Attività bancaria internazionale: arrivati al punto di svolta?

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Attività bancaria internazionale: arrivati al punto di svolta?

Di Silvano Carletti

 

Secondo le rilevazioni della BRI (Banca dei Regolamenti Internazionali) alla fine di settembre 2013 le attività bancarie internazionali ammontavano a $28.510 mld. L’incremento rispetto al trimestre precedente è trascurabile sotto il profilo quantitativo (+0,8%) ma potenzialmente significativo sotto il profilo tendenziale perché interrompe un declino in atto da oltre 5 anni e mezzo.

La consistenza registrata nel settembre scorso è inferiore di un quinto (poco meno di $ 7mila mld) rispetto al massimo raggiunto nel marzo 2008, una contrazione per circa 4/5 addebitabile alle operazioni interbancarie (che pesano nell’aggregato per circa il 60%) e per il residuo alle operazioni con controparte non bancaria.

Nei circa sei anni trascorsi dall’avvio della crisi finanziaria la mappa dell’attività bancaria internazionale è cambiata. Nel marzo 2008 l’attività bancaria internazionale aveva per l’80% i paesi sviluppati come residenza della controparte,  per meno dell’8% i paesi emergenti e per il 12% i centri offshore; alla data più recente i primi risultano scesi poco al disotto del 74%, i secondi saliti al 12,4%.

La flessione dei paesi sviluppati è addebitabile interamente ai paesi europei (-9,3 punti percentuali, al 50% del totale globale), in misura limitata compensata dal Giappone (+1,3 pp) e Stati Uniti (+2,7 pp al 17,4%). I quasi 5 punti di incremento della quota dei paesi emergenti sono ripartiti su un ampio insieme di paesi, che però rimangono quasi sempre su valori molto ridotti. I due soli paesi che hanno raggiunto una quota pari ad  almeno l’1% del valore globale sono il Brasile (1,1%) e la Cina (2,8%), ora non lontana dal Giappone (3,5%). Malgrado un’apertura finanziaria ancora molto parziale, rispetto a marzo 2008 le operazioni con controparte cinese sono cresciute in valore di quasi 3,5 volte.

Il ridimensionamento del contributo europeo era almeno in parte scontato. Fino all’avvio della crisi finanziaria la crescita dell’attività bancaria cross-border ha avuto proprio nel Vecchio Continente uno dei suoi traini maggiori: tra marzo 1995 e marzo 2008, l’attività internazionale è cresciuta del 370% a livello globale, del 550% circa per l’Europa, del 460% per gli Stati Uniti.

Indicazioni simili emergono anche quando si considerano le banche estere: tra il 1995 e il 2009 le banche operanti in mercati diversi da quello della capogruppo sono cresciute a livello mondiale di oltre il 70%, passando da poco meno di 800 a oltre 1300; oltre la metà di questo incremento è attribuibile a istituzioni insediate in Europa (cfr Stijn Claessens – Neeltje van Horen, Foreign Banks: Trends, Impact and Financial Stability, IMF working paper, January 2012)

Fattori che rendono incerti i progressi dell’integrazione finanziaria internazionale

E’ ormai acquisito che una accresciuta integrazione finanziaria se da un lato produce diffusi effetti positivi a livello internazionale, dall’altro lato può determinare problemi di rilevante dimensione che da una iniziale fase nazionale assumono poi una dimensione globale.

Per non trovarsi nuovamente coinvolti nelle difficoltà sperimentate negli ultimi anni numerosi paesi hanno adottato normative che mirano ad evitare (o almeno limitare) che difficoltà originatesi altrove producano negative ricadute sul circuito finanziario nazionale (walling off). Esempi di questo orientamento sono tanto il Regno Unito quanto gli Stati Uniti che hanno richiesto alle filiali di banche estere di dotarsi di una propria base patrimoniale.

Una diffusione di questo orientamento (ad altri comparti finanziari e/o ad un più ampio numero di paesi) rischia di determinare una “balcanizzazione” del sistema internazionale e quindi un sostanziale arretramento del processo di integrazione finanziaria. Secondo stime elaborate da McKinsey ne deriverebbe una penalizzazione del tasso annuo di crescita globale di circa mezzo punto percentuale, nel biennio 2012-13 pari al 3%.

A questo si deve anche aggiungere che la segmentazione del sistema può risultare causa di un più elevato livello di rischio sistemico: la possibilità di diversificare adeguatamente impieghi e raccolta è condizione fondamentale per diluire le conseguenze sistemiche causate dalle difficoltà di istituzioni finanziarie di una certa dimensione. Preservare questa opportunità è quindi non meno importante della disponibilità di un’adeguata dotazione patrimoniale.

 

 

 

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