Brevi note sulla politica ambientale nell’Unione Europea e in Italia

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1.         Le scelte in materia di politica ambientale dovrebbero in primo luogo confrontarsi con l’incertezza circa l’entità dei danni prodotti dai mutamenti climatici; la conoscenza a disposizione dei decisori pubblici è infatti parziale, come testimoniato dalla variabilità degli approcci metodologici e delle stime sui danni economici[1].
In questa situazione, alcuni economisti[2] hanno suggerito una middle course policy: né inerzia, “aspettando di saperne di più”, né “guerra totale” alle emissioni ma una riduzione graduale e progressiva dei gas serra, con prezzi del carbonio flessibili sulla base dei risultati, via via più affidabili, rivenienti dalla climatologia e dall’analisi economica sugli effetti del riscaldamento; andrebbero altresì rafforzate   le ricerche sulla natura dei rari eventi catastrofici e sulle misure adottabili una volta che questi si dovessero materializzare.
Mi sembra che questa politica intermedia esprima, nell’attuale situazione di conoscenze climatologiche ed economiche, l’orientamento più ragionevole e ad essa mi richiamerò nelle considerazioni che seguono.
 
 
2.         L’Unione Europea considera, almeno dalla metà degli anni novanta, e quindi prima che il protocollo di Kyoto divenisse giuridicamente vincolante, l’ambiente e l’energia ambiti prioritari di intervento. Con la decisione della primavera del 2007, sostanzialmente confermata nel gennaio del 2009, il III pacchetto di direttive (cosiddetto 20-20-20), si è assegnata obiettivi che appaiono costosi e poco realistici. Il documento di gennaio, Towards a Comprehensive Climate Change Agreement in Copenaghen, accredita le previsioni climatologiche piuttosto pessimistiche e indica  un obiettivo di stabilizzazione dei gas serra in atmosfera su livelli assai bassi e difficilmente raggiungibili: 350 parti per milione in volume di CO2 per il 2050; la Commissione si era riferita in precedenti documenti a 450; il livello attuale è di 430.
Anche nella scelta degli strumenti, la politica europea non appare sufficientemente articolata. Per queste ragioni l’Europa non segue una middle course policy.
Le scelte europee sembrano ispirate dalla motivazione di voler affermare una leadership internazionale sulle questioni climatiche (Commissione, 2007). Una sorta di tentativo di persuasione: sottolineare la serietà del problema del cambiamento climatico auto-assegnandosi obiettivi molto “sfidanti”, anche se fino ad oggi l’effetto non sembra essere stato decisivo. Secondo le stesse dichiarazioni dei membri delle Commissione[3], sono scelte finalizzate anche ad una legittimazione presso i cittadini europei che considerano il problema ambientale di grande rilievo[4].
 
3.         Lo strumento principale utilizzato, l’ETS (Emission Trading System), ha avuto un periodo di prova dal 2005 al 2007: è quindi prematuro valutarne l’efficacia. Ad oggi si può osservare che il sistema ha raggiunto un’operatività soddisfacente: sono stai introdotti  principi di compliance e un sistema di monitoraggio; i prezzi dei permessi sul mercato hanno mostrato una dinamica analoga a quella delle materie prime e non hanno superato, nel momento di picco dell’estate del 2008, i 21€ per tonnellata di CO2.
D’altra parte il sistema ha evidenziato numerosi difetti, che qui ricordo sommariamente: alcuni settori esclusi dall’ETS potrebbero essere oggetto di interventi a basso costo per la  riduzione delle emissioni (in primo luogo l’edilizia) anche con un pay off positivo. Essendo previste numerose esenzioni ed applicandosi solo ai paesi dell’Unione, il sistema genera  distorsioni competitive, a vantaggio di paesi non aderenti e dei settori non ETS, con effetti di spiazzamento delle produzioni inquinanti (carbon leakage) e un conseguente indebolimento del consenso politico e quindi in contrasto con l’obiettivo di legittimazione che l’Unione si propone.
La allocazione delle quote di emissioni consentite è stata effettuata solo in parte su principi di efficienza ed è stata mediata da rapporti di forza fra stati membri della UE e fra settori industriali, con problemi di equità all’interno dell’Unione. Il passaggio ad una attribuzione tramite aste è stato osteggiato da numerosi stati e la Direttiva che rivede il sistema presenta una maggiore gradualità rispetto alle intenzioni originali della Commissione.
Va altresì osservato che il sistema ETS ha un effetto incentivante solo indiretto sulla ricerca e sviluppo di nuove tecnologie. Infatti, un costo, seppure elevato, del certificato di emissioni di CO2, costituisce incentivo a cambiare tecnologia, verso una più ecocompatibile, unicamente nel caso di impossibile o molto ardua traslazione a valle del medesimo costo. Invece, soprattutto nei mercati energetici, l’internalizzazione nel prezzo del costo del certificato si è rivelata relativamente agevole e quindi l’aumento del costo delle emissioni non ha rappresentato un driver efficace per l’innovazione.
Il problema principale dell’ETS è comunque la sua dubbia efficacia: se come dicono gli esperti bisogna ridurre le emissioni globali tra il 50 e l’80 per cento per il 2050 (ma più vicino all’80, cfr. Mac Kay, 2009), i paesi che emettono di più dovrebbero avere obiettivi di riduzione maggiori, politicamente irrealistici.
 
