La vera riforma della Giustizia in Italia

di RICCARDO CESARI - pubblicato il 26/04/2011 in MERCATO & REGOLE

 Il giorno 11 maggio 2011 all’Università di Bologna, Facoltà di Economia - sede di Forlì, il dott. Mario Barbuto, Presidente della Corte d’Appello di Torino, terrà una Lectio Magistralis su “Legge & Management: l’organizzazione della Giustizia in Italia in una nuova prospettiva”. 

Di seguito si illustrano le motivazioni alla base dell’invito.

 

Senza voler esagerare coi personalismi, il dott. Mario Barbuto rischia di passare alla Storia, con la S maiuscola, delle nostre Istituzioni.

Nato a Taranto nel 1942, laureato alla “Sapienza” di Roma in Diritto civile, dopo un breve ma significativo passaggio in Banca d’Italia, nel 1967 è stato nominato Magistrato e inviato a Torino dove ha svolto la sua carriera prima come Pretore civile, poi Pretore penale e Giudice del Tribunale.

Tra il 1993 e il 2000 è stato nominato Presidente di sezione e dal 2001 al 2009 è diventato Presidente del Tribunale di Torino.

In quest’ultima veste (oggi lasciata per la Presidenza della Corte d’Appello) ha fatto quello che pochi, per non dire nessuno, erano mai riusciti a realizzare in Italia: un’efficace riorganizzazione della Giustizia civile.

Della sua esperienza si interessano ormai i testi di Management, Organizzazione Aziendale e Risorse Umane 1, come un case study da valutare attentamente e una success story da imitare.

Qual è stata la rivoluzione-Barbuto?

Quando nel 2001 divenne Presidente del Tribunale, Barbuto si trovò ad applicare, appena promulgata, la Legge Pinto (n. 89/2001) che, su sollecitazione della Corte dei diritti umani di Strasburgo (l’Europa, ancora una volta), riconosceva ai cittadini il diritto di fare causa allo Stato per violazione della durata “ragionevole” dei processi. A sua volta lo Stato, almeno in linea di principio, poteva rivalersi sui magistrati e questa fu forse una delle leve con cui Barbuto riuscì a smuovere il mondo dell’amministrazione della giustizia torinese.

Leva non da poco se è vero che, nel tempo, i risarcimenti sono arrivati a 500 milioni l’anno, con debiti pregressi per 37 milioni, fino al paradosso all’italiana di una “Pinto sulla Pinto” per i risarcimenti sui ritardi di applicazione della legge sui risarcimenti.

L’obiettivo cruciale di Barbuto era portare la durata delle cause civili a meno di 3 anni. I mezzi di cui disponeva non erano certo promozioni e bonus monetari bensì moral suasion, responsabilizzazione, regole semplici e condivise, comunicazione, delega e coinvolgimento.

Una chiave di volta è stato il “riposizionamento” del magistrato come “direttore” della procedura civile invece che “vittima” delle lungaggini prodotte dalle parti, incentivate per vari motivi (onorario degli avvocati, prescrizione dei reati etc.) ad allungare i tempi della Giustizia.

Cruciali sono state anche la condivisione di 20 semplici regole procedurali, la peer pressure tra colleghi, il passaggio, nella gestione delle cause, dal tradizionale sistema lifo (last in first out) al più efficiente fifo (first in first out).

Alla fine Barbuto e i suoi 80 magistrati sono riusciti nell’intento: oggi a Torino (dati 2010) il 63% delle cause civili si chiude in un anno e il 90% in tre anni.

La “cultura Barbuto”, notano Abravanel e D’Agnese, è ormai riconosciuta come un fattore fondamentale nel rilancio dell’economia dei servizi a Torino.

Mai come in questo caso, come avrebbe detto l’Avvocato, quello che va bene per Torino va bene per l’Italia.

 

1 R. Abravanel (2008), Meritocrazia. 4 proposte concrete per valorizzare il talento e rendere il nostro paese più ricco e più giusto, Garzanti, cap. 8

R. Abravanel e L. D’Agnese (2010), Regole. Perché tutti gli Italiani devono sviluppare quelle giuste e rispettarle per rilanciare il paese, Garzanti, capp. 12 e 13

G. Costa e M. Gianecchini (2009), Risorse umane. Persone, relazioni e valore, McGraw-Hill, cap.11

 

 

 


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