Caro papà, così non mi aiuti

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Devo spendere due parole per presentarmi, volendo rispondere da “figlio immaginario” al lettera del professor Pierluigi Celli, che su La Repubblica ha invitato il proprio figlio a lasciare l’Italia.

Sono nato a Roma 40 anni fa, laureato alla Sapienza in lettere con lode. Due corsi post laurea e un MBA (sì, proprio il Master in Business Administration che in America è un viatico per carriere luminose) in lingua inglese conseguito nel 2005 da studente lavoratore. Un’ottima capacità nell’uso dell’inglese e del computer (ricordate le tre “I” con le quali ci hanno preso in giro per un po’?)
Parlando dei risultati ottenuti nella mia carriera sembrerebbe che voglia dare ragione al prof Celli visto che non ho mai lavorato più di un anno e mezzo nello stesso posto e non per demeriti. Al contrario, nonostante abbia fatto sempre un ottimo lavoro, confermato dai risultati e dai miei superiori, sono stato scaricato per cambi di proprietà nelle aziende, variazioni del mercato al quale era legata la mia attività, crisi economiche varie.
Mi sono alla fine trovato a fare l’imprenditore mio malgrado e ora sto combattendo con un altro problema, fare microimpresa in Italia. E’ molto dura, ti assicuro papà.

Ciononostante mi limiterei a essere in disaccordo con te se i miei sentimenti non fossero soppiantati dall’indignazione. E già perché è troppo comodo. Troppo comodo prendersi la responsabilità, nemmeno troppo chiara nella tua lettera, di un fallimento perpetrato dalla tua generazione, e non certo da quella che la precede, né tanto meno dalla nostra, e consigliare la fuga. La fuga dagli affetti, e da quel Paese del quale io ho diritto di godere tutta la bellezza e la positività della quale hai goduto tu.

E lo farò. Lo farò rimboccandomi le maniche e mettendo le toppe ai danni fatti da chi mi ha preceduto, e che dovrebbe darmi una mano rinunciando a qualcuno dei suoi privilegi. Perché sono proprio i privilegi ai quali le generazioni passate non vogliono rinunciare il blocco maggiore che dobbiamo affrontare noi ventenni, trentenni e quarantenni. Altro che nazione individualista e divisa, come mi dici nella tua lettera. Gli altri paesi sono meno individualisti? Avete mai fatto un salto in America, in Russia, in Francia o in Giappone? Gli altri sono meno divisi e rissosi di noi? Lasciamo stare.

Kahlil Gibran diceva che il giusto genitore si misura come un arco da caccia: più riesce a scagliare lontano la sua freccia migliore è il suo lavoro. Lontano nella crescita interiore e nelle realizzazioni, dunque.

Caro papà , usa tutto quello che è in tuo potere e che hai imparato per farmi capire come posso fare a migliorare quel Paese che secondo me merita di essere vissuto e che non versa nelle condizioni disastrose che tutti noi spesso sembriamo voler pubblicizzare con troppo zelo. Si sa che in economia contano anche le aspettative e le aspettative sono dettate spesso dall’umore.
Caro papà così non ci aiuti, di nuovo. Non mi piace il cieco trionfalismo di alcuni esponenti dell’attuale governo che vorrebbero farci sentire con il vento in poppa, ma il catastrofismo ci amputa per l’ennesima volta quelle speranze che invece alcuni osservatori economici ci attribuiscono.
Avresti fatto meglio a farmi capire quali errori stiamo commettendo e quali minacce ci dobbiamo aspettare; avresti fatto meglio a lottare con tutte le tue forze per insegnarmi che molto di quello che succede nella nostra vita dipende soprattutto da noi e dalla nostra capacità di lottare. Avresti fatto meglio a farmi ricordare che la generazione dei miei nonni ha dovuto subire momenti ben più difficili di quelli che ho dovuto subire io, e ne è uscita con speranza e amore per il nostro Paese.

Caro papà, ti saluto dicendoti che io sono contento. Sono contento di essere nato nel ’69 e sono contento di essere nato in Italia. Io posso godere di opportunità che in altri momenti storici neanche ai Re venivano riservate. Affronterò con forza e volontà i problemi che mi riguarderanno e spero che i miei figli possano un giorno fare lo stesso avendo la stessa forza che mi sento io, e che forse proprio tu mi hai infuso. Nonostante tutto.

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