Come è lontana da Roma Copenaghen

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Si avvicina l’incontro di Copenaghen che dovrebbe definire un nuovo accordo sulla lotta ai cambiamenti climatici. Il Financial Times sta dedicando grande attenzione all’evento e i due lunghi editoriali di lunedì  e martedì lo testimoniano.
 
La posizione del giornale, pur non negando le incertezze associate alle previsioni della climatologia,  è per un accordo che interessi tutti i paesi ma con percorsi di rientro differenziati, a seconda del livello di emissione pro capite.
 
Un approccio che ricalca quello illustrato analiticamente in un paper di Nicholas Stern di un paio di mesi fa. La posizione “precauzionista” del giornale inglese è ben riassunta nella seguente affermazione: “the chance of a catastrophic outcome is high enough to make insuring against worst-case scenarios the rational response.”
 
La stampa italiana tace: non ci sono né precauzionisti né negazionisti, tra i commentatori.  Il governo pure tace, dopo aver richiesto qualche mese fa a Bruxelles, pare senza successo, una rinegoziazione delle quote di emissione di Co2; è possibile che sia preoccupato di creare aspettative nel mondo produttivo con nuove promesse, dopo che quelle fiscali si sono rivelate un poco azzardate e solo marginalmente mantenibili. Non ci aspettiamo di vedere, nel ragionevole futuro,  capi di governo italiani sollecitare l’amministrazione americana a sottoscrivere accordi internazionali sul clima come ha fatto due giorni fa Angela Merkel davanti al Congresso.
 
Né vedremo, più modestamente,  documenti per scelte di policy meditate ed informate come quelli prodotti nello scorso settembre dal Congressional Budget Office USA sui costi e i possibili contenuti delle politiche di contenimento delle emissioni. I libri bianchi non appartengono alla tradizione delle nostre amministrazioni, se non in rare occasioni: meglio la politica degli annunci che quella dei documenti di analisi.
 
Se è vero che circola il pessimismo nelle cancellerie sulla possibilità di avere a Copenaghen un accordo completo, ancora più pessimisti, per quello che vale,  siamo noi di Crusoe sulla possibilità che l’Italia assuma una posizione che agevoli il negoziato. Sarebbe utile a questo proposito conoscere quale sarà il mandato che avranno i nostri rappresentanti e se e in quali termini ci sarà stata una discussione nel governo.
 
Tutto ciò non vuol dire che non pensiamo che si debba puntare su maggiore realismo (virtù di cui la Commissione Europea sembra da lungo tempo difettare in questa materia) negli obiettivi di mitigazione; obiettivi da meglio coniugare  con quelli dell’adattamento a cambiamenti climatici oramai inevitabili, come ben argomentato recentemente su La Voce. Resta il fatto  che abbiamo governi lunghi (che durano) ma non abbiamo ancora, ahimé, politiche di lungo periodo.

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