Controlli di massa: il nodo della cifra da accertare

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Immaginate un vigile urbano alle prese con un divieto di sosta. Facile per lui contestare l’infrazione: basterà attestare nel verbale che la vettura si trova in luogo vietato. Se l’automobilista vorrà contestare dovrà dimostrare che la macchina era altrove. Ma provarlo non sarà semplice. Il verbale gode infatti di “fede privilegiata” (come si dice in gergo). Vale a dire che la parola del vigile vale più di quella dell’automobilista. In caso di divergenze, infatti, la legge dà per scontato che la verità stia dalla parte del pubblico ufficiale.
Per le violazioni in ambito fiscale invece le cose stanno diversamente. Nel senso che per il Fisco, riuscire a dimostrare l’evasione è più complicato. In questo articolo mi riferisco in particolare al fenomeno diffuso della cosiddetta evasione fiscale di massa, ovvero ai casi in cui le imprese e i professionisti, tendono a “dimenticare” l’annotazione dei corrispettivi introitati. Direi anzi che tale dimostrazione è molto difficile e quasi impossibile. La questione, beninteso, è solo tecnica in quanto fra violazione e sanzione, dal punto di vista del Fisco, ci si mette di mezzo lo scoglio insormontabile della cifra evasa.
Negli altri comparti dell’Amministrazione pubblica, per rendere ineludibile la sanzione è sufficiente dimostrare, da parte dell’autorità preposta, che una violazione oggettivamente c’è stata (secondo lo schema binario sì/no, come a esempio per il divieto di sosta). Nel sistema tributario il Fisco è chiamato invece a fornire un dato in più. Ovvero a indicare – e a dimostrare – l’importo della presunta evasione. La complicazione, dunque, che da sempre rende imprendibile l’evasore di massa è tutta qui: nel senso che il potere sanzionatorio vero e proprio da parte del Fisco sorge solo dopo aver dato la dimostrazione della cifra evasa. E, d’altro canto, è pur vero che senza certezza sul quantum evaso non è possibile per il Fisco recuperare né tributo né sanzione, dato che entrambe queste voci vanno conteggiate, ovviamente, in proporzione alla entità della evasione.
Per comprendere la peculiarità dell’ordinamento tributario può essere utile fare un raffronto con il sistema dei reati e della conseguente risposta sanzionatoria di tipo penale. E’ come se, di fronte a un omicidio conclamato, di cui sia stato finalmente individuato l’autore, la perseguibilità fosse subordinata al fatto che si riesca a individuare il peso corporeo che la vittima aveva al momento del decesso. Anche una cifra vicina al vero – magari ricostruita su basi ipotetico-presuntive (com’è inevitabile, a distanza di anni) – secondo le regole dell’ordinamento tributario, porterebbe spesso alla assoluzione: perché la violazione non risulta provata nella sua oggettiva dimensione quantitativa.
Ma, torniamo all’ambito strettamente tributario. Una volta che è passato uno o più anni dal periodo d’imposta, come si fa a dire che un contribuente a suo tempo aveva evaso, con precisione, una cifra “x” piuttosto che un altro importo “y”, o “z”? La difficoltà al riguardo nasce dal fatto che l’architettura dell’odierno sistema è troppo sbilanciata sullo schema del fai-da-te, per cui essa consente che questo tipo di evasione si consumi, in dosi anche ragguardevoli, senza lasciare la benché minima traccia. Il che rende quasi sempre impossibile per il Fisco riuscire a cogliere l’evasore di massa, per così dire, “con le mani nel sacco”.
