Come non vedere nella congiuntura sempre e soltanto nero

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Sono moderatamente ottimista sullo stato dell’economia italiana. Però non mi va per questo di essere tacciato in automatico di filo-governativo.
Perciò affermo: il merito delle cose che vanno bene o benino dell’economia italiana è di decine di milioni di lavoratori che lavorano duramente e di centinaia di migliaia di imprenditori che lavorano altrettanto duramente e fanno le scelte giuste malgrado le scelte perlopiù sbagliate di un governo dietro l’altro negli ultimi non-so-quanti anni.
Quali sono le cose che vanno bene o benino dell’economia italiana, tenendo conto che stiamo attraversando la peggiore crisi degli ultimi ottanta anni? Provo a menzionarle.
L’occupazione. Uso dati Eurostat. Il tasso di occupazione (quanti lavorano tra quelli in età da lavoro) è aumentato considerevolmente tra il 1997 (51,3%) e il 2008 (58,7%). Anche in Francia, Germania e Gran Bretagna c’è stato un aumento, ma minore. In Spagna invece l’aumento è stato maggiore – sulla Spagna tornerò ripetutamente.
Nello stesso arco di tempo, anche il tasso di disoccupazione (i disoccupati, ovvero chi non ha lavoro ma lo cerca attivamente, sulla somma di occupati e disoccupati) è molto migliorato in Italia, dall’11,3% al 6,8%. Di nuovo anche in Francia, Germania e Gran Bretagna c’è stato un miglioramento, ma meno marcato, mentre la Spagna ha guadagnato di più, passando però da un pessimo16,7% a un non esaltante 11,3%.
Poi è arrivata la crisi. E la buona notizia è che la disoccupazione in Italia ovviamente aumenta, ma meno che altrove. Naturalmente la cosa deve essere nascosta dai nostri giornalisti, come si è già spiegato qui. Anyway, da noi aumenta di 0,6 punti percentuali. In Spagna di 7,2 (sette virgola due).
L’economia spagnola è prevista (dalla Commissione europea) contrarsi quest’anno solo del 3,7%, rispetto al meno 5% attribuito all’Italia. Ma chi se la sente di invidiare un paese con un tasso di disoccupazione al 18,5 %, un crollo verticale del principale motore della crescita, cioè l’edilizia, e dei valori immobiliari, nonché una persistente voragine nei conti con l’estero come la Spagna?
Francesco Giavazzi se la sente: in un editoriale sul Corriere della Sera apre proprio portando la Spagna (e la Germania) come esempio virtuoso in materia di occupazione. Ma come fa?
Semplice, primo va a prendere dati pre-crisi del 2006 – qui sono disponibili dati più aggiornati. Secondo, somma occupati e disoccupati, dimostrando così che la partecipazione al mercato del lavoro è più alta in Spagna di dieci punti percentuali che nel nostro sempre e comunque disgraziato paese.
Sì, nel 2006. E adesso? Adesso quale che sia la differenza di partecipazione a favore della Spagna è in gran parte costituita da disoccupati. L’ultimo mese per cui Eurostat ci dà dati confrontabili (marzo 2009), la disoccupazione era in Italia al 7,4%, contro il 17,2% in Spagna. E infine, è corretto aprire un editoriale sul maggiore quotidiano italiano parlando di occupazione in Spagna e omettere di ricordare al lettore quel dato orribile del 18,5% di disoccupazione che adesso è il record negativo europeo?
In ogni caso, basterebbe persuadere più italiani possibili di età compresa tra i 15 e i 64 anni a iscriversi al collocamento e, voilà!, ecco fatto che secondo questo ragionamento potremmo essere più virtuosi di tutti in fatto di occupazione. Ma non sarà che in Italia c’è tanta gente che non cerca lavoro – deprimendo così il tasso di partecipazione – perché ci sono tanti rentier (spendiamo più di tutti per pensioni come quota di PIL nell’OCSE) e perché siamo il paese con l’economia sommersa più grande in Europa (e dunque, presumibilmente, anche col lavoro nero più diffuso in Europa)? Non è possibile ragionare di occupazione senza considerare l’eccezionale economia sommersa italiana.
Nel resto del suo editoriale, Giavazzi propone ancora una volta di alleggerire e semplificare le aliquote IRPEF. Qui siamo d’accordo. Meglio stimolare l’economia tagliando le tasse piuttosto che aumentando la spesa pubblica, in particolare in un paese come il nostro dove famiglie e imprese hanno relativamente meno debiti da cui rientrare aumentando il risparmio.
L’altra cosa dell’economia italiana che va abbastanza bene è la bilancia commerciale, dove tutto sommato riusciamo a pagare ciò che importiamo con ciò che esportiamo. È questo, tradizionalmente, uno dei nostri punti di forza rispetto a paesi realmente messi male come la Gran Bretagna e (here we go again) la Spagna, da cui però stiamo sempre a prendere lezioni. Ma andiamo anche meglio della Francia e, ovviamente, degli Stati Uniti, come si può vedere qui.
Con la crisi, a giudicare dai primi sei o sette mesi del 2009, compensiamo con i mercati extra-EU ciò che perdiamo all’interno dell’Unione, nel contesto comunque di un miglioramento complessivo del saldo – dovuto anche alla discesa del prezzo del petrolio.
Il punto però è che questo non è un fenomeno passeggero. Abbiamo attraversato un cambiamento rivoluzionario del commercio mondiale dove sono entrati giganti prima assenti. Eppure la nostra quota delle esportazioni mondiali di merci è rimasta più o meno la stessa tra il 1973 e il 2006, passando dal 3,8% al 3,5% – ma di una torta venti volte più grande! La contrazione subita da tutti gli altri membri del G7 nello stesso periodo è stata maggiore. Ora siamo nel mezzo della più grande crisi dal 1929 – sempre sostanzialmente tenendo le nostre posizioni.
Evidentemente siamo molto più competitivi di quanto lasciano intendere i dati sulla produttività in persistente ristagno. Non ci sarà anche qui un problema di misurazione? Posso azzardare l’ipotesi che siccome il commercio internazionale in nero praticamente non esiste, guardare l’economia italiana da questo lato dà risultati sistematicamente migliori e più affidabili di quelli che si ottengono tentando di stimare fenomeni la cui parte sommersa è molto consistente?
Forse è osservando queste cose che gli imprenditori italiani danno crescenti segnali di ottimismo, come è emerso prima in un sondaggio dello studio Ambrosetti fatto a Cernobbio all’inizio di settembre, e poi nel cosiddetto superindice dell’OCSE. Animal spirits? Non sia mai! Ma cosa frulla per la testa a questi pazzi di industriali? Spegniamo subito loro ogni accenno di ottimismo – come hanno sostenuto alcuni economisti recentemente.
È opportuno considerare con cautela il superindice OCSE, poiché combina semplici aspettative con variabili reali e dunque va maneggiato con cura, evitando conclusioni trionfalistiche, come suggeriscono Tito Boeri e Francesco Daveri. Purché la preoccupazione principale non sia quella che l’Italia ne esce troppo bene, anzi meglio di tutti.
Usciamo male dai dati sulla crescita (negativa) del PIL nel 2009. Non voglio farla lunga, per carità. Noto solo, però, che si è più volte lamentata la latitanza del governo quanto a stimoli fiscali. Per cui qui sotto metto accanto ai dati sulla crescita 2009, quelli sull’espansione fiscale 2009 (solo le misure discrezionali) rispetto al 2007 per ciascun paese del G7 (in percentuale del PIL).
 
