I’ve a dream: meno spesa pubblica, meno tasse, fine del Berlin consensus

di ALFREDO MACCHIATI - pubblicato il 23/12/2011 in POLITICHE & CONGIUNTURA
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- Il Foglio, 20 dicembre 2011 -

 

Mi piacerebbe che la nostra spesa pubblica diminuisse: non solo con i tagli ad un welfare forse troppo generoso ma anche con riduzioni di trasferimenti alle imprese e con minori spese per interessi in virtù di una effettiva dismissione del patrimonio pubblico e conseguente riduzione del debito (e dello spread). Mi piacerebbe che le tasse sui redditi da lavoro dipendente diminuissero ma chi ha le barche da 10 metri non dichiarasse 20000€ di reddito all'anno. Mi piacerebbe che l’evasione dell’IVA non fosse il 36% della base imponibile. Mi piacerebbe un bel bilancio pubblico risanato da tripla A (ma senza finti vincoli costituzionali).

 

Dopodiché mi piacerebbe che la Banca Centrale Europea adottasse una politica monetaria che generasse un po’ d’inflazione in Germania e per tale via riallineasse il tasso di cambio reale “interno” dell’euro e riducesse l’avanzo strutturale della bilancia dei pagamenti tedesca. E’ la stessa Deutsche Bank ad indicarci questa strada (vedi qui) in un’analisi di qualche settimana fa. Strada ovviamente molto impervia considerata la ostilità della Germania alla creazione di moneta.

 

Altrimenti, con gli attuali divari di produttività e l'impossibilità di usare la politica fiscale, l’unica prospettiva per l’economia italiana è una recessione lunga e grave che ci impoverirà ulteriormente (e oggi siamo già più poveri di 10 anni fa). Le misure sulla crescita che qualsiasi governo potrà attuare senza una modifica della disciplina del “cambio interno” dell’euro imposta dal Berlin consensus non saranno che piccoli palliativi.

Né possiamo adottare la strategia dell’exit e tornare alla liretta: sarebbe la fine del mercato interno e come dice Draghi sul Financial Times di due giorni fa, “you never know how it really ends”. Ma un po’ di autocritica la dovremmo fare e riconoscere che  ci siamo sbagliati non tanto perché non si può fare l’unione monetaria senza l’unione fiscale (e questa a sua volta richiede l’unione politica) ma, soprattutto, perché non si può fare l’unione monetaria quando la produttività cresce in misura così sensibilmente diversa tra i paesi. E qui le analisi non mancano da Alain Blinder (vedi qui) al nostrano Sergio De Nardis (vedi qui) al ricordato studio della Deutsche Bank.

 

Nè si possono modificare radicalmente e in breve tempo le proprie relazioni industriali, la propria struttura produttiva, la propria idea di economia di mercato per quanto “errate” queste possano essere. Non è stata una politica lungimirante quella dell’adesione all’euro con quel tasso di cambio ma un’operazione dirigista, intellettualmente non dissimile da quella dei Piani quinquennali degli anni trenta. Oppure una scelta imposta (abbiamo accettato di pagare la riunificazione tedesca)? Se ne dovrebbe discutere di più.

 

Ma intanto la sola politica efficace a favore della crescita passa per la politica estera e per la nostra influenza nella ECB con l’obiettivo di “surriscaldare” l’economia tedesca. Lì dovremmo avere una “voce” autorevole, una volta tanto, per dire la nostra.

 

 


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