4.         Altro elemento cardine della politica comunitaria è lo sviluppo delle fonti rinnovabili; la direttiva prevede l’imposizione di quote obbligatorie di immissione di energia (primaria) da fonti rinnovabili. Sono previsti dei meccanismi di flessibilità, dati dai “trasferimenti statistici” da un paese europeo all’altro. Resta demandata al singolo stato membro la scelta sullo strumento da adottare per il raggiungimento della quota (certificato, tariffa, ecc.); manca una politica di armonizzazione negli incentivi che invece sarebbe necessaria dal momento che i differenti schemi danno luogo a remunerazioni molto diverse da paese a paese, con effetti negativi su una allocazione efficiente degli investimenti, e che gli attuali schemi di incentivazione potrebbero rivelarsi troppo onerosi in alcuni paesi rispetto agli obiettivi assegnati.
Peraltro, non è chiaro perché debba esservi un obiettivo sull’energia prodotta da rinnovabili: se il prezzo della CO2 funzionasse come incentivo alla riduzione delle emissioni, la riconversione sulle energie rinnovabili sarebbe “automatica”: è evidentemente un segno che lo strumento dell’ETS da solo non può essere sufficiente a modificare la composizione delle fonti energetiche, ameno di non arrivare a valori molto alti, non sostenibili per i settori produttivi che rientrano nel sistema.
Poco spazio ha avuto la politica di adattamento ai cambiamenti climatici. Solo nell’aprile del 2009 la Commissione ha reso disponibile un libro bianco che si limita ad auspicare una più forte conoscenza di base, l’utilizzo dei ricavati delle aste dei permessi all’emissione per finanziare gli investimenti a favore dell’adattamento, l’opportunità di estendere gli sforzi internazionali su questo fronte. Inoltre, risulta pressoché del tutto assente una politica attiva di sostegno alla ricerca e sviluppo nelle nuove tecnologie che integrerebbe opportunamente (e quindi non sostituirebbe) la politica del costo delle emissioni.
Infine la Commissione non considera il nucleare come fonte di energia a basso contenuto di carbonio e quindi non da indicazioni in materia agli stati membri [5].
 
5.         La politica di contenimento delle emissioni in materia di trasporti dovrebbe essere più incisiva. L’Unione Europea ha accettato che fosse imposto  un prezzo per la CO2 emessa dai produttori di energia mentre ha rinviato significativamente la adozione di standard di emissione per i mezzi di trasporto[6]; non sono previsti standard per il peso dei veicoli. La strumentazione utilizzata lascia intendere che il principale obiettivo della Commissione sia di raggiungere un target di emissione rispetto alla media della flotta dei veicoli circolanti, con un trattamento non penalizzante nei confronti dei produttori dei grandi veicoli (OECD-ITF, 2008). Manca una legislazione che incentivi l’acquisto delle auto efficienti dal punto di vista energetico, al di là delle misure occasionalmente adottate dai diversi paesi per sostenere la domanda.
Anche in questo settore, l’unica policy possibile non è quella che porta ad un aumento dei costi per i produttori; né l’incentivazione dal lato della domanda appare lo strumento più efficace per sostenere la ricerca. Andrebbero più attentamente valutate le modalità di finanziare la ricerca nelle nuove tecnologie, in particolare quelle per i motori elettrici che appaiono particolarmente promettenti (Mac Kay, 2009).
Infine, i tentativi della Commissione di incentivare lo shift modale nel trasporto merci a favore della ferrovia, attraverso l’imposizione di un superbollo per i veicoli pesanti (c.d. direttiva Eurovignette), si sono sostanzialmente arenati di fronte alla opposizione degli autotrasportatori e alla conseguente riluttanza dei governi.
 
