Il debito pregresso: un bel problema per il federalismo fiscale

di ETTORE JORIO - pubblicato il 28/10/2011 in BAROMETRO SUL FEDERALISMO
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 Il federalismo fiscale a regime, introduttivo della formula “vedo, pago, voto”, consentirà ai cittadini-elettori di essere artefici diretti del loro destino, più di quanto lo abbia consentito l’attuale formula, che ha fin qui regolato il rapporto tra rappresentanti e rappresentati.

 

Un rapporto da tempo compromesso perché:

  • viziato dalle debolezze economiche vissute diffusamente dai cittadini e dai bisogni occupazionali di questi ultimi, indotti a conseguire un loro risultato privato, sfruttabile da chi esercita il potere in termini clientelari;

  • mediato dalle debolezze della politica economica che, avvezza ad “aggiustare” spesso l’esito dei conti con soluzioni virtuali, ha consentito al Paese, inconsapevole del debito pubblico e delle sue ricadute reali, di vivere al di sopra di quanto poteva permettersi.

 

Tutto questo si è concretizzato anche a causa della eccessiva tolleranza sociale nei confronti di chi ha impunemente gestito male la spesa; di chi ha fatto continuo ricorso ad impervi risanamenti, il più delle volte teorici, strumentalmente finalizzati a non fare emergere le responsabilità assunte dagli “amministratori” incapaci e, conseguentemente, a non incrinare il rapporto esistente tra i responsabili del disastro e la collettività disastrata, che ha continuato così a garantire, altrettanto inconsapevolmente, ai primi il suo consenso.

 

Una situazione che ha prodotto, negli anni, l’attuale saldo debitorio (oggi di circa 1.900 miliardi), che ci ha messo in condizione di essere derisi sul piano internazionale e aggrediti dai mercati.

 

Il federalismo fiscale si propone come rimedio a che tutto ciò non possa più ripetersi.

 

Esigerà una classe dirigente che sappia governare e amministrare sia le regioni che gli enti locali, nella logica del contenimento dei costi e della produzione qualitativa dei servizi da rendere ai cittadini.

 

Presuppone l’espressione di un voto consapevole da parte delle collettività interessate, divenute dirette responsabili dello sforamento del bilancio pubblico, perché tenute alla sua copertura. Principalmente, di quello regionale, considerata la dimensione accertata e la verosimiglianza del suo ripetersi nel tempo. Una scopertura formatasi sino ad oggi a causa di una gestione incontrollata delle risorse rese fin qui disponibili con il criterio della spesa storica, divenuta extra large per l’entità cui è pervenuta nel tempo a consuntivo, attesa la propensione del legislatore di ieri a tollerare e coprire ex post ogni colpevole disavanzo prodotto, rispetto a quanto originariamente finanziato.

 

Obbligherà le collettività a pagare di tasca propria, attraverso la maggiorazione del prelievo fiscale a loro carico, la spesa effettuata in esubero in relazione alle economie messe a disposizione degli enti (regionali e locali) di appartenenza, in forza del metodo valutativo dei costi/fabbisogni standard, collaborato dalla perequazione ordinaria e/o di quella fondata sulla capacità fiscale per abitante, se destinata, rispettivamente, alla copertura dei Lep o degli extra-Lep ovvero delle funzioni fondamentali o meno delle province e dei comuni.

 

Insomma, il federalismo fiscale sancisce un cambio di rotta rispetto all’esistente, a cominciare dal finanziamento del sistema autonomistico, dalla tenuta dei conti relativi e dalle sanzioni applicabili nei confronti degli inadempienti relativi ai compiti istituzionali.

 

Sino ad oggi si è gestito come si è voluto e si è consentita la copertura di ogni sforamento.

 

Si è pervenuti ad una determinazione dei numeri di contabilità pubblica senza attenzione e misura (più coloritamente, a la sanfasòn).

 

Si è pervenuti, pertanto, ad una tale assurdità rendicontativa a causa di una contabilità pubblica, di tipo meramente finanziario, viziata nella formazione e fin troppo tollerata nella sua rappresentazione contenutistica, che non consentiva e non consente peraltro di distinguere, agevolmente, tra i residui passivi quelli che erano e sono i debiti veri e propri della Pubblica Amministrazione.

 

Tutto questo si è reso possibile per l’assenza di regole certe, garanti del buon andamento, della imparzialità e della trasparenza, improntato a criteri di efficienza ed efficacia, e del risultato alquanto precario cui è pervenuta la filiera dei controlli in senso lato.

 

Invero, quest’ultima si è resa colpevole di avere disatteso per anni ai suoi compiti a quasi tutti i livelli. Basti pensare che il sistema sanitario nazionale ha dovuto rendicontare il suo debito extra (che si presume nell’ordine complessivo di oltre 40 miliardi di euro) a seguito dell’autodenuncia delle regioni.

 

Una autodenuncia, con annesse ammissioni implicite di responsabilità - nei confronti delle quali non è dato però rintracciare alcun formale riconoscimento giudiziale -, formatasi perché incentivata ad hoc dalle agevolazioni attribuite in favore delle regioni indebitate da appositi provvedimenti legislativi per oltre 12,1 miliardi complessivi.

 

A proposito di concreta determinazione di debito pubblico complessivo, rileva la necessità di considerare, ovviamente con la massima cautela, quanto ancora da scovare, dentro e fuori le pieghe dei bilanci esistenti, anche del sistema degli enti locali, pieni zeppi di debiti fuori bilancio, dei quali si ha persino il timore di presumerne l’entità, per la ricaduta negativa che potrebbe avere un siffatto risultato, sia sul piano interno che a livello UE, oramai decisa ad imporre severe misure di rientro e sanzioni relative (per esempio, attraverso il perfezionamento del cosiddetto Six Pack).

