Contrasto all’evasione, l’Agenzia delle entrate faccia come Trenitalia

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La colpa non è di nessuno. Persino gli evasori di massa più incalliti hanno la loro minuscola quota di ragione. E’ il  sistema tutto che, col passare degli anni, è  divenuto sempre più demenziale. I protagonisti della scena fanno tutti del loro meglio.  Ma è il sistema stesso che gli evasori dapprima li fabbrica e poi li mescola facendo di tutto per renderli definitivamente indistinguibili rispetto ai cosiddetti onesti. Non accorgendosi che frattanto si è privato degli strumenti per tenerli separati rispetto a chi ha pagato fino all’ultimo centesimo.

 

L’origine di tutti i mali è nell’estrema rarità dei controlli sulle partite Iva, dentro un sistema che al tempo stesso è prigioniero della forma più spinta di autotassazione-fai-da-te. Il contrasto all’evasione fiscale in Italia poggia su due pilastri: i “controlli” sul presente  e gli “accertamenti” sul passato. Per avviare a soluzione il primo problema nazionale basterebbe puntare sui primi, tralasciando i secondi.

 

Oggi, invece, solo verso commercianti e artigiani sono previsti controlli di questo tipo. Mentre tutti gli altri, e in particolare le imprese manifatturiere e i professionisti, ne sono esenti per legge. Ma pure nei riguardi dei commercianti e artigiani i controlli sono saltuari al punto da essere percepiti come pressoché inesistenti. In un anno vengono fatte all’incirca 500 mila verifiche su  scontrini e ricevute. E niente più (in media, un controllo ogni quasi 3 anni, dato che la specifica platea è di 1,3 milioni). Gli altri 3-4 milioni di partite Iva – in Italia sono 5 milioni in tutto – hanno imparato dall’esperienza che non subiranno mai un controllo “in flagrante”. Per tutta la loro vita. Ripeto, purtroppo, è così: mai un controllo “in flagrante” per tutta la vita!

 

Le imprese manifatturiere, a esempio, possono scambiarsi merci a piacimento sapendo che queste non sono controllabili per strada. Un controllo qui, in verità, è sempre esistito (obbligo di scortare la merce viaggiante con un documento chiamato ddt), ma è un controllo-farsa dal quale nel giro di oltre tre lustri non è mai emersa una sola violazione, poiché aggirabile pure dal più ingenuo dei contribuenti. E poi i professionisti, ad esempio (tutti i professionisti), non vengono mai presidiati nei paraggi dello studio (nel momento in cui questo potrebbe essere deserto, o invece super-affollato…). E ciò semplicemente perché loro non sono obbligati a emettere in ogni caso, sul momento, il documento di certificazione del compenso (a esempio, “ricevuta fiscale”). Significa che, a causa del sistema vigente, per tutta la vita essi sono al riparo da controlli “in flagrante” sulle singole transazioni giornaliere.

 

E’ come se, d’un tratto, i treni cominciassero a circolare senza controllori. In quanti acquisterebbero ugualmente il biglietto? Il Fisco di massa italiano è come un immaginario grande treno che viaggia da decenni pieno zeppo di passeggeri, al punto che i controllori non riescono mai a trovarvi posto. Per questo gli incassi scarseggiano: ogni giorno una cifra largamente al di sotto del numero dei trasportati.

 

Il Fisco nazionale in realtà possiede, come si diceva, un secondo pilastro quale strumento per stanare l’evasione: l’accertamento fiscale. Un tipo di intervento assai più impegnativo, nel senso che assorbe risorse per dieci, cento volte rispetto al normale controllo istantaneo sulle transazioni commerciali attuali. Gli accertamenti sono il piatto forte nelle strategie di contrasto, dato che l’Agenzia delle Entrate per il 90% fa solo questo. Peccato che, per obiettivi limiti di risorse, la macchina di controllo impiega un anno per accertare non oltre un ventesimo della platea complessiva. La pubblicazione ufficiale di Agenzia Entrate (il cd. book), riferita agli ultimi cinque anni  disponibili (2007-2011), a pagina 15 certifica che nei riguardi dei 5 milioni e passa di “piccoli”, ha potuto notificare non più di 1.045.487 accertamenti. Come dire, in media, uno ogni 20 anni.

 

Ma c’è ancora una seconda questione, in verità, che è la madre di tutti i problemi. Ed è che accertamento e controllo non sono la stessa cosa. L’accertamento consente al funzionario, infatti, di quantificare non già l’evasione di cui è testimone oculare nel momento presente, ma, in via retrospettiva, quella semplicemente da lui ipotizzata in forma unilaterale poiché riferita a “n” anni fa (fino a cinque anni prima, salvo raddoppio se è presumibile un reato tributario). Il punto è che far passare tanti anni prima di accendere il faro del Fisco sull’impresa significa ricordarsi all’improvviso di chiudere le stalle dopo che per anni esse sono rimaste incustodite: difficile che i buoi siano ancora lì.

