Capitalismo cinese, mercato à la Coase

chinese-worker.jpg

Le economie moderne sono “institutions-intensive”, afferma Coase in un recente articolo apparso sull’Harvard Business Review e dal titolo tranchant “salviamo l’economia dagli economisti”; per questo, le diversità istituzionali nei mercati (ma non solo, nei mercati) determinano il successo di un certo contesto economico su un altro.

 

La “Ricchezza delle Nazioni”, parafrasando Adam Smith, quindi risiede nella bontà delle sue istituzioni. E’ questo il messaggio che ha contraddistinto e continua a contraddistinguere il contributo accademico e culturale di Ronald Coase, il quale ha celebrato il 29 dicembre 2012 la veneranda età di 102 anni.

Inglese di nascita ma economista di  Chicago per elezione, Nobel nel 1991 all’età di 81 anni, per intuizioni teoriche che aveva formulato già nel 1937 all’età di 27 anni, ispiratore dei contributi di molti economisti e scienziati politici come Oliver Williamson, Elinor Ostrom e Douglass North (solo per citare alcuni Premi Nobel dell’Economia), Ronald Coase è sicuramente un economista in controtendenza.

Negli anni ’60 quando la Guerra Fredda sembrava infatti volgere a favore della Russia Sovietica – basti pensare ai successi sovietici nella “corsa allo spazio” a cavallo tra gli anni ’50 e ’60, che hanno poi spinto gli USA a mettere in atto lo sforzo del Programma Apollo – e per questo molti economisti, anche Chicagoans, caldeggiavano apertamente strumenti di pianificazione pubblica e di intervento statale nell’economia, Coase invece mostrava le virtù, sebbene sotto certe condizioni stringenti, del mercato.

 

L’argomento di Coase può essere riassunto con due proposizioni:

(i) le istituzioni economiche sono conseguenza del diritto, ovvero locus artificialis secondo una fortunata terminologia di Natalino Irti;

(ii) il mercato è un’istituzione.

 

Detto altrimenti, una parte delle intrusioni statali in economia può essere efficacemente sostituita da scambi e prezzi di mercato, una volta però “costituito” un effettivo mercato per quelle transazioni. In particolare, il mercato “funziona” laddove i diritti sono ben chiari e la transazione/scambio di tali diritti non è costosa;  queste condizioni istituzionali devono essere, come precisa lo stesso Coase nel 1960, “create dal diritto e dipendono da esso”.

Perciò, l’argomentazione coasiana contrasta con un’idea di giusnaturalismo economico. Le opportunità economiche perse da una società (da cui il titolo del suo articolo più noto, “Il Problema del Costo Sociale”) sono dovute in altre parole a un assetto istituzionale inappropriato o scadente.

Può apparire forse sorprendente a tal proposito che alcuni elementi cruciali per comprendere il funzionamento dei mercati derivino dallo studio dell’evoluzione di un’economia che non è prima facie  mercato-centrica: la Cina.

Eppure Coase insieme al suo coautore Ning Wang in uno studio approfondito sul capitalismo cinese, pubblicato di recente in un libro dal titolo “How China Became Capitalist”, mostra come l’economista interessato alle istituzioni di mercato possa arricchire la propria riflessione analizzando proprio il caso cinese.

Difatti la Cina, seppure formalmente governata da un regime comunista, è una nazione talmente vasta e variegata da non poter essere controllata direttamente dagli organi centrali del Partito Comunista. Soprattutto nelle aree più periferiche, molte delle quali hanno assistito a una vertiginosa crescita economica, gli imprenditori si relazionano con gli organi locali del Partito Comunista Cinese.

I funzionari politici locali, odierna riedizione della casta feudale dei mandarini cinesi, raccolgono le istanze provenienti dai soggetti economici. Mantenendo sempre un margine di non-conflittualità rispetto al governo centrale, tali richieste sono normalmente accolte (o comprate, dato che in Cina c’è un alto livello di corruzione); così si è determinata una qualche forma di definizione ed “enforcement” dei diritti di proprietà.

Questo ha messo in moto un susseguirsi, affermano Coase e Wang, di rivoluzioni istituzionali “marginali” che sono alla base dello straordinario sviluppo economico di alcune regioni cinesi e poi del resto del paese. Altri autori, ancora, parlano a tal proposito di capitalismo “dal basso” proprio per sottolineare che le condizioni tipiche del capitalismo non sono il frutto di una strategia meditata del Partito Comunista, ma la reazione locale alla ineffettività e alle inefficienze del potere politico centrale.

Allo stadio odierno, però, sottolineano Coase e Wang, per sostenere e incrementare lo sviluppo economico cinese manca ancora una sostanziale liberalizzazione del “mercato” delle idee e del “mercato” del potere economico-politico, limitati come ovvio dal regime. Resta interessante comunque il fatto che la Cina, archetipo di pianificazione e centralismo, abbia in realtà avuto uno sviluppo economico caratterizzato da un ordine, o meglio, da un riordine gius-economico in gran parte non-coordinato e comunque decentralizzato, sebbene ancora parziale.

 

Anche per la Cina perciò riecheggia forte il messaggio di Coase: il successo di un’economia dipende imprescindibilmente dalle sue istituzioni; e le istituzioni economiche, in particolare il mercato e lo scambio, non si “trovano libere in natura” come spesso lascia presumere l’astrazione dell’economista ma sono il risultato dell’azione umana, in tutte le sue espressioni: culturali, storiche e sociali, oltreché ovviamente economiche.

Top