 
                                             Crescita PIL 2009                            Espansione fiscale 2009
 
Usa                                      -3,88                                                   2,0
 
Giappone                            -6,25                                                   2,4
 
Germania                            -5,70                                                   1,6
 
Francia                                 -2,58                                                   0,7
 
Italia                                      -5,90                                                   0,2
Gran Bretagna                    -5,45                                                   1,6
Canada                                -5,45                                                   1,9
 
Fonti: OCSE –Tito Boeri e Francesco Daveri (crescita del PIL); IMF, luglio 2009 (espansione fiscale).
 
È possibile che la minore negatività della crescita (perché di questo stiamo parlando) prevista altrove, si debba in qualche misura a un aiuto pubblico quasi ovunque più pesante che da noi ma, come mostra il caso drammatico del Giappone che dopo quasi due decenni di ristagno sembra non reagire più a nessuno stimolo, per il momento appare difficile sostenere che la politica fiscale espansiva sia la soluzione.
Vorrei essere chiaro: esistono gravi rischi per l’occupazione nei mesi a venire ovunque, e occorrerà fare di tutto per sostenerla, in Italia e all’estero. L’insistenza di Giavazzi su un sollievo fiscale è senz’altro condivisibile. Dissento invece dalle dosi massicce e crescenti di pessimismo preconcetto che parecchi economisti italiani si sentono in dovere di somministrarci, trattando oltretutto chi osa pensarla diversamente – magari rischiando in proprio, come gli imprenditori – da ottimista o fiancheggiatore del governo.
Con i terribili freni che ha (pressione fiscale, sovra-regolamentazione, inefficienza del settore pubblico, in-giustizia civile, eccetera, eccetera) l’economia italiana fa miracoli. A dipingerla sempre peggio di quello che è realmente le si fa un torto. Per trovare la forza di togliersi di dosso quei freni, la coscienza dei propri mezzi è certamente più utile della depressione.
 
 
 
 

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