Carlo Cottarelli, La lista della spesa, Feltrinelli 2015, 15 euro.

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Carlo Cottarelli è stato Commissario straordinario alla spending review, nominato dal governo di Enrico Letta. Con la nomina, proposta da Fabrizio Saccomanni con cui ha antica consuetudine e amicizia, ha temporaneamente lasciato l’incarico al Fondo Monetario Internazionale per occuparsi della spesa pubblica.

Il saggio presenta una chiara rassegna delle cose che si possono fare, e inquadra molto chiaramente i vari capitoli, evitando semplificazioni  e  luoghi comuni, senza tuttavia banalizzare gli aspetti tecnici e quelli politici. Al tempo stesso, il saggio è stretto tra il mandato -review- che deve essere tecnico, e quindi limitato alla gestione, piuttosto che alla riforma, che richiederebbe un mandato politico, incompatibile con il mandato tecnico. Questo confine stretto, nel saggio,  viene oltrepassato  continuamente, e non potrebbe essere altrimenti. Esemplifico per  chiarezza. Il Commissario si attiene al suo ruolo quando denuncia il fatto che, in violazione della norma o applicandola in modo capzioso, la pubblica amministrazione elude l’obbligo di legge di fare gare o di utilizzare centrali di acquisto previste sia a livello centrale sia a livello periferico.  Il Commissario che denuncia la pletora di auto blu, sopravvissute alle campagne del ministro Renato Brunetta e successivi interventi, o che chiama la giungla delle retribuzioni con il nome che Ermanno Gorrieri  aveva usato nel suo libro del 1972, entra nel terreno della politica, come è inevitabile che sia.

Credo che questa ambiguità sia contenuta nel D.L. 69/2013 del ruolo del Commissario, che poteva formulare anche proposte legislative al Comitato Interministeriale, abbia creato  discontinuità e forse incomprensioni con il nuovo Presidente del Consiglio Renzi, che ha ben chiaro il senso politico di ogni intervento di spending review. L’unico modo per superare questo strettoia, sarebbe stato di collocare la sua attività dentro ad una struttura ministeriale ordinaria, come un Dipartimento, con il compito politico di presentare proposte e valutazioni di razionalizzazione e di riforma. E’ quindi giusto eliminare il Commissario e restituire pieni poteri, ad esempio alla Ragioneria Generale, cioè all’unica struttura che controlla la spesa pubblica attualmente? Come dice lo stesso Cottarelli, la Ragioneria non è in grado di pianificare interventi a lungo termine, che non abbiano la caratteristica tecnica di immediata prevedibilità: è culturalmente estranea alla contabilità economica, che comporta la valutazione delle spese e della redditività pluriennale, con relativa valutazione di ammortamenti e risconti. Quindi, se si vuole dare continuità all’eccellente lavoro fatto da Cottarelli,  occorre che un Dipartimento Bilancio dello Stato abbia questa cultura e queste competenze e riporti al Ministro dell’Economia e non  riferisca ad un Comitato interministeriale.

Il saggio riflette sulle barriere corporative e di potere che impediscono  o rallentano le razionalizzazioni della spesa: emerge un quadro di arretratezza istituzionale e culturale che proprio quei rallentamenti hanno alimentato nei decenni. Si vedano i capitoli auto blu, costi della politica,  spese militari. Ma il saggio fa anche giustizia di molti slogan, in generale giustizialistici, che vorrebbero tutti gli impiegati pubblici fannulloni, tutti i cittadini giugulati, o, da altro punto di vista, i dipendenti pubblici depauperati rispetto ai privati, i tagli della spesa pubblica sociale tali da mettere in crisi la qualità dei servizi in particolare della sanità e della scuola, con in mezzo la figura del politico ladro, che è il comune denominatore di tutte le posizioni. Questo comune denominatore, pur essendosi ampiamente meritato la nomea di cui gode, è tuttavia anche il capro espiatorio di una attitudine generalizzata alla deresponsabilizzazione e alla lamentosità pelosa,  diffusissima tra cittadini e categorie che si a considerano comunque vittime di qualche cosa che giustifica in ogni caso la loro esenzione da qualsiasi intervento volto a stabilire un maggior rigore e una maggiore trasparenza.

Di particolare interesse il quadro del welfare, anche se la denuncia, ovviamente è soprattutto politica: non è tanto un problema di efficienza della gestione o della spesa, ma di equità, e l’equità è non un tema politico, ma il tema politico.  Cottarelli ha fiducia nelle virtù di lungo periodo delle riforme  delle pensioni, che hanno apportato  aggiustamenti strutturali -è suo il termine- alla dinamica della spesa per pensioni, in ragione dell’automatico aumento dell’età pensionabile. Manca una riflessione sull’aspetto di gran lunga più problematico del sistema pensionistico, lo squilibrio intergenerazionale, ossia quello che farà sì, tra qualche anno, che i giovani di oggi avranno pensioni inadeguate. D’altra parte, al Commissario sulla spending review non è  stato chiesto un parere se sia equilibrato il rapporto tra primo pilastro (l’INPS) e gli altri (fondi, assicurazioni) che operano in regime di capitalizzazione.