6.         Veniamo ora all’Italia. Il nostro paese non riuscirà a rispettare gli obiettivi di Kyoto. E’ quindi probabile che si vada incontro a penalità determinate dalla Commissione Europea, stimabili oggi in circa 2 miliardi di euro annui.
Per intraprendere il percorso verso una effettiva riduzione delle emissioni ( e quindi invertire la tendenza all’aumento), l’Italia dovrebbe realizzare modifiche strutturali tali da consentire lo “sdoppiamento totale” (absolute decoupling) tra emissioni di gas serra e sviluppo economico. In termini di intensità energetica (la quantità di energia incorporata in ogni unità di reddito) abbiamo perso quel vantaggio che avevamo alla fine degli anni novanta.
Il nostro sistema è caratterizzato da incentivazioni alle fonti rinnovabili di proporzioni assai elevate ma, secondo la Commissione Europea (2008) che ha condotto sul tema un confronto internazionale, assai poco efficace ai fini della loro diffusione.
Il costo del meccanismo CIP6 è stato impressionante: una stima prodotta alcuni anni fa indicava circa 14 miliardi di euro fino al 2000; nel periodo 2001 – 2007 il costo è stato di 16.8 miliardi di euro (ma solo 6.6 riguardano le rinnovabili),  arrivando così ad un importo complessivo di 30.8 miliardi. Anche l’incentivazione, di tutt’altra natura, con i certificati verdi, in base alla quale chi soddisfa l’obbligo di immettere in rete una certa quantità minima prodotta con energie rinnovabili si vede assegnati certificati scambiabili sul mercato, nel 2007 ha avuto un costo stimato in 600 milioni di euro; il costo del conto energia per il fotovoltaico ha pesato, nel 2008, per 110 milioni di euro ed è stato stimato a regime (cioè dal 2011, a legislazione invariata) in circa 1 miliardo di euro annuo; infine, il solare termodinamico ha un costo stimato in 110 milioni annui[7] .
Nonostante questa massiccia dose di aiuti l’obiettivo della quota delle rinnovabili  nel pacchetto 20-20-20, fissato per l’Italia al 17% del consumo finale, appare difficile da raggiungere (nel 2006 la quota era meno del 6%).
Le iniziative, anche legislative, messe in atto dall’attuale governo in materia nucleare vanno nella direzione di colmare il forte divario nella disponibilità di una fonte energetica a basso contenuto di carbonio ma non potranno avere che effetti marginali sui livelli di inquinamento.
Di fronte a questa situazione complessivamente piuttosto critica, il governo ha assunto una posizione di forte  opposizione al pacchetto 20-20-20  e, come abbiamo visto non ne mancavano le ragioni, almeno in parte; ha cercato, con qualche successo, di diluire alcune delle regole contenute nel III pacchetto. Ma è  mancata  una pars construens della nostra posizione. Anche l’Italia non ha abbracciato una middle course policy
 