 

Una preoccupazione alquanto motivata considerati i rischi latenti, che tutti sottacciono per distrarre l’opinione pubblica (e non solo) dalle responsabilità che una corretta analisi del fenomeno comporterebbe, anche in relazione alle “strane” collaborazioni burocratiche e istituzionali assicurate alle banche, a suo tempo proponenti - in rapporto alle intervenute e improvvide sottoscrizioni dei ben noti prodotti finanziari - sulla cui gratuità sono in molti a nutrire qualche verosimile dubbio.

 

Tali rischi riguardano più esattamente i cosiddetti swap e, più complessivamente, l’aggravio che gli stessi provocheranno nella determinazione dei dissesti pubblici che il federalismo fiscale si troverà ad affrontare, senza che la sua regolazione istitutiva abbia individuato, al riguardo, alcuna soluzione, neppure in regime di transitorietà.

 

Esso federalismo fiscale nasce, infatti, con l’introduzione di regole nuove e presuppone, per una sua corretta e spedita applicazione, saldi contabili pubblici certi e veritieri, pressoché vicini allo zero quanto a debito arretrato.

 

Insomma, presuppone la quasi assenza di un debito consolidato cui dovere fare fronte con le risorse ordinarie, da individuarsi per lo più attraverso il procedimento costi/fabbisogni standard, presuntivamente garante della corretta produzione di prestazioni e servizi. In quanto tali, non destinabili ad ammortamento del debito pregresso, seppure mutualizzato, pena la mancata copertura dei livelli essenziali delle prestazioni e delle funzioni fondamentali degli enti locali e, quindi, la mancata erogazione degli stessi in favore della collettività “indebitata”.

 

Ci sarà quindi un bel da farsi, nelle regioni - specie in quelle con piani di rientro sanitari - con tanto debito emerso e con tanto di quello nascosto sotto i tappeti.

 

Ci sarà un bel da farsi anche per gli enti locali, principalmente per i comuni, abituati come sono, nell’ottica di superare comunque le difficoltà economico-finanziarie poste in essere dalle leggi sempre più restrittive, a ricorrere a escamotage, spesso non propriamente legittimi e leciti, per evitare le dichiarazioni di dissesto.

 

Le metodologie utilizzate sono state innumerevoli e quasi tutte tendenti a sovrastimare i residui attivi, ma anche riguardanti frequenti trascuratezze degli oneri di gestione certi, derivanti anche da precisi obblighi contrattuali.

 

Il tutto per lasciare supporre di incassare somme nei confronti delle quali non si aveva alcun diritto e si omettevano costi e spese ancorché giuridicamente dovuti.

 

Una dimostrazione di quanto appena affermato la si ricava dal contenuto dell’ultima relazione dei 007 ministeriali sulla situazione del comune di Reggio Calabria (gestione dell’ex sindaco e oggi governatore della Calabria, Giuseppe Scopelliti) che mette il dito sulle frequenti responsabilità di filiera e dei revisori contabili troppo spesso esentati da responsabilità evidenti, specie nella parte in cui in anni di “onorato” e ben retribuito servizio hanno omesso di (ri)accertare la consistenza dei residui attivi costantemente appostati.

 

Ciò allo scopo di ritenerli attuali e, in quanto tali, legittimamente inscritti nei relativi bilanci.

 

Gli accaduti - proprio perché troppo frequenti e proprio perché relazionabili alle cosiddette nomine fiduciarie che i responsabili politici delle amministrazioni sogliono frequentare - imporrebbero anche una diversa lettura, anche da parte della giurisprudenza, dell’art. 50 del TUEL del 2000, nel senso dell’attribuzione delle responsabilità ai sindaci coinvolti (ma anche ai presidenti delle province interessate dal fenomeno), dal momento che è fin troppo frequente la reiterazione di siffatto comportamento per numerosi anni.

 

A ben vedere, sono state tante le gestioni “allegre” frequentate nell’universo autonomistico delle risorse rese disponibili dal sistema centrale, spesso facendo ricorso ad operazioni contabili tanto disinvolte da inorridire il comune osservatore e da preoccupare gli increduli cittadini che si troveranno a sopportare le dirette conseguenze di siffatti disastri.

 

Un indebitamento tanto allargato come fenomeno da vedere coinvolti capoluoghi di provincia importanti, per storia e ruolo (esempio: Milano e Roma), ma che certamente non manderà esenti tanti altri.

 

In tal senso, ci sono i primi segnali che sembrerebbero riguardare importanti regioni e città del Mezzogiorno (esempio: Reggio Calabria e Napoli) ma anche del resto dell’Italia, atteso che si ritardano a pagare ovunque i fornitori e che si fatica a corrispondere, in alcuni casi, puntualmente finanche gli stipendi. 

Commenti:

  1. sarà un bel casino!:inviato da antonio solari il 31/10/2011

    L'articolo suscita non poche perplessità anche se propositvo per realizzare un miglioramento degli atteggiamenti che dovrà tenere la pubblica amministrazione. Ben vengano dei migliori

  2. Vale la pena?:inviato da Bruno Pessina il 17/11/2011

    Ho trovato l'articolo molto chiaro e proprio per questo preoccupante. Vale ancora la pena attivare il federalismo fiscale? Lo chiedo all'autore. Grazie

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