Come si può pensare alla crescita senza il Sud?

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Tanti anni fa, il mitico Fortebraccio (al secolo scorso, Mario Melloni) scriveva, nella rubrica satirica di prima pagina dell’Unità, che – nel mentre si teneva un’importante riunione politica – “Bussarono alla porta. Non era nessuno. Era semplicemente entrato l’on. Antonio Cariglia”, allora segretario del PSDI. Insomma, un bel modo per sancire l’inutilità altrui, nella formazione delle politiche.

E’ quanto potrebbe scriversi oggi delle rappresentanze meridionali in relazione alla loro partecipazione periodica alla Conferenza Stato-Regioni. Al di là di Vendola, non una proposta e neppure una rivendicazione degna di questo nome.

Nessun progetto comune all’insegna di realizzare quell’insieme essenziale tanto utile allo sviluppo complessivo. Ciò a testimoniare una non comune sterilità rappresentativa.
 
Ma ancora, sulla base degli esiti registrati negli incontri bilaterali con i rappresentanti del Governo, Monti in primis, bene che vadano, tali summit finiscono con uno zero a zero. In pratica, con un nulla di fatto per le singole regioni.
 
Quanto alla futura crescita del Sud, si profila una vera sconfitta. L’approvazione (16 luglio u.s.) in commissione alla Camera (Attività produttive e Finanze) dell’emendamento anti-Mezzogiorno, presentato dalla Lega, al decreto sviluppo ne è la prova.

Il percorso frequentato e i contributi politici la dicono davvero lunga.
Primo. L’emendamento cancella la parola Mezzogiorno nella parte in cui si sanciscono le priorità del futuro intervento del “Fondo per la crescita sostenibile”. Un fatto grave, dal momento che in esso veniva riconosciuta una priorità nelle politiche di rilancio delle aree di crisi c.d. complessa e del rafforzamento della struttura produttiva. Viva Dio, tutti sanno quanto ce ne sia bisogno!

Secondo. Il “grande” risultato è stato conseguito con il parere favorevole del Governo, per l’occasione rappresentato dal sottosegretario Guido Improta (che, si spera, l’abbia fatto perché distratto).

Insomma, si sta ridisegnando il nuovo progetto di sviluppo del Paese, con l’ausilio di un Fondo ad esso dedicato, e – per l’occasione – si scrivono le leggi in modo tale da evitare impegni specifici di un programma specifico per il Sud del Paese.
Tutto questo al di là della conferma della riserva dell’85% delle risorse ad esso destinate nel già Fondo Fas (oggi Fondo per lo sviluppo e la coesione).
Toccare anche questo, senza nulla togliere al misfatto sottolineato, sarebbe stato un atto di delinquenza politica!

L’accaduto, proprio per la sua gravità, necessita di un approfondimento. Anche perché non si può assolutamente pensare ad un governo Monti, così segnatamente insensibile alla crescita sostenibile delle aree ricadenti nel territorio più depresso. Un Governo che ha, peraltro, deciso un ministero della coesione, cui ha preposto uno dei suoi più validi esponenti.

Quindi, perché vengono a formarsi siffatte decisioni? Dando per scontato l’idiozia politica della Lega che, attraverso proposte e misure di tale portata, ha interesse a mandare esclusivamente messaggi al suo elettorato “nordista”, oramai alla ricerca di altri padroni.
 
Ed ancora, quale il motivo di sottrarre priorità al Sud del Paese – che conta oltre 20 milioni di abitanti, molti dei quali alla fame anche di diritti civili e sociali – sui circa 600 milioni che rendono ricco il neonato Fondo?
Una domanda alla quale occorre fornire una risposta adeguata, atteso il fatto che lo stesso è arricchito dalle risorse speciali, aggiuntive a quelle ordinarie.
 
In quanto tale dovrebbe (deve) intervenire – a mente dell’art. 119, comma 5, della Costituzione – esclusivamente “per promuovere lo sviluppo economico, la coesione e la solidarietà sociale, per rimuovere gli squilibri economici e sociali”.
Una prescrizione costituzionale, questa, che impedirebbe il suo utilizzo altrove. Che lo pretende massimamente utilizzato nel Mezzogiorno che, invece, si cancella dal primo posto delle priorità.

Dunque, due risposte in cerca di autore. Alle quali le diverse deputazioni meridionali – a prescindere dai colori di origine molto impalliditi che, allo stato, sono divenuti difficilmente identificabili nell’impegno proteso alla protezione dei diritti sociali – il compito di fornire la giustificazione di una tale sconfitta.
 
Meglio, la mancata considerazione che ha di loro il Governo!
E’ tanta la curiosità di capire una tale tipologia di scelta che divide ciò che dovrebbe unire nella logica della crescita complessiva del Paese.
 
Si pensa a tagliare la spesa. Ed è giusto che sia così (ce ne sarebbe tantissima da tagliare anche nelle regioni del sud, ove il denaro pubblico si è buttato per decenni).
Ma insieme necessiterebbe organizzare il futuro. Del Mezzogiorno complessivamente e di ogni regione per suo conto.
 
Un adempimento irrinunciabile al quale la politica purtroppo risponde sempre picche.
Tagli e riorganizzazione vanno fatti insieme, utilizzando le risorse che ci sono (e quelle del Fondo ci sono da tanto tempo perché rappresentano anche i residui Fas di quanto non speso) e quelle che si ricavano dalla spending review. Ma su questo, orecchie da mercante e intelligenze sterili!
 
Per concludere, il piatto (delle occasioni e delle risorse per i cittadini del Mezzogiorno) piange e lacrimano i meridionali. Lo fanno a causa dell’incapacità dei loro rappresentanti, abili a perdere ogni occasione favorevole. Persino battuti dalla Lega, che rappresenta il cataplasma di ciò che era.

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