Congeliamo la spesa pubblica italiana

di MARCO DE ANDREIS - pubblicato il 20/05/2010 in POLITICHE & CONGIUNTURA
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Ecco più o meno cosa succederebbe ai conti pubblici se il governo decidesse di congelare la spesa corrente al livello nominale del 2009 nel triennio 2010-2012, lasciando inalterate tutte le altre sue previsioni concernenti le altre spese (compresi gli interessi sul debito), le entrate, la crescita e l’inflazione.

La fonte di queste cifre è la Relazione Unificata sull’Economia e la Finanza Pubblica (RUEF) per il 2010 (cfr. le tavole 3.2 e 3.3 alle pp.33 e 34, “conto economico della PA a legislazione vigente”). Tra parentesi, al rigo sotto, per ciascuna voce il risultato del congelamento.


In % del PIL


                                                                                2009        2010        2011        2012


Spesa corrente al netto interessi                   43,5         43,4         42,6         41,9
                                                                                                 (42,6)      (41,2)      (39,6)

Totale spese finali                                               52,5         51,8         51,1         50,5
                                                                                                 (51,0)      (49,7)      (48,3)

Indebitamento netto                                            -5,3         -5,0           -4,7         -4,3
                                                                                                 (-4,2)         (-3,3)       (-2,1)

Saldo primario                                                      -0,6         -0,4         +0,2         +0,9
                                                                                                (+0,4)       (+1,6)      (+3,1)



L’esercizio è solo un po’ di aritmetica e possono piovere parecchi “se” e  “ma”.  Anzi i “ma se”. Ma se congeli la spesa pubblica corrente, il PIL cresce meno delle previsioni del governo. Ma se congeli la spesa pubblica corrente, diminuisce la spesa per gli interessi sul debito negli anni successivi. Questi due “ma se” hanno  effetti opposti sul debito in rapporto al PIL , ad esempio.

In ogni caso siamo talmente nell’imponderabile per così tante variabili – non da ultimo proprio il costo del servizio del debito, che però il solo annuncio di un freeze aiuterebbe a contenere – che, a meno di non disporre di un modello econometrico che possa simulare gli effetti, anche indiretti,   è inutile essere troppo sofisticati.

Certo è che puntare ad avere tra due anni e mezzo un deficit un punto sotto la soglia di Maastricht e un saldo primario del tre percento del PIL  comincerebbe a far scendere il debito in rapporto al PIL (che invece nelle previsioni del governo continua a crescere per tutto il periodo), rafforzerebbe la nostra reputazione internazionale e farebbe anche felice parecchia gente a Bruxelles, Francoforte e Berlino. Che per il coraggio dimostrato di recente, francamente se lo merita.
 


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