7.         E’ possibile delineare un quadro di politiche parzialmente diverso da quello finora adottato, in parte comunitarie in parte tipicamente nazionali,  che si avvicini a quella middle course policy che ho indicato come parametro di una “politica ottimale”.
Il suggerimento principale è quello di adottare una interpretazione “strategica” della politica ambientale intesa come politica industriale, volta a colmare gap tecnologici e individuare aree di eccellenza tecnologiche; questo approccio alla politica ambientale andrebbe declinato sia a livello comunitario che a livello nazionale.
In Italia andrebbero riallocate  le risorse dalle politiche di incentivazioni “vecchie” e inefficaci ad un effettivo sostegno dell’innovazione (aumento della spesa pubblica nella R&D, nella dimostrazione e nelle applicazioni delle nuove tecnologie – tipo cattura e sequestro geologico del carbonio).
E’ un obiettivo particolarmente ambizioso considerato che dagli anni ottanta si è affermata una tendenza alla riduzione delle spese in R&D nel settore dell’energia, che l’Unione non si è mossa fin ad oggi  con determinazione su  questa strada, che il disegno di politiche efficaci a base di denaro pubblico è un esercizio raramente di successo (in particolare nel nostro paese).
In rapporto agli altri dell’Unione, non spendiamo poco nel sostegno alla ricerca: siamo il secondo paese in Europa. Ma i 46 milioni di euro all’anno sono una frazione miserrima rispetto alle incentivazioni ai produttori di rinnovabili (circa 3 miliardi all’anno a regime, al netto delle assimilate[8]). Inoltre, come affermato dal Presidente dell’AEEG in una recente audizione  alla Camera dei deputati, vi è  diversità di interesse ed approccio dei diversi attori; si registra una  multiformità degli strumenti di finanziamento e una frammentazione delle attività, con possibile minor efficacia delle azioni intraprese, debole è il collegamento al sistema industriale. “Ne deriva una non elevata capacità di trasformare i finanziamenti per la ricerca in occasione di stimolo per lo svilupparsi di un’industria nazionale delle fonti rinnovabili, in grado di porsi sulla frontiera dello sviluppo tecnologico di settore” (AEEG, 2009).
Appare un passo nella giusta direzione, ancorché di modesta entità, il ridisegno del sistema incentivante contenuto nella legge finanziaria del 2008 e l’introduzione di sistemi ad hoc per il sostegno della tecnologia fotovoltaica. In particolare, le modifiche apportate al sistema dei certificati verdi hanno introdotto modulazioni per tecnologia, tramite l’applicazione di coefficienti specifici all’energia prodotta. Ciò che rileva particolarmente notare è che in tutti i casi sono previste clausole di revisione dell’ammontare dell’incentivo, generalmente su periodo triennale, in modo da poter cogliere eventuali economie che sono attese nello sviluppo delle tecnologie.
Sarebbero però opportuni interventi più decisi: realizzare risparmi sull’incentivazione ai produttori e  concentrare le maggiori risorse in un fondo italiano per la ricerca applicata sull’innovazione tecnologica nel settore dell’energia
 
8.         In Europa non vi è una efficace politica di sostegno ai progetti di sequestro del carbonio (CCS). La Commissione, nella direttiva, non ne ha reso obbligatoria l’installazione ma si è limitata a prevedere che le centrali con licenza di costruzione successiva al marzo del 2009, abbiano condizioni tecnico-economiche adeguate per l’installazione degli impianti di CCS. Nel settore della ricerca su questa tecnologia, la Commissione  selezionerà 10-12 impianti “dimostrativi” a cui dovranno essere riconosciuti 300 milioni di permessi di emissione che potrebbero equivalere, venduti tramite asta, a circa 6-7 miliardi di euro (dipenderà ovviamente dal prezzo della CO2), a fronte di investimenti attesi (ma le stime sono ancora in corso) compresi tra 7 e 12 miliardi di euro; inoltre, le attività di ricerca a sostegno della dimostrazione del CCS sono state incluse nel settimo programma quadro ma è nota la parsimonia del bilancio europeo sui finanziamenti alla innovazione tecnologica e la Commissione deve ancora trovare un meccanismo di finanziamento per questi impianti che sia “tempestivo, pratico e trasparente” [9]. Il finanziamento pubblico dovrebbe risolvere la questione dei diritti di proprietà intellettuali. Una misura complementare potrebbe essere quella di riconoscere, sulla base di costi standard, dei permessi di emissione a fronte delle spese sostenute per la dimostrazione degli impianti CCS.
Inoltre, dovrebbe essere valorizzato il carbonio che gli impianti di generazione riusciranno  a “sequestrare” a partire da una certa data (2020?) riconoscendo, in contropartita, dei permessi all’emissione[10].
Ogni tecnologia dovrebbe disporre, indipendentemente dal suo attuale grado di maturità, di una sorta di road map che specifichi obiettivi, attività critiche di R&D, politiche per lo sviluppo e l’impiego industriale. La IEA si sta muovendo in questa direzione ma la Commissione, al momento, non è intervenuta.
 
