaria, verso qualunque attività rimessa alla collaborazione del privato. Sospetto – a mio parere ingiustificato – che si è sempre tradotto in aperta e pregiudiziale sfiducia sia verso la partita Iva “in sé”, sia anche verso il cittadino-professionista. Ciò che poi ha avuto il suo inevitabile riverbero sull’insuccesso totale degli istituti di asseverazione. Un esempio per tutti è nell’ultimo capoverso della circolare n. 134 del 1999, varata dal Dipartimento delle Entrate del soppresso Ministero delle Finanze, sul punto che spiega gli effetti dell’asseverazione in materia di studi di settore: 

«il rilascio del visto di conformità relativamente alle dichiarazioni dei soggetti titolari di reddito di lavoro autonomo o di impresa assume rilievo anche ai fini della selezione e dell’esecuzione dei controlli sostanziali. In particolare, nell’ambito dell’attività di controllo sulla corretta applicazione degli studi di settore, SARANNO DIVERSAMENTE CONSIDERATE (che significa!? nda) le posizioni dei soggetti che risultano aver dichiarato un ammontare non congruo di ricavi o di compensi e quelle per le quali è stata attestata la sussistenza di cause che giustificano lo scostamento».

Come si vede, la “promessa” di trattare diversamente gli asseverati, sottraendoli  per lo meno ai controlli (e ai fastidi) di mera routine, è ambigua e tradisce tutta la sfiducia dello Stato nell’asseveratore. Basta mettere a confronto quest’ultimo stralcio di circolare con il testo del “protocollo Giovannini” (articolo 7)  per capire perché, viceversa, in campo fiscale gli istituti di asseverazione e certificazione tributaria sono rimasti lettera morta:

«La Direzione Generale per l’Attività Ispettiva …..orienterà l’attività di vigilanza in via ASSOLUTAMENTE PRIORITARIA nei confronti delle imprese PRIVE della ASSE.CO. (asseverazione del consulente del lavoro, nda) fatta eccezione delle seguenti ipotesi: specifica richiesta di intervento; indagine demandata dall’A.G.; controlli a campione sulla veridicità delle dichiarazioni in base alla disciplina vigente.»

Per toccare con mano, viceversa, l’enorme entità  dei guadagni in chiave anti-evasione consentiti  a vantaggio dello Stato dal varo di strumenti di asseverazione, è sufficiente ricordare, nel settore della fiscalità, quanto avvenuto a partire dal 2010 nel campo delle compensazioni fiscali di crediti d’imposta. 

Fonti ufficiali attestano, infatti, che circa 100mila partite Iva, le quali fino al 2009 erano solite annualmente pagare tasse e contributi mediante falsi crediti (nonostante la tracciabilità conclamata di tale gravissima violazione),  dal 2010 in avanti, di colpo hanno posto fine agli illeciti e hanno rinunciato a quasi 7 miliardi annui (!?) di compensazioni abusive praticate fino a tutto il 2009 (si vedano le Fig. 1 e 2 nei due files pdf qui riportati in calce). E questo è avvenuto non per caso, ma subito dopo il varo del visto di conformità obbligatorio, affidato al proprio commercialista.  Una prova ufficiale e incontrovertibile, dunque, del tesoro che potrà venire nelle casse statali con il ricorso a tecniche di prevenzione di quei particolari illeciti caratterizzati da diffusione a livello di massa. In altre parole, sarebbe sufficiente ricorrere al “setaccio” preventivo di regolarità degli adempimenti per il cento per cento della platea. anziché puntare sulla repressione ex post, e solo a campione, di un caso ogni 100mila, da parte del funzionario pubblico accertatore. Per la finalità qui auspicata, infatti, potrebbe bastare la firma congiunta del privato, nelle vesti di “guardiano” asseveratore, circa la verità di quei fatti e circostanze che di norma sono oggetto di dichiarazione unilaterale con impegno solenne nei riguardi della P.A.  (a esempio, le dichiarazioni fiscali, etc.).

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