Sull' economia siamo più liberali di quanto crediamo di essere

di ALFREDO MACCHIATI - pubblicato il 05/07/2011 in MERCATO & REGOLE
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Quale sia l’atteggiamento degli italiani verso quello che potremo chiamare un “sistema economico amico della concorrenza e del mercato” e quale il futuro di una politica di liberalizzazioni sono questioni tornate all’attenzione dopo i due referendum sui servizi pubblici locali.


Sembra come se per gli elettori che hanno depositato le loro schede nell’urna non abbiano contato i numerosi esempi di gestioni clientelari nelle aziende pubbliche locali né lo stato del servizio idrico (perdite pari in media al 54%). La diffidenza per il privato ha vinto largamente rispetto all’insoddisfazione per il pubblico.


Si tratta veramente del riflesso della “disillusione (…) di fronte all’esperienza spesso disinvolta delle privatizzazioni e della casta manageriale e capitalista che ci ha guadagnato (Muchetti)”o, per stare ad un leader dei referendari (Vendola), della sconfitta della cultura delle privatizzazioni ?


Suggerisco una lettura diversa. In primo luogo, ha influito la reazione alla crisi iniziata nel 2008. Secondo i dati di un’ indagine di mercato pubblicata, proprio in quell’anno, dal Financial Times la maggioranza dei cittadini intervistati in diversi paesi (e l’Italia non fa eccezione ) sarebbero convinti che la crisi è stata causata dagli abusi del “capitalismo”. Non c’è però un giudizio di definitiva condanna sul sistema di mercato. E la percentuale degli italiani che non abbraccia questo giudizio è inferiore solo a quella degli americani. Questi dati trovano conferma in un’indagine più recente (vedi figura). Inoltre, secondo l’Eurobarometer, avremmo una preferenza relativamente più bassa (rispetto a Francia e Germania ) per le politiche redistributive. Certo il mondo delle grandi imprese non ha la benevolenza degli elettorati: qui non abbiamo dati sull’Italia ma da un’indagine dell’Oslo Progressive Governance Conference su UK, USA, Germania e Svezia risulta che tra il 60 e l’80 per cento degli elettori intervistati concorda con l’affermazione che le grandi imprese oggi pensano solo ai profitti e non alla comunità o all’ambiente; mi aspetto che indagini sull’Italia non darebbero risultati dissimili (Tab 1). 

Inoltre, da noi si è manifestata una domanda di maggiore partecipazione sulle scelte che toccano i cittadini più da vicino come dimostra la iniziale discussione su nuove forme di governance delle imprese dei servizi pubblici e dei cosiddetti beni comuni. Domanda che esprime anche un bisogno di protezione dei consumatori dai poteri eccessivamente sbilanciati a favore della grande impresa.


Queste tendenze sembrano dunque non del tutto scoraggianti per chi crede nelle virtù della concorrenza, e porterebbero a privilegiare una lettura dei risultati in chiave tutta politica, di sfiducia al governo, piuttosto che come un de profundis per le liberalizzazioni. Sembra emergere un quadro composito: accettazione del mercato e della concorrenza, scetticismo verso le politiche redistributive, nuove forme di organizzazione dei servizi pubblici più vicine alla società civile, sfiducia verso al grande impresa. Tratti del liberalismo che non è mai stato molto benevolo verso la concentrazione del potere economico. Compito della politica dovrebbe essere di intercettare queste tendenze e tramutarle in “politiche”. E queste non sono la svolta liberale, la cosiddetta promessa mancata del governo: una imposizione fiscale più leggera e meno oneri nei rapporti con la Pubblica Amministrazione possono essere ingredienti di un sistema amico della concorrenza e del mercato ma non ne sono il nocciolo, la sostanza. Che, invece, è la concezione del diritto come insieme di regole stabili e messe al sicuro dal potere di modificarle esercitato dal singolo investito dall’autorità di governo: lo stato deve amministrare l’ordine dei mercati, obbligare al rispetto dei contratti: è il governo della legge, come lo chiamava Hayek, (che è cosa diversa da quello dei magistrati…). Non proprio le politiche attuate in questi anni.


Guardando al futuro, una scelta della politica di cavalcare ipotizzati sentimenti anti mercato ed aumentare la sfera pubblica, oltre ad essere un grave danno per il paese (almeno per chi scrive), potrebbe non rispondere alle tendenze in atto. Diversamente, si potrebbe abbandonare il pregiudizio a favore del potere unico (“tutto è politica”) da cui tutto parte e a cui tutto deve tornare; pregiudizio che si sta nuovamente indebolendo, come all’inizio degli anni novanta: la robusta adesione allo strumento referendario e l‘esito che ne è emerso, il voto amministrativo a Milano e Napoli, la crescita dei consensi dei leader non di emanazione partitica, sono segnali in questa direzione. Riuscire a volgerli in una applicazione dei principi del rispetto delle regole, della trasparenza dei meccanismi decisionali, nonché della protezione dagli abusi di potere e di scelte partigiane, renderebbe finalmente il paese un po’ più liberale.  


 

 Tabella 1

 

Fonte Globescan 2010




 

 


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