 

Non solo. Ma giunti a questo punto, purtroppo, è molto complicato (e anzi impossibile) ricostruire la verità su come sono andati i fatti, cioè accertare chi, come e, soprattutto, “quanti” ne ha fatti sparire. Fuor di metafora significa – in altre parole – intervenire quando ormai le prove distintive fra chi ha evaso e chi no sono evaporate del tutto. Prove che a suo tempo, stando al sistema vigente, gli stessi contribuenti si sono potuti costruire su misura, essendo di fatto rimasti in massa indisturbati per diversi lustri. Ed è per questo che, al cospetto del verificatore postumo,  l’evasore e il non-evasore sono sullo stesso piano, e dunque troppo facilmente confondibili l’un con l’altro (a spese di quest’ultimo, ovviamente).

 

Al momento della verifica su un’annualità arretrata, pertanto, i funzionari accertatori, al fine di calcolare quanti quattrini sono stati evasi “n” anni prima, si ritrovano costretti ad arrampicarsi sugli specchi, a fondare i propri addebiti non già su dimostrazioni certe e inconfutabili, ma su intuizioni, indizi, sospetti, ipotesi. E, persino, stabilire il quantum in base a semplici “ragionamenti”. Riprendendo la metafora del treno, è come se Trenitalia – infischiandosi del fatto che nel frattempo le carrozze attuali continuano a viaggiare stracolme, ma sempre prive di controllori e dunque, per questo, senza incassi – non riuscisse a trattenersi dalla sete di rivalsa al punto da concentrare tutte le risorse per stanare, come per ritorsione, gli abusivi risalenti a 3-4 anni fa. E illudendosi di poterli pizzicare a colpo sicuro per le strade, avvalendosi magari di valorose squadre di detective sguinzagliate nelle città dove il treno all’epoca ebbe a fare la fermata.

 

Prendiamo la tratta Milano-Bergamo. E’ come se, avendo scoperto che uno abita a due passi dalla stazione di Bergamo, mentre invece lavora a Milano, si pretenda da lui la esibizione per svariati anni del  ticket  relativo a tutti i giorni lavorativi. Anzi, siccome qualcuno ha bisbigliato ai controllori che costui faceva un orario spezzato, con pausa pranzo di tre ore, gli si richiede pure di esibire il ticket per un doppio tragitto, conteggiando ed addebitando (per la durata di intere annualità) anche l’andirivieni giornaliero da casa per il pranzo. E’ con metodi simili che si scova, si quantifica e si addebita quasi il cento per cento dell’evasione fiscale di massa in Italia (da non confondere con l’azione di contrasto che intercetta le vere frodi, le quali sono tutt’altra cosa). Con l’Agenzia delle Entrate, e sopratutto i funzionari accertatori che sono in trincea, diventati le prime vittime di questo sistema assurdo.

 

E anche i tribunali del Fisco (le Commissioni tributarie), che in teoria dovrebbero “ripristinare” la giustizia eventualmente violata dai controllori – in merito ai fatti accaduti in azienda “n” anni prima  – non possono che saperne ancora meno, molto meno dei funzionari delle Entrate.  Si tratta di una giustizia farlocca, lontana anni luce dalla realtà, basata tutta sull’ipocrisia delle apparenze formali. Una giustizia secondo cui (ma uguale tendenza, per tradizione, ha la prassi  dell’Agenzia delle Entrate)  esiste e viene considerato veramente accaduto solo ciò che risulta fotografato “nelle carte ufficiali” risalenti all’epoca dei fatti (ma come potrà tutto ciò essere praticabile per chi si deve difendere?). Con divieto di utilizzo a proprio favore delle normali prove ricostruttive (a cominciare dalla testimonianza). Parliamo di una giustizia senza regole oggettive, rimessa solo alla “grazia” del giudice di turno, ovvero alla sua imperscrutabile discrezionalità (=arbitrio). E, dunque, una giustizia per così dire “putativa”, dalla quale difendersi è materialmente impossibile.

 

Riprendendo la metafora del treno, succede che se l’incolpato – non avendo potuto esibire i ticket arretrati – riceve la notifica di un accertamento milionario e dunque si appella alla Commissione tributaria onde eccepire che, per esempio, in quell’epoca, al lavoro ci andava regolarmente con altri colleghi in macchina, è sicuro che avrà torto perché la legge, come si diceva, fa divieto assoluto di dare dimostrazioni che non siano consacrate in documenti scritti di provenienza ufficiale: sia i testimoni sia le dichiarazioni scritte dei privati, infatti, non sono ammessi nel processo tributario, per cui se anche il malcapitato facesse regolarmente firmare un atto notorio dai veri compagni di viaggio, nessuno gli crederà. Il sistema ha già deciso, senza se e senza ma, che l’evasore è lui e lui soltanto. Ci sono le prove!

 

Che piaccia o no, così funziona nel 90 per cento dei casi il sistema attuale di contrasto. Gli evasori ovviamente ringraziano. Quelli veri, of course…

 

 

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