Contrasto all’evasione nella manovra di finanza pubblica

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 I lavoratori dipendenti evadono in genere molto poco. Con la ritenuta alla fonte le loro possibilità di evasione sono minime; l’unica possibilità che hanno è in genere un secondo lavoro in nero, con il quale riescono ad occultare parte dei loro guadagni. Sembra nel complesso che comunque non si tratti di importi elevati. Le uniche possibilità di abbattimento della base imponibile o dell’imposta derivano invece essenzialmente dall’utilizzo delle varie forme di tax expenditures (spese fiscali) – che tendono ad avere però in diversi casi natura regressiva. Non è così per i lavoratori autonomi, per le imprese familiari o per quelle che operano nel commercio, per le società di capitale con pochi dipendenti. In questo caso, infatti, queste attività riescono spesso ad evitare di fatturare larga parte dei ricavi, a gonfiare i costi deducibili, più semplicemente a metter in pratica forme di elusione e di riduzione della base imponibile molto efficaci.
 
L’ultima versione della manovra del governo apre uno spiraglio su una serie di comportamenti elusivi che da molto tempo è opportuno contrastare e sui quali da alcuni anni si è concentrata l’attenzione dell’amministrazione finanziaria. Finora sono stati resi noti solo i principi generali di intervento; perciò andranno attentamente analizzate e studiate le misure operative collegate, i dettagli tecnici e normativi, la loro coerenza tecnica ed applicativa. Infatti, i proprietari di queste imprese riescono molto abilmente a intestare alla propria attività economica un numero esteso di beni strumentali, di forme di patrimoni, di beni di lusso – mentre questi sono, in realtà, beni a consumo personale, usati dal proprietario e dai soci dell’azienda – mettendo perciò in pratica pratiche elusive molto potenti ed efficaci per la riduzione dell’onere di imposta.
 
Più in concreto, l’intestazione dei beni strumentali a una società permette di usufruire di diversi vantaggi:

non solo la società riesce a dedurre parte dell’Iva e del costo del bene acquistato, con evidenti vantaggi in termini di riduzione del debito di imposta della stessa;

ma soprattutto il valore di questi beni non rappresenta un indicatore della capacità contributiva del contribuente individuale (proprietario o socio) in sede di imposta sul reddito personale.

Queste pratiche elusive hanno quindi un valore doppio proprio perché non solo consentono di recuperare parte del costo economico dell’acquisto del bene, e quindi di minimizzare la base imponibile Ires, Irap e Irpef, ma permettono anche ai contribuenti-persona fisica di evitare di far comparire in sede Irpef forme di patrimonio, di beni strumentali e di lusso che contrasterebbero con la dimensione del reddito personale dichiarato. Si percepiscono ampi benefici sul piano della riduzione delle imposte senza far apparire a livello dell’imposta personale sui redditi, cespiti che denoterebbero un tenore di vita diverso da quello dichiarato. Il redditometro potrà essere uno strumento utile per far emergere appunto questi indicatori di capacità contributiva.
 
Così nell‘ultima versione della manovra si è deciso di prevedere nuove misure finalizzate ad eliminare “l’abuso di intestazioni e interposizioni patrimoniali elusive” che dovrebbe di fatto compensare in parte il mancato gettito (circa 3,8 miliardi di euro in tre anni) che doveva derivare dal contributo di solidarietà Irpef (aumento delle aliquote marginali di 3 e 5 punti percentuali al di sopra di 90 mila e 150 mila euro).
 
L’idea è di far emergere le situazioni nelle quali i beni di lusso (barche e Suv, aerei ed elicotteri) o altre determinate categorie di beni (auto, abitazioni, immobili, opere d’arte, cavalli, ecc.) risultano intestati a società che di per sé non svolgono attività economiche – o lo fanno ma in modo molto marginale – o a quelle strutture giuridiche che non svolgono effettive attività produttive. Società di comodo create appunto per schermare i reali beneficiari e i veri utilizzatori di questi cespiti. Secondo i dati della Gdf [fonte Sole24 ore] si tratterebbe di circa 35 mila finte imprese.
 
Ma la vera dimensione del fenomeno è difficile da definire e stimare e sarebbe opportuno che si eseguisse una ricerca mirata ed approfondita al riguardo, per avere in tempi brevi i criteri di analisi del fenomeno, i dati relativi della dimensione dello stesso, le potenzialità dei possibili interventi e il possibile recupero di gettito derivante dalla riduzione dei fenomeni elusivi. Naturalmente definendo criteri credibili ed affidabili per accertare i veri beni strumentali relativi all’esercizio delle attività di impresa (come i fabbricati strumentali o i beni che vengono davvero usati per lo svolgimento dell’attività dell’azienda) da quelli invece che hanno prevalentemente natura personale e quindi finalità elusiva.
 
La disciplina attuale che risale al decreto Visco-Bersani (D.L. 223/2006) aveva previsto per le imposte sui redditi (Ires e Irpef) un aumento considerevole dei coefficienti da applicare al valore delle partecipazioni, degli immobili e delle imbarcazioni per stabilire i ricavi minimi e il reddito imponibile presunto, per portare un numero crescente di società a tassazione (con la determinazione di un ricavo e di un reddito minimo per far emergere base imponibile e rendere positiva la tassazione) mentre prima ne risultavano escluse. Per gli immobili e le imbarcazioni il coefficiente è pari al 6% per i ricavi e al 4,75% per il reddito (con la previsione di riduzioni per immobili ad uso ufficio e per quelli abitativi acquisiti negli ultimi tre anni). Per quanto riguarda l’Iva, i crediti Iva delle società non operative sono già largamente non rimborsabili – e non possono essere usati nell’F24 ne essere ceduti – e se la società risulta di comodo per tre anni consecutivi il credito Iva viene perso.
 