Sui trasferimenti alle imprese il saggio fa chiarezza: alle imprese private  c’è ben poco da trasferire, forse qualcosa nelle Regioni, ma sotto la vigilanza europea contraria agli aiuti pubblici:  ci dimentichiamo troppo spesso che l’Europa, inadeguata e politicamente debole, ha anche molti meriti e di più ne avrebbe se fossimo più europei nei fatti e nell’applicazione delle direttive e meno europeisti o antieuropeisti nella caciara della politica circense. Ci sarebbe, invece,  molto meno da trasferire alle FS, alle Poste, all’ANAS e soprattutto all’ATAC che nel 2012 -ricorda Cottarelli- perde 300 milioni, pari a metà delle perdite di tutto il trasporto pubblico locale italiano!

Infine sulla sanità Cottarelli fa giustizia: ricorda che il settore, pur essendo tra quelli più sottoposti ad un aumento pressante della domanda per effetto dell’invecchiamento della popolazione, è quello che ha contenuto efficacemente la spesa, che costa meno di servizi sanitari di altri pesi comparabili, che ha indici di performance  molto elevati. Ricordo, infatti che nelle graduatorie internazionali, il sistema sanitario italiano è collocato ai primi posti ed ha un costo in percentuale del pil contenuto.

Dice l’autore che la situazione è molto diversificata tra una regione e l’altra, cosa che ha dovuto ripetere per tutto il saggio, ricordando che il divario tra nord e sud è costante in tutti gli indicatori, con spese pro capite quasi sempre più elevate al sud. Ma, saggiamente, Cottarelli ricorda che nella sanità il controllo sulla spesa è efficace e la distribuzione delle risorse non è fato sullo storico, ma in base ad un criterio demografico e di servizi. Le Regioni e le Asl hanno quel che devono avere per dare il servizio ai loro assistiti. Perchè lo danno in modo così diversificato? Qui si insinua un terribile tarlo, non nella parole dell’autore, ma nel pensiero e nel dibattito politico e giornalistico. E’ il tarlo che il servizio sanitario, essendo regionale nella gestione, abbia sacche di inefficienza dovute all’essere gestito in modo decentrato. Il tarlo è quello della recente polemica contro le Regioni ladre, che si è diffuso a macchia d’olio, anche per contrastare le spinte federalistiche, ormai infatti ridotte ai minimi termini. E’ un tarlo pericoloso -aggiungo- in quanto: anche il Presidente del Consiglio ha abboccato a questo amo quando polemizzava con la Regione Veneto per le troppe ASL,ma senza accorgersi che il Veneto ha una sanità di eccellenza europea, e una gestione dei costi attenta. Avrà un ruolo il modello dell’autonomia che la Regione ha sempre avuto verso le ASL? E più in generale, avrà un senso che l’unico servizio pubblico, per altro importantissimo, in cui l’Italia è tra i primi paesi del mondo, sia quello sanitario? Avrà un senso che i malati del sud, di fronte all’inefficienza dei loro ospedali può venire a curarsi in quelli efficienti, ponendo a carico della propria regione il relativo costo? Avrà un senso che l’80 % del budget delle Regioni è sulla sanità e che questo budget, una volta assegnato alle ASL, è gestito da ciò che, nella pubblica amministrazione italiana, assomiglia di più ad un’impresa? E’ fondamentale mantenere un legame forte tra ASL territorio, ed è quello che accade nel Veneto, e ciò non impedisce alla Regione di esibire punti di eccellenza mondiali. Così, per virtù di questo localismo il rapporto di servizio tra la ASL e la popolazione è stretto, il controllo dell’opinione pubblica e dei media sugli ospedali è forte. L’impegno dei medici, del personale paramedico, dei funzionari e dei dirigenti è visibile, ma la spesa per abitante la più bassa delle Regioni italiane (utlimni dati ISTAT 2011)..

Torno a Cottarelli, dopo queste -spero- perdonabili  divagazioni sul tema. Il libro può essere letto in tre modi: un documento sull’operato del Commissario e il non operator dei diversi governi; oppure, un contributo  per discutere di ciò che di deve e di ciò che si potrebbe fare; infine, un ottimo testo per mettere alla prova l’economia pubblica al lettino del malato.

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