Le ragioni di questa sorta di impotenza del sistema sono molteplici. La prima e più rilevante è nel fatto che il Fisco ha possibilità di intervenire in sede di controllo sul volume dei ricavi in un tempo differito. E quindi solo a cose fatte, non prima che siano passati uno o due anni dallo svolgimento degli eventi gestionali: la stessa dichiarazione fiscale che, temporalmente, dà il via libera formale ai possibili controlli, può infatti essere presentata dal contribuente fino a nove mesi dopo la fine dell’annualità. E, poi, va considerato che, sul piano operativo, il Fisco si viene a trovare nel mezzo, schiacciato fra due esigenze contrapposte poco conciliabili fra loro: da un lato, infatti, esso non ha altri strumenti per tentare di dimostrare l’evasione se non quelli fondati sulla rielaborazione postuma e dall’esterno del conto economico pregresso dell’azienda. Una rielaborazione, quindi, che, fatta per forza di cose in chiave retrospettiva, non può che essere sommaria e approssimata, eseguita su una base ipotetico-presuntiva. Al tempo stesso, però, sul terreno della validità o meno del singolo atto di accertamento, al Fisco si richiede non tanto di fornire una cifra che sia “possibile” o anche “probabile”, quanto piuttosto – ovviamente – di dare la prova che trattasi di una cifra vera, certa e precisa.
Altro limite del nostro ordinamento tributario è nella mancanza di un raccordo organico fra le uniche violazioni certe e di tipo istantaneo, che sono contestabili, per così dire, “in tempo reale” (a esempio, mancata emissione di uno scontrino fiscale), e violazioni meno sicure, che trovano viceversa fondamento su una ricostruzione a posteriori, le quali sono accertabili solo in base a calcoli e ragionamenti di tipo presuntivo. Le violazioni appartenenti a quest’ultima tipologia, in effetti, vengono solo marginalmente messe in collegamento con le prime, ai fini accertativi, per cui la parte preponderante di recupero dell’imponibile evaso risulta poggiata su una base probatoria che non è incontrovertibile.
Volendo esprimerci con un’immagine certamente semplificata, ma comunque chiarificatrice, è come se tra Fisco e contribuente si giocasse una sorta di partita fra il gatto e la volpe. Nel senso che durante l’anno in corso è il contribuente che gode della più ampia libertà, nei fatti, di evadere indisturbato quel che ritiene. Mentre invece, una volta trascorsa l’annualità, è il Fisco che tiene sotto scacco il contribuente: con la potestà di accertare unilateralmente, per il passato, la cifra che a sua volta esso riterrà congrua. Il sistema infatti riconosce al Fisco lo strumento dell’accertamento su base indiziario-presuntiva relativamente a tutte le annualità passate che siano tuttora accertabili (ad esclusione dell’anno in corso).
All’interno del quadro complessivo sin qui esaminato, tuttavia, va sottolineato che una misura valida era stata individuata verso la fine degli anni ‘90. Mi riferisco all’odierno modello di studi di settore che attuò una buona intuizione: approntare un meccanismo teso a catturare, a livello di massa – ma al tempo stesso in modo personalizzato – la fatidica “cifra” virtualmente evasa dal singolo. A tal fine fu introdotta una procedura di tipo oggettivo, pre-concordata con le categorie interessate e, per la prima volta, svincolata da facili personalismi, discrezionalità o arbitrii: il software di calcolo denominato Gerico. Poi è accaduto che il legislatore, anziché restringere la platea dei destinatari ai soli contesti aziendali di assoluta affidabilità del software, si è illuso di poter estendere illimitatamente verso tutti questo modello, facendo della cifra calcolata da Gerico una sorta di improbabile bancomat generalizzato dell’anti-evasione (si veda, in particolare, la Finanziaria 2007, come meglio ho illustrato in altro articolo). Ed è per questo che i destini di tale strumento sono stati da quel momento in poi ribaltati verso un suo progressivo e graduale azzeramento.
Proprio alcune settimane fa, infatti, su questa tematica c’è stato un ulteriore e decisivo passaggio, condizionato dall’evoluzione legislativa del periodo 2006-2007, che segna purtroppo il definitivo arresto per tutta la macchina degli studi di settore. Mi riferisco all’esito conclusivo che ha avuto la discussione giurisprudenziale all’interno della corte di Cassazione circa la natura dello strumento di accertamento. Con una decisione depositata il 18 dicembre scorso, a mio parere poco condivisibile, la corte a Sezioni Unite ha infatti affermato che, sul piano probatorio, la cifra del ricavo presunto, calcolata in base al software previsto dagli studi di settore, vale meno di quanto può pesare – nel divieto di sosta – la parola del vigile urbano. Nella sostanza, tale cifra finisce per essere equiparabile a un indizio, essendo priva – così ha sentenziato la corte – di una forza probatoria privilegiata.
 

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