Tre le misure adottate v’è anche l’intenzione di considerare le società in perdita per più di tre anni come, di fatto, società di comodo e quindi sottoporle al nuovo regime fiscale per le società non operative, che prevede un aumento dell’aliquota Ires al 38% (+ 10,5% rispetto all’aliquota attuale)1. È questo però un punto molto delicato, appare necessaria molta cautela, poiché, data la crisi economica e le prospettive alquanto negative, non è evidente come si possa distinguere tra società in oggettive “difficoltà” economiche, determinate dal ciclo e dalla situazione economica recessiva e di bassa domanda, da quelle che invece lo sono solo per effetto di pratiche elusive. Su questo punto ci si aspetta che i tecnici forniscano i criteri essenziali e i dati delle grandezze rilevanti. Sicuramente ci sono società che in buona fede risultano in perdita da più di tre anni a causa della particolare congiuntura, ma molte di esse lo sono solo per effetto di pratiche elusive. La norma non verrebbe applicata in presenza di clausole di disapplicazione (art. 30, L. 724/94) – per le società di comodo e gli enti in perdita triennale – ovvero società con almeno 10 dipendenti o 50 soci, società quotate, società congrue e coerenti agli studi di settore – e questo perché quando esiste una struttura aziendale effettiva e reale, le possibilità di società elusive e di comodo si riducono drasticamente.
 
Secondo i dati parziali apparsi in questi giorni, il numero di società coinvolte sia perché in perdita sia perché ritenute di fatto non operative e di comodo è alquanto rilevante. Secondo i dati elaborati dal Sole 24 ore – utilizzando la banca dati Cribis D&B relativa ai bilanci 2008-2010 di 1,4 milioni di società di capitale – esistono 93.303 aziende cosiddette a rischio, ovvero che hanno meno di 10 dipendenti, non più di 50 soci, e che sono in perdita da più di tre anni (e che hanno un rapporto particolare tra il valore della produzione del conto economico e il valore dell’attivo2). Se si eliminano da questa platea le società che si rifanno ai casi di esclusione dal regime delle società di comodo – società quotate, quelle che effettuano servizi pubblici di trasporto, le partecipate da enti pubblici, quelle congrue e coerenti, ecc. – l’importo si riduce di qualche migliaio di unità. Un dato in parte simile emergeva da un’indagine di Unioncamere che stimava in 100 mila le società in perdita nel triennio 2005-20073. Se invece si osservano le società di persone, risulta che nel 2007 147 mila società erano in perdita (730 mila erano in attivo), nel 2008 lo erano 159 mila società (813 mila in attivo), mentre nel 2009 164 mila (794 mila in attivo).
 
È opportuno comunque limitare la dimensione delle società di comodo, arrivando ad esempio a definire criteri più stringenti che legano la dimensione dei ricavi (o il fatturato) e il patrimonio dell’impresa. Tutta la partita si giocherà naturalmente nei dettagli con cui il governo vorrà definire gli aspetti operativi. L’efficacia di queste misure a combattere queste forme importanti di elusione dipenderà dalla loro pervasività.
 
Altra misura che appare necessaria è prevedere un criterio che riduca sostanzialmente, se non elimini del tutto, la possibilità di deducibilità per l’impresa del costo dei beni utilizzati dai proprietari (o dai soci) che, nella realtà, ne sono i reali beneficiari. A questa misura dovrebbe far seguito naturalmente l’obbligo di indicare nella dichiarazione Irpef i beni intestati ad imprese ma usati dal proprietario come beni di fatto “personali”, che potrebbero dare un’indicazione più robusta del vero tenore di vita dello stesso ed essere usati ai fini del redditometro. È un dato di fatto che larga parte delle auto di lusso e di grossa cilindrata, come anche barche o immobili, non appartengono a persone fisiche ma sono intestate a società vere o di comodo. Va perciò trovato un criterio affidabile per distinguere i reali beneficiari dei vari beni: un criterio potrebbe essere quello della effettiva disponibilità del bene e non della intestazione dello stesso – anche se naturalmente non è per niente facile stabilire con certezza e senza rischi elusivi chi sia il reale beneficiario di un determinato asset. 

1 Nessuna maggiorazione sarebbe prevista per le società di persone con soci soggetti a prelievo Irpef. Questa norma appare ovvia, ma sarebbe da esaminare lo stesso in questa fattispecie di imprese l regime dei beni portati in deduzione e il vero beneficiario degli stessi.

2 Valore della produzione inferiore al totale dell’attivo.

3 Questi dati si rifanno ai bilanci civilistici. I dati fiscali mettevano invece in evidenza casi di società in perdita fiscale pari a 312 mila nel 2006 (rispetto a 562 mila in attivo), a 330 mila nel 2007 (581 mila in attivo) e a 363 mila nel 2008 (617 mila in attivo): oltre il 55% delle società era in perdita!  

 

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