Come smettere di preoccuparsi e imparare ad amare l’euro

van.jpg

 
Lo spettro della crisi del debito sovrano si aggira di nuovo per l’Europa. Mentre la scorsa primavera era stata la Grecia a sfiorare il fallimento,stavolta è il turno di Irlanda e Portogallo.
Sono casi solo in apparenza identici. La crisi greca è una crisi provocata da un eccesso di spesa pubblica, tenuta oltretutto nascosta dal governo precedente a quello attuale. Tanta spesa pubblica, finché dura, fa contenti tutti o quasi ed è un sistema comunemente usato dai governi per aumentare le probabilità di essere rieletti. In Italia conosciamo bene il fenomeno.
Ma, appunto, finché dura il credito – se si spende indebitandosi. Quando si perde la fiducia dei creditori, come è successo in Grecia,. sono dolori.
La crisi irlandese è abbastanza diversa da quella greca perché dietro non c’è un eccesso di spesa pubblica di classico stampo populista o elettoralistico. Fino al 2007, l’anno prima della grande crisi economico-finanziaria, l’Irlanda era un modello di moderazione fiscale: il debito, in continua discesa dal 1995, era solo il 25% del PIL e nello stesso arco di tempo, anno dopo anno, c’era stato non un deficit ma un surplus, con un perfetto equilibrio tra entrate e uscite nel 2007.
Debito e deficit irlandesi sono esplosi nei due anni successivi perché il governo sin dagli inizi della crisi, nel settembre del 2008, ha offerto illimitate salvaguardia e garanzia al sistema bancario. Perciò il problema non è la spesa pubblica in sé – anche l’annunciato programma di durissima austerità fiscale non riesce a convincere – ma le banche. I mercati evidentemente ritengono che l’iniezione di capitali necessaria a salvare le banche irlandesi – rovinatesi, tra l’altro, con l’esplosione della bolla immobiliare locale – sia al di là della portata del governo di indebitarsi per ricapitalizzarle. Il caso del Portogallo è in un certo senso a metà strada tra la Grecia e l’Irlanda.
I segnali in arrivo da Bruxelles, mentre sono riuniti i ministri delle finanze della zona euro, sono contraddittori. Il Presidente dell’Unione Herman Van Rompuy, dice che risolvere la crisi irlandese è una questione di “sopravvivenza” per l’euro e per l’Unione. Mentre il Commissario agli affari economici, Olli Rehn, dice che l’Europa non deve cedere agli allarmismi.
Il riesplodere della crisi dimostra però che l’eurozona si è cacciata da sola in una situazione insostenibile in cui pretende, o spera, allo stesso tempo che non ci siano fallimenti (cioè ristrutturazione di debito emesso da paesi membri con conseguente perdite a carico dei sottoscrittori), non ci siano uscite (cioè paesi che tornano alla propria moneta nazionale) e non ci siano salvataggi –il fondo per i salvataggi è stato deciso, all’inizio di maggio, è vero, ma tutti vogliono evitare di farne uso, cominciando dai governi irlandese e portoghese, per finire con Angela Merkel.
Premesso che quello di scongiurare un’uscita dall’euro è un falso problema perché è una mossa che non allevierebbe, anzi aggraverebbe, la crisi di finanza pubblica sottostante – e dunque nessun governo in its own right mind vi ricorrerebbe – non restano che due strade: lasciare che i paesi (o le banche) falliscano, oppure mettere mano al fondo.
Qui devo ammettere candidamente di aver cambiato idea. Fino a qualche settimana fa ero convinto che sì, occorresse salvare a tutti i costi qualunque membro dell’eurozona, per evitare un contagio e un eventuale crollo dell’unione monetaria. Ora penso che sia più grande il rischio di sfasciare l’Europa con i salvataggi a tutti i costi, cioè esasperando i cittadini dei paesi con una finanza pubblica e privata in ragionevole ordine – tedeschi in primis – che devono mettere mano al proprio portafogli per rimediare alla sventatezza altrui.
È anche giusto che chi detiene un titolo paghi un qualche prezzo se chi lo ha emesso fallisce: l’interesse contiene anche un premio al rischio. Sono gli argomenti avanzati da Marco Carnovale nell’ultimo suo post (Meglio un fallimento della Grecia. Per tutti, greci compresi) su questo sito, cui do volentieri atto di aver visto meglio di me.
Il dramma è che l’Europa, nell’inane tentativo di tenere assieme i tre no dell’euro (no salvataggi, no fallimenti, no uscite) si sta avvitando in schemi sempre più cervellotici di vincoli alla spesa pubblica degli Stati membri, destinati a fare del Patto di Stabilità un gioco da ragazzi.
Come notavamo recentemente su questo sito(Senza un Tesoro resta zoppa la governance dell’economia europea), si rischia di finire in una situazione in cui gli stati membri dell’UE hanno “più vincoli di finanza pubblica e politica economica, anche solo dal punto di vista dell’informazione e della trasparenza, di stati membri di federazioni compiute – come ad esempio gli USA. dove i singoli stati nell’ambito delle loro competenze possono tax and spend come e quanto vogliono senza dover rendere conto a nessuno oltre ai propri residenti”.
A proposito di paragoni con gli Stati Uniti: come racconta Jacques Melitz in questo ottimo post (How to save the euro? Lessons from the US | vox),se si guarda agli spread sui Credit Default Swaps, la California e l’Illinois hanno una più alta probabilità di fallimento sul debito del Portogallo o la Spagna. Ambedue gli Stati americani hanno interrotto il pagamento degli stipendi e stanno tagliando la spesa ancora più drasticamente di quanto stiano facendo i due Stati europei citati. A pagare sono insomma i residenti ed eventualmente i detentori del debito. Ma non c’è ragione di temere per il dollaro nel suo insieme, ovvero per l’unione monetaria statunitense.
Basta, insomma, con questa infinita crisi del debito sovrano in Europa. Chi deve pagare, paghi, anche fallendo se necessario. E anzi, forse, l’unico modo per evitarli questi fallimenti, per calmare veramente i mercati, è che Bruxelles faccia come fa Washington: si rilassi.
Come avrebbe detto Stanley Kubrick (Doctor Strangelove), è ora di smettere di preoccuparsi e imparare ad amare l’euro.

Top