9.         In Italia, lo sviluppo delle rinnovabili passa anche per una diversa governance dei processi da parte delle regioni. Stante il nuovo assetto di competenze conseguente alla riforma dell’art. 117 e seguenti della Costituzione, dovrebbe essere identificato un processo credibile di pianificazione regionale così da superare gli impedimenti amministrativi e mettere in pratica politiche efficaci di promozione delle fonti rinnovabili, dare certezze agli operatori di mercato in termini di zone geografiche, tempi e procedure da seguire.
Un simile processo dovrà anche avere come obiettivo il miglioramento della capacità di programmazione e di coordinamento fra i diversi soggetti istituzionali.
I piani energetici, centrale e locali, dovrebbero essere volti a fornire agli operatori il massimo numero di informazioni sul contesto in cui gli stessi si troveranno ad agire e le informazioni fornite dovrebbero essere vincolanti per l’amministrazione pubblica, al fine di ridurre la discrezionalità amministrativa. In sostanza, i piani dovrebbero tendere a costruire una vera e propria curva di offerta del sistema.
Miglioramenti sono anche possibili nel campo dell’efficienza energetica:  andrebbero  individuate le azioni da intraprendere e i connessi tempi attuativi; riguardo al primo aspetto, ad esempio, è ormai noto che in alcuni settori – costruzioni e agricoltura – è possibile conseguire interessanti risultati di riduzione delle emissioni di CO2, con investimenti a pay off positivo. E’ altresì necessario dare certezza alle politiche di incentivazione che aumentano l’efficienza energetica delle abitazioni, sottoposte a inutili scossoni nel corso della discussione sulla finanziaria del 2009.
Andrebbero altresì valutate, ed è la nostra ultima raccomandazione, le modalità di più efficace reazione nei confronti delle imprese inadempienti. In questa prospettiva sarebbe utile sollecitare le imprese a predisporre gli strumenti di controllo interno e di gestione più adeguati per allinearsi agli obiettivi ambientali. Bisogna evitare appesantimenti burocratici ma si potrebbe ipotizzare un evoluto modello di co-gestione del rischio ambientale: una sorta di “strumento di prevenzione” (approccio ben noto negli schemi di gestione interna e dei compliance programs).
 
10.       Una efficace politica pubblica, nel contrastare i cambiamenti climatici, dovrebbe utilizzare tre strumenti: un prezzo per le emissioni, l’adattamento,  il sostegno all’innovazione tecnologica. Fino ad oggi l’Europa ha adottato (in modo discutibile e parziale) il primo strumento; è stata del tutto carente sul secondo; debole sul terzo. Un riequilibrio tra i diversi strumenti darebbe maggiore consenso all’azione della Commissione presso le imprese europee; può rappresentare una opportunità per il rilancio della crescita.
La politica della nuova amministrazione americana si muove in questa prospettiva[11]: con una forte discontinuità rispetto al passato, propone di introdurre un tetto crescente alle emissioni (dal -3% del 2012 rispetto al 2005 al -83% del 2050),  rendendo più probabile un accordo generale di contenimento più efficace di Kyoto; con il forte livello di sussidi per trasformare l’economia americana in una Clean Energy Economy, punta ad accelerare i tempi con cui le nuove tecnologie “verdi” arrivano sul mercato e a rendere più competitive le imprese di quel paese; affida al Presidente e agli stati obiettivi di efficienza energetica nel settore dei trasporti. In altri termini la nuova politica americana impone all’Europa di mantenere alto il proprio profilo sugli obiettivi di riduzione ma, al contempo, di riesaminare le politiche di sostegno all’innovazione fino ad oggi carenti.
La politica italiana dovrebbe abbandonare le strade fin qui percorse (i goffi tentativi di elusione degli obiettivi di contenimento della CO2 che pure avevamo sottoscritto, la ingente incentivazione per le fonti rinnovabili, l’oscillazione tra un ambientalismo “senza se e senza ma” del precedente esecutivo[12] ad una posizione “quasi negazionista” di quello attuale) per  chiedere con forza che il sostegno alla R&D e l’efficienza energetica nei trasporti crescano d’importanza nell’agenda di policy della Commissione, anche in una prospettiva temporale di lungo periodo; sul “fronte interno”, dovrebbe essere costituito un fondo per la ricerca applicata alle nuove tecnologie, ivi incluse quelle per i trasporti.
 
La politica europea ha bisogno di nuovo respiro e l’Italia può offrire il suo contributo.
 
 
Riferimenti bibliografici
 
AEEG (2009), Autorità per l’Energia Elettrica e il Gas, Sistema delle incentivazioni delle fonti rinnovabili ed assimilate (c.d.CIP6) operante in Italia, Audizione del Presidente Ortis presso la X Commissione Attività produttive, commercio e turismo della Camera dei Deputati, Roma 11 febbraio.
Biancardi A., Minozzi M. (2008), L’utilizzo delle fonti energetiche rinnovabili per la generazione elettrica: strategie comunitarie, politiche nazionali e ruolo delle regioni, ASTRID.
Bosetti V., Carraro C., Sgobbi A., Tavoni M. (2008) Delayed Action and Uncertain Targets. How Much Will Climate Policy Cost ? , Cesifo Working Paper, n. 2403.
Commissione delle Comunità Europee (2007), Limiting Global Climate Change to 2 Degrees Celsius, Comunicazione del 10 gennaio.
Commissione delle Comunità Europee (2008), The Support of electricity from renewable energy sources.
Dimas S. (2007), European Commissioner for the Environment, Why A Global Response Needs European Leadership, Launch Event of the European Commission and the All Party Parliamentary Group on Climate Change Cooperation.
Eurobarometer (2008),  Europeans attitudes towards climate change, Report. 
European Union (2009), Directive of the European Parliament and of the Council on the geological storage of carbon dioxide.
Macchiati A. (2004), Relazione alla conferenza Comparative Experiences in Network Service Regulation, ENEL 26-27 marzo.
Mac Kay D. (2009), Sustainable Energy: Without the Hot Air, UIT Cambridge e www.withouthotair.com.
OECD-International Transport Forum, The Cost and Effectiveness of Policies to Reduce Vehicle Emissions – Summary and Conclusions, Discussion paper No. 2008-9 .
Stern N. (2006), The Economics of Climate Change: The Stern Review. Cambridge University Press.
Tirole J. (2009), The Economics of Global Warming, Xth Angelo Costa Lecture
Wietzman M.L. (2007), A Review of the Stern Review on the Economics of Climate Change, Journal of Economic Literature, vol. xiv, n.3 .
 

* Questo intervento riprende in parte il “Paper di sintesi sui profili economici” curato da Alfredo Macchiati con la partecipazione di A. Biancardi, G.Marra, A. Marroni, M.Minozzi e P.Polidori, predisposto in sede ASTRID – Gruppo di lavoro clima, energia e ambiente.

** Ferrovie dello Stato e Università di Roma di Tor Vergata – Facoltà di Economia. Le opinioni espresse sono esclusivamente personali

[1] Per avere un’idea delle differenze dei risultati degli economisti, Stern stima una danno del 5% del PIL mondiale (“now and forever”), Nordhaus del 2,5% per la fine del XXI secolo.

[2] Cfr. Weitzman (2007), Borsetti, Carraro et al (2008), Tirole (2009)

[3] “The environment is also one issue where the EU can best connect with its citizen (…) I am convinced that protecting the environment – and in particular tackling climate change – will be at the very heart of the European project over the next 50 years”, (Dimas 2007)

[4] Cfr. Eurobarometro (2008)

[5] La totale intensità di carbonio viene stimata pari a 40gCO2 per chilowattora (incluso la costruzione, i processi sui combustibili e il decommissioning) contro un valore pari a 10 volte superiore per gli impianti a carbone (Mak Kay, 2007). Ovviamente il basso contenuto di carbonio non è che un aspetto della controversa questione sul futuro del nucleare.

[6] L’obiettivo di 120g/km originariamente (nel 1995) fissato per il 2005 è stato posposto o indebolito per tre volte. Il primo rinvio è del 1996 quando il Consiglio Ambiente contemplò la possibilità che il 2005 fosse il 2010; poi nel 1998 la Commissione indicò che l’obiettivo era per il 2012; il terzo nel dicembre 2007 quando la Commissione nella proposta di regolamento in materia alzò l’obiettivo a 130g/km per il 2012. Gli obiettivi si applicano solo alle nuove auto (una sorta di divieto di fumare applicato solo a chi fuma già poco, è stato ironicamente definito), sono formulati in termini di consumi unitari e non di consumi totali, la metodologia utilizzata per fissare l’obiettivo al 2012 (130g/km) premia i produttori di auto pesanti (che hanno target più graduali), non sono indicati obiettivi per dopo il 2012.

[7] I dati sono di fonte AEEG (2009), ad eccezione di quelli sul costo del CIP6 presi da Macchiati (2004) e Biancardi e Minozzi (2008).

[8] Si veda il paragrafo sub 6

[9] Così si esprime un position paper del 10 marzo 2009 scaricabile dall’European Technology Platform for Zero Emission Fossil Fuel Power Plants (ZEP)

[10] Si tratterebbe di rendere possibile scambiare un certificato che attesta la cattura di una tonnellata di carbonio con un permesso di emettere una tonnellata di carbonio.

[11] Mi riferisco al Waxman-Markey Draft “The American Clean Energy And Securuty Act of 2009” presentato nell’aprile di quest’anno.

[12] Emblematico di quell’approccio è il position paper del governo del 10 settembre del 2007, incentrato sul tema delle rinnovabili e delle relative politiche di incentivazione ma senza un accenno ai costi e alla sostenibilità